DA DOVE VENGO IO - CENT'ANNI vol.1

lunedì 21 luglio 2008

Arrivano i consigli del Sarassone per le vostre letture estive: si parte con PAN di Francesco Dimitri

Questo pezzo è uscito per SATISFICTION un mesetto fa (o forse due... perdonate il mio unico neurone). Inauguriamo così la rubrica dei consigli letterari (estivi) del Sarassone.
Siccome è tempo d'ombrellone, gite e letture a go go, di settimana in settimana (magari pure un paio a settimana, ma dovete proprio comportarvi bene...) vi segnalerò tutto ciò che ho letto durante quest'anno. Prima della serrata estiva, vedrò anche di confezionare un pdf che funga da breviario. Così non dovete andare a ricercarvi il post, fare copia/incolla...
Poi non dite che non vi voglio bene...;-)
Ad ogni modo, non fatevi idee strane; non iniziate a immaginarvi una selezione fichissima e ultradocumentata come il NANDROPAUSA dei Wu Ming...
Col tono che mi contraddistingue, mi limiterò a servirvi ottimi libri in salsa semiseria.
Nada mas...

Dunque, signore e signori, bando alle ciance.
Andiamo a incominciare...

Francesco Dimitri, Pan, Marsilio 2008

Immaginate.

Chiudete gli occhi e immaginate. Questo non è il genere di libro che si legge senza immaginazione.

Immaginate Roma.

“Non la Roma di piazza Fiume, fatta di palazzine pulite, studenti universitari e gen­te che passeggia a qualsiasi ora del giorno e della notte. Questa è la Roma del quartiere di San Basilio, una Roma ventosa e fredda, in cui gli alberi in inverno sono creature smunte di un altro mondo, in cui il silenzio è una forza con cui fare i conti, i palazzi crollano sotto l’umidità e il buio spaventa ancora.”

Ora aggiungete, che questo è un libro che si racconta solo per addizione: aggiungete pirati, galeoni, uno splendido angelo caduto di nome Wendy e una banda di marmocchi con pessime intenzioni.

Meravigliati? Siamo solo all’inizio: "Chi alla Meraviglia chiude gli occhi, di Morte sente tredici rintocchi".

Quindi, occhio a come vi comportate.

Arrivano un paio di morti ammazzati e si sente il soffio del passato: “Dì loro che sta tornando”.

Chi stia tornando si fa presto a immaginarlo: qualcuno lo vuol chiamare Peter; un tempo era noto come Pan.

Questa non è una storia semplice, questa è una favola nera.

In poco più di 460 pagine Francesco Dimitri fa qualcosa che non riusciva più a nessuno da un sacco di tempo: fa sognare.

E fa battere i denti, tremare i polsi.

Spalanca mondi orribili e meravigliosi.

Sembra di leggere il Gaiman migliore, quello di American gods. Non c’è pietà per i miti né per la società contemporanea. La scrittura è agile e tagliente come la lama di un rasoio.

Combinare il mito di Pan – il dio greco dei baccanali primordiali, della pulsione vitale, libera, del rifiuto di ogni dogmatismo – e il Peter Pan di Barrie non è un gioco da ragazzi.

Ma Dimitri, nonostante la giovane età (classe 1981) non è un ragazzino.

Scrive con una forza e un’acribia uniche, ha l’autentico dono dei cantastorie d’un tempo. Fa grandissima letteratura popolare raccontando storie eterne.

Il ragnarök nei cieli della capitale, divinità arrabbiate e decadute che se le danno di santa ragione, vecchi e bambini cattivi (mica tanto sperduti, a dirla tutta) che formano un affresco inusuale.

Il romanzo di Dimitri è L’Apocalypse panoramique di Lachappelle in prosa. Leggendolo si ha la medesima sensazione di straniamento che si prova di fronte agli scatti del fotografo americano.

La profondità è epica, la scena è minuziosamente calcolata. Sono perfette le luci, gli accostamenti cromatici.

Sembra Michelangelo. Poi ci si avvicina e saltano agli occhi tatuaggi e piercing, i modelli sono popstar, homeless e donne incinte.

Il risultato non è mai grottesco.

Il risultato è Tim Burton. Il migliore, quello di Nightmare before christmas.

Fatevi un favore: procuratevi il libro di Dimitri e leggetelo di sera, quando la città ha smesso di strillare.

Sarà come tornare bambini.

martedì 15 luglio 2008

E' arrivato il terzo volume di UWS


Si chiama INFAMI e assomiglia a un film di Maurizio Merli.
Anzi, a dirla tutta, in una scena c'è pure Maurizio Merli che prende a schiaffoni il sottoscritto (cioè... il mio alter ego Talento).
Per questo numero abbiamo veramente buttato il sangue.
Più di così...;-)
Compratelo qui o cliccando sull'immagine (o sul bannerone).
Buona lettura!

lunedì 14 luglio 2008

Sarasso vs De Cataldo: un'intervista per MilanoNera

Per chi se la fosse persa, ecco l'intervista del vostro scrittore over 100 preferito a uno dei big del panorama noir: Giancarlo De Cataldo.
Il pezzo è uno degli articoli di copertina del secondo numero di MILANONERA WEB PRESS, il nuovo free press giallo-noir diretto dal mio amico Paolo Roversi e scaricabile gratuitamente qui.
Buona lettura!

A pochi giorni dall’uscita dell’antologia Crimini Italiani (Einaudi, 2008, a cura sua, ça va sans dire) riesco a fare due parole col vero maestro della letteratura criminale. Tra il serio e il faceto, tra nomignoli e toni rilassati, si parla di New Italian Epic, alta montagna e persino di dieta.

Domande a raffica, risposte taglienti.

1) Il saggio di Roberto Bui (WM1) sul New Italian Epic ha finalmente dato forma teorica al lavoro di una generazione di scrittori che ha stravolto il modo di narrare del BelPaese. Tu, che di questa generazione sei uno degli esponenti illustri, all’epica ci sei arrivato tardi, con Romanzo Criminale prima e poi col superbo Nelle mani giuste. Come si è evoluta la tua scrittura in questo senso? Quando e perché hai sentito la necessità di dare un respiro diverso alle tue storie criminali? Com’è nata l’esigenza (per citare un tuo articolo recentemente apparso su Repubblica) di “sporcarsi le mani”, di narrare il marcio del paese, di andare alle radici del lato oscuro della nostra storia recente?

L’idea di Romanzo Criminale, in germe, risale al 1996. Scrissi un capitolo – che poi nel romanzo divenne Il Funerale del Dandi – e lo pubblicai sullo Straniero, la rivista diretta da Goffredo Fofi. Il libro fu dunque frutto di una lunga gestazione, visto che uscì nel 2002. L’evoluzione della scrittura è un dato comune a tutti gli scrittori più o meno citati da Roberto Bui (e anche da me). Si inizia con un genere, si prendono le misure dei suoi limiti, se ne estrae il succo, e poi lo si distilla innestandolo, come un feconda contaminazione, in altri generi. “Epico” è un racconto corale, a suo modo eroico, che veda la centralità del rapporto fra l’individuo e la storia del proprio tempo (o anche di quello passato, ma comunque in relazione con l’individuo). Da questo punto di vista, esiste in Italia una grande tradizione, che ha attraversato il Risorgimento, la letteratura postunitaria, la letteratura dell’Italia Umbertina, poi il Fascismo (almeno sino a Silone e Alvaro), la Resistenza e il boom (da Calvino, a Moravia, a Bianciardi, a Pasolini). Poi, dopo la morte di Pasolini, tutto si è fermato, in apparenza, solo in apparenza. L’epica è trasmigrata nel genere, è stata scacciata dal salotto buono, termini come intellettuale o impegno sono diventati odiosi, lo scrivano postmoderno è diventato esperto di moda, di sport, di vini e cocktail, s’è seduto al bar della Pace di Roma (o all’equivalente di San Babila o di Brera o di San Petronio) e ha cominciato a teorizzare, con molta ironia e un grande cinismo di fondo, sul proprio ombelico. Intanto, l’Italia sta marcendo sotto gli occhi di tutti. E questo non può lasciarci indifferenti, non credi?

2) Dalla pubblicazione di Crimini (Einaudi, 2004), la prima antologia “nera” che hai curato, all’uscita del recente Crimini Italiani (Einuadi, 2008) sono passati quattro anni. Come è cambiato Il modo di rapportarsi dei maggiori narratori italiani alla crime-novel? E come è mutato (se è mutato) il tuo approccio alla “regia” di queste opere corali?

Il giallo italiano, ha ragione Carlotto, è tornato a rassicurare e a immergerci in un’atmosfera anni Cinquanta, un po’ da fiction. Il noir è ormai una formula per dire che stiamo parlando di tutt’altro, ma usiamo ancora la chiave criminale per comprendere questo altro (o almeno per cercare di intaccarne la complessità). Crimini Italiani è un’antologia più matura e consapevole, che fotografa il nostro modo di vedere l’Italia di oggi: chi con nostalgia, chi con rabbia, chi cercando la fuga nel delirio, chi aggrappandosi all’illusione che qualche eroe vagabondo e solitario, a questo sporco mondo, esista ancora. La regia ha segnato due défaillance perché ho perso, per mia colpa, Camilleri e Ammaniti, e me ne rammarico... scherzi a parte, non sono stato capace di convincerli a darmi un altro racconto, e dunque mea culpa. Ma abbiamo nuovi e formidabili acquisti, ancora una volta tutti uomini, e quindi anche di questo mi assumo ogni responsabilità. Che vuoi che ti dica? E’ un po’ un a questione di feeling, un po’ di professionismo, molto di comunanza e rapidità negli scambi... se avessi avuto carta bianca, avrei realizzato un volume alto il doppio, perché di scrittori bravi e interessanti esclusi ce ne sono, eccome. Ma spero che alla fine, in un ipotetico giudizio, la bilancia finisca col pendere dalla nostra parte... su una cosa sola siamo rimasti irremovibili: abbiamo deciso di completare il giro d’Italia del crimine occupandoci delle regioni e città non trattate da Crimini. Ma a parte questo, ogni scrittore è libero di scrivere quello che gli pare. E i temi si raccolgono alla fine, non si impongono prima.

3) Ancora su Crimini Italiani. Domanda impertinente e curiosetta, te lo dico subito.

Il tuo racconto, Neve sporca, è ambientato a Courmayeur. La stessa Courmayeur in cui sei stato incoronato, nel giro di pochi anni, indiscusso signore del noir vincendo il prestigioso Premio Scerbanenco e la sua edizione Super (quella riservata ai precedenti vincitori del titolo).

La doppia “incoronazione” c’entra qualcosa con la scelta della location per il racconto o si tratta di pura casualità?

No, nessun caso... La storia è ambientata a Courmayeur per omaggio e tributo a una capitale del noir italiano... per riconoscenza allo Scerbanenco... e perché è un posto emblematico di tante contraddizioni italiane: pensa che agiscono dei commercialisti bastardi, un ex-galeotto eroe, ragazzi sbandati, un carabiniere locale molto più saggio del segugio antidroga inviato da Roma e tanta, tanta neve. In tutti i sensi.

4) Nelle mani giuste si chiude alla vigilia del primo governo Berlusconi. Scialoja scompare e nessuno sa che fine ha fatto. Questo, narrativamente, lascia una porta aperta. Da fan sfegatato ti chiedo se hai intenzione di proseguire la saga e di aggiungere un terzo capitolo al dittico. Credo che molti dei tuoi lettori sarebbero curiosi (io lo sono prepotentemente) di un tuo sguardo sul presente (1994-2008, guarda caso i quindici anni che vedono nascere e definirsi il New Italian Epic).

C’è qualche speranza per noi aficionados assetati di pagine?

Vuoi la sincerità o la diplomazia, giovane turco? Diplomaticamente direi che ci sto pensando. Sinceramente ti dico: no, sto lavorando a una cosa completamente diversa. Il presente, se proprio ci tieni a saperlo, ma con dentro un po’ di futuro...

5) Ultima domanda, inevitabile. Nell’immediato, che bolle in pentola?

Un réportage dall’India e un graphic novel con Giuseppe Palumbo per Rizzoli. Una spy-story

scritta a quattro mani con il regista e sceneggiatore Mimmo Rafele. E una sana e (poco) robusta dieta.

mercoledì 9 luglio 2008

Ieri era il mio anniversario di matrimonio...

Il secondo, per la precisione.
Gli amici ricorderano che gran bella idea sia stata, nel clou della torrida estate 2006, quella di sposarsi l'8 di luglio e di organizzare il rinfresco in un agriturismo sperso in mezzo alle risaie.
Senza condizionatori nè zanzariere...
Ieri io e la mia mia mogliettina ci siamo presi una giornata per festeggiare e siamo stati a vedere questa mostra. Più che la mostra, ho gradito tantissimo il documentario che, a metà dell'esposizione, girava in loop. Mi è venuta voglia di scrivere della Vienna dei primi del Novecento, dove l'industria del porno era più fiorente di quella dell'abbigliamento e dove girava più coca che a casa di Sam Giancana (Freud stesso ne inalava quantità sufficienti a stendere un pony).
Dopo la mostra, ci siamo sfamati qui. La strada per raggiungere il posto è invisibile a qualunque navigatore. Ma se mai riuscirete ad arrivarci, conoscerete inusitate prelibatezze. Tipo l'ossobuco col risotto. Magnifico.
Tra le varie cosucce che ho donato a mia moglie in occasione dell'anniversario (facendomi estrema violenza), c'è anche il libro di Giordano.
E' inutile ficcare la testa sotto la sabbia. Prima o poi dovremo parlarne.
Statevi bbuono e godetevi il fresco.

mercoledì 2 luglio 2008

La calata del bolognese: Wu Ming 4 live in Milan. C’era anche il Sarassone

Giornata deja vu quella di ieri. Per luoghi ed orari, innanzitutto.

Alle 18.30 andava in scena la prima (e unica) data milanese del tour di presentazioni di STELLA DEL MATTINO, il romanzo solista di Wu Ming 4. Il luogo (e l’orario) erano gli stessi della presentazione di Al diavul, il romanzo di Bertante uscito di recente per Marsilio. L’altra volta a introdurre l’autore c’erano due leggente viventi: Genna e Scurati.

A questo giro, per una curiosa legge del contrappasso, a presentare Federico Guglielmi (WM4) proprio Alessandro Bertante, in compagnia di Luca Crovi, deus ex machina di Tutti i colori del giallo.

Potevo forse perdermi una ficata del genere? Assolutamente no.

Ed ecco che all’alba delle cinque meno un quarto del pomeriggio mi ritrovo a girare come un pazzo nei dintorni della stazione di Novara, in cerca di un parcheggio che non c’è.

Trenta gradi all’ombra e cinque minuti alla partenza del treno mi convincono a lasciare la vettura in zona disco orario: tecnicamente la mia sosta sarebbe dovuta durare mezz’ora.

In pratica la macchina ce l’ho lasciata fino all’una e mezza di notte.

Salto trafelato sul convoglio, smadonnando per la multa che certamente troverò al mio ritorno, e nel contempo fibrillando per lo show che sto andando a godermi.

I presupposti per un vero spettacolo ci sono tutti: la sera prima mi ero scambiato qualche sms con Giuseppe Genna e il maestro mi aveva confermato che ci sarebbe stato anche lui (dal momento che WM4 avrebbe dormito a casa sua). Con buona probabilità ci sarebbero stati anche Eva e Franco Mattes, gli 01.org, ormai di stanza a Milano da dieci giorni dopo un lungo peregrinare tra New York e l’Olanda (avevo avuto la soffiata con un giro di mail, ma non ero sicuro che li avrei beccati).

E poi figurati: alle presentazioni dei Ming c’è sempre il pienone. Vuoi che se fanno una cosa a Milano non ci sarà il gotha della scrittura meneghina?

Arrivo in Centrale, faccio il biglietto di ritorno, compro due ticket per il metrò.

Siccome sono un vero cittadino del mondo, non ho certo bisogno della mappa per orientarmi nella giungla metropolitana milanese. E quindi monto sul primo treno in arrivo, cambio a Cadorna e finisco in un posto che non c’entra una mazza con quello in cui sarei dovuto andare.

Fermata Buonarroti; sarei dovuto scendere a Wagner.

Oddio, non è che ci sia questa distanza abissale da Piazza Wagner a Viale Buonarroti.

Solo che io devo andare in Piazza Piemonte, porcaccia la pupazza.

Allora mi affido all’istinto e percorro cinquecento metri buoni sudando ogni traccia di sali minerali presenti nel mio corpaccione sulla camicia azzurra (anche tu, però… c’è da camminare e metti la camicia azzurra?).

Arrivo a un’edicola, chiedo delucidazioni all’edicolante simpatico come un dito in un occhio e quello m’illumina su una verità incontrovertibile: se avessi camminato per mezzo minuto dalla fermata nella direzione opposta sarei già arrivato da un pezzo.

Ringrazio e riprendo a correre. A rebour.

Sei e trentacinque, qui finisce che mi perdo l’inizio.

La Feltrinelli, finalmente.

Io assomiglio al cassiere della pubblicità del Till – flai, ma mi faccio coraggio e mi precipito all’interno.

Ci sono tutti, ma proprio tutti.

Crovi, Bertante, Biondillo, Genna, gli 01.org, il mio amico Antonio Talia (che scrive per UWS e vive a Pechino, ma guarda caso è in Italia e ha fatto un salto)...

Pare sia passato anche il Paolino Roversi ma io non l’ho visto.

E poi c’è lui, mr. Wu Ming 4.

Ora, un attimo di attenzione, prego.

Chi mi legge da un po’ sa perfettamente che tipo di ammirazione nutra per il collettivo bolognese.

L’ho scritto ovunque, persino nel mio libro: senza i Wu Ming, Genna ed Evangelisti, io non avrei nemmeno pensato di fare questo mestiere.

Ora, però, con Genna ed Evangelisti l’empasse del vis à vis è stato minore: in rete circolavano foto loro. E da qualche parte si potevano recuperare anche dei clip audio.

Una mezza idea di chi mi sarei – fisicamente – trovato davanti me l’ero fatta.

Coi Wu Ming, you know, la cosa non è possibile. Non si fanno fotografare e, se pure ogni tanto capita di sentirli alla radio, è difficile immaginarsi una faccia col solo ausilio della voce.

Bene, io non posso dire nulla dei numeri 1,2,3 e 5 del collettivo bolognese, dal momento che non li ho mai incontrati. Ma per quanto riguarda Federico, vi posso assicurare che vale quello che dice Guccini a proposito del macchinista ferroviere della Locomotiva: “gli eroi son tutti giovani e belli”.

Federico Guglielmo è alto, bello e preparatissimo.

E se ora sta leggendo queste righe, ci metto dei soldi che mi sta dando del busone.

Credetemi, è davvero così (nel senso che lui è un bell’uomo, non che io sono un busone. Eccheccazzo!)

A testimonianza del fatto, il nugolo di lettrici e fan che l’hanno circondato non appena si son spenti i microfoni.

Durante la presentazione si parla di New Italian Epic, di mitopoiesi, di eroi caduti.

Io chiedo se si sia reso conto del percorso compiuto da Q a Stella del mattino, dell’evoluzione della mitologia wuminghiana, e Federico mi risponde che il concetto stesso di eroe è cambiato in nove anni e molte pagine.

Il capitano Gert dal Pozzo era, bene o male, il last man standing degli hard-boiled, dei western. Lawrence, in SdM, è qualcosa di più, qualcos’altro. Non è solo un sopravvissuto. Finisce per diventare persino l’antagonista di se stesso. Del proprio mito.

Io intasco la risposta e penso che questi ragazzi hanno davvero lasciato il segno nella storia della letteratura.

A bocce ferme agguanto una birra, mi metto diligentemente in coda per scroccare l’autografo e dono a WM4 i primi due numeri di UWS.

Lo spaccio di UWS prosegue: uno a Crovi, uno a Antonio, uno agli 01.org… Finiti! In un battibaleno.

Ancora qualche minuto di cazzeggio (una chiamata a casa alla mogliettina e un’altra al mio amico Luca, che ha dato buca alla serata ma è giustificato: è uscito con una bella ragazza. Ubi maior…) e poi si va a cena.

Ci si ritrova tra pochi intimi. Stesso ristorante dell’altra volta (in zona conosciamo solo quello), formazione leggermente mutata: Genna, Bertante e WM4 tre punte assolute, Eva (un’amica di Alessandro e Giuseppe) a centrocampo; il Sarassone tra i pali.

Pizza al crudo, birra media, caffè e grappa.

Atmosfera rilassatissima e discorsi da paura: ancora si tira in mezzo il NIE (giustamente), si discute di Nancy Nicholson, del romanzo di Lucarelli (che si chiamerebbe L’ottava vibrazione, ma che tutti iniziano a chiamare La quinta vibrazione vai a sapere perché. E La quinta vibrazione rimane…) e di Al diavul.

E più ascolto quello che hanno da dire i ragazzi, più mi rendo conto di che libro della Madonna abbia scritto Bertante.

A proposito, leggetelo. Che poi ne parliamo.

Conto, sigaretta, abbracci e strette di mano.

Sono le undici e mezza, gli 01.org chiamano sul cellulare di Federico: “Abbiamo appena buttato la pasta. Siamo da amici, ci raggiungete?”.

WM4 sorride: “Gli artisti…”

Non ho idea se il gruppo vada a farsi lo spago di mezzanotte; io monto sul metrò e prima dell’una e venti sono a casa.

Felice come una Pasqua.

Un’ombra di tristezza mi attraversa quando lumo la mia macchinina abbandonata nel parcheggio temporaneo.

Mi avran fatto la multa. Di fisso.

Beh, chi se ne frega? È stata una serata magnifica.

Arrivo trafelato allo sportello: spizzo il lunotto anteriore, quello posteriore.

Nisba. Nada. Niente di niente.

I vigili mi hanno graziato.

Davvero una serata speciale.

Una di quelle che non ti scordi più.

lunedì 30 giugno 2008

Matrimoni live in Orbetello: microcronaca di una tre giorni festosa e massacrante

Appena tornato dalla Toscana, con un bel po’ di chilometri sulle spalle e addosso ancora i segni (leggera insolazione, tanta stanchezza e molta felicità) di una trasferta strepitosa.

Sveglia assolutamente folle alle 5.30 di sabato. Colpa del caldo più che della tabella di marcia. Mia moglie ancora in forse sul da farsi (Vengo? Non vengo? Se proprio non riesco a liberarmi dagli impegni, ti raggiungo in treno), valigie già pronte e una gran voglia di partire.

Alle sei e un quarto sono già in macchina, sprovvisto di consorte, ma una gran voglia di mare.

Si viaggia bene fin dopo Genova, quando i crampi della fame mi dicono che è ora di fare colazione (ero partito digiuno, proprio non ce la faccio a ingurgitare alcunché prima delle sette del mattino). Sosta al primo autogrill in Versilia: Camogli, caffè (abbinamento hard-core, me ne rendo conto…), pipì, Marlboro e si riparte, ché il mare è vicino ed è meglio spicciarsi.

Arrivo in via Mura di Ponente 9 (Orbetello, che te lo dico a fare?), alla sede della Effequ, poco prima di mezzogiorno.

Fernando Quatraro mi accoglie a braccia aperte, sua nipote Carmilla (nemmeno due anni, stella…) meno: prima sussurra all’orecchio del nonno “Dumbo”, indicandomi furibonda. Poi mi avvicino e inizia a piangere.

Colpa della barba che non c’è più (venerdì sera mi sono rasato modello “cul di bimbo”, dimostro dieci anni meno e dieci chili more), mi dico io. “Vai a sapere, le creature son così…”, controbatte il saggio Nonno Nando. Fatto sta che io e la piccola non recupereremo fino a sera.

Alle Granatine (storico bar orbetellano) ci aspetta Luca Bortolazzi, autore effequ (è suo Föhn, noir tutto d’un pezzo che si legge tutto d’un fiato). Il suo romanzo aprirà la triplice presentazione toscana (oltre a Matrimoni andrà in scena anche Strada India, un bel reportage di un viaggio di trent’anni fa in un paese folle e meraviglioso) e Fernando vuole mostrargli in anteprima il “luogo del delitto”. Si beve insieme qualcosa: Bortolazzi, astuto, ordina una cedrata. Io e il sapido Quatraro una bella birretta fresca, che inziamo a sudare da ogni poro già dopo il primo sorso. La temperatura è inclemente: il termometro segna +34.

Finita la birra si fa un salto al Circolo del Bridge e Nando spiega a Luca come si svolgerà la serata.

Io mi ambiento e intanto scambio accorati sms con la mia dolce metà (Guarda che arrivo. Prendo il treno alle due e mezza e alle nove son lì. E vai!).

Ora di pranzo, congediamo il collega noirista e voliamo a casa, dove Susanna (la splendida moglie di Fernando) ha già allestito un succulento banchetto. Mi stende con una doppia razione di pasta al pesce e una fetta di polpettone. Il tutto condito da un Primitivo del Salento che levati.

Il Primitivo fa 13 gradi, io son in piedi dalle 5.30: l’artimetica mi consiglia di coricarmi una mezz’ora.

Così faccio, perdendo la cognizione del tempo e risvegliandomi solo alle cinque del pomeriggio.

Mi rialzò a fatica dal giaciglio gentilmente offerto dalla famiglia Quatraro e mi rendo conto di un paio di verità assolute:

- Sulle Ferrovie dello Stato puoi sempre contare (mia moglie viaggia con un ritardo di trenta minuti. Me lo fa sapere, accorata, via cellulare)

- Ho bisogno urgente di una doccia.

Provvedo a rendermi vagamente presentabile, indosso dei bermuda e una polo a strisce che mi rendono molto simile a un clown kirghiso in vacanza alle Hawaii e corro da Fernando.

Ora arriva la parte peggiore: c’è da montare l’impianto audio per la sera. E il caldo non molla.

Arrivano anche Patrizia, la sorella di Fernando, e la sua amica di cui ho scordato il nome (sorry, l’unico neurone di casa Sarasso è assai provato dalle temperature tropicali) e poi a cannone Federico (il secondogenito made in Effequ) e l’ottimo Andrea De Murtas. Ora siamo in sei, il lavoro pare un pelo più leggero, ma ci si mette lo stesso una vita a portarlo a termine. All’alba delle sette siamo stremati, l’ambaradan è montato e noi abbiamo un gran bisogno di una birra. Ne ordiniamo sei (che sei siamo, del resto) e le trinchiamo a garganella.

Sette e mezza, un quarto alle otto. Il ritardo del treno di mia moglie peggiora di chilometro in chilometro.

Sarei dovuto andare a prenderla a Orbetello Scalo alle 21.00 (proprio l’ora d’inizio della presentazione), ma mi sa che arriverà ben oltre l’orario stabilito.

Da buon piemontese torno a casa, mi sciacquo, mi cambio (e continuo a sudare) e parto per tempo.

La stazione dista appena tre chilometri da dove alloggio, ma sono ossessionato dall’idea di arrivare tardi.

Morale: mi ritrovo solo come un tordo sul binario 3, a farmi divorare dai moscerini. La presentazione parte senza di me. Io attendo, fumo e leggo un bel 60 pagine di Pan di Francesco Dimitri (libro della Madonna, tra l’altro).

Finalmente Ella arriva. E via di corsa verso lo show.

Giungiamo a destinazione che Bortolazzi ha già parlato, Ivonne Boscaino (una delle autrici di Matrimoni che ha l’onere di presentare la raccolta, in teoria coadiuvata dal sottoscritto, in pratica sola soletta, visto che il sottoscritto è vittima delle terribili FFSS) ha quasi concluso ed è praticamente ora di Strada India.

Insomma, c’è poco da girarci attorno: ho perso la presentazione. Io mi rammarico e agguanto un bicchiere di rosso ghiacciato. L’ottimo pubblico toscano, invece di prendersela come sarebbe legittimo per la mia assenza, mi applaude dandomi il benvenuto. Gente meravigliosa.

Allora mi rammarico meno e approfitto del gustoso buffet. Altrettanto fa mia moglie, digiuna più o meno da Varazze, ossia dal primo pomeriggio (e son le dieci passate).

Strada India è introdotto da uno splendido booktrailer (tra un po’ sarà su Youtube e vi segnalerò il link, promesso).

La presentazione è frizzante, il pubblico caldo e strepitoso, ma il meglio viene quando si chiudono i microfoni e si molla il palco.

Incontro amici e lettori che non vedo da tempo, chiacchieriamo dei movimenti operai orbetellani dei Settanta, dell’India, delle canne, di Berlinguer e del web 2.0.

A un tratto la folla si fa silente, ché il microfono è di nuovo preso, e c’è qualcheduno che strimpella una chitarra. Due giri di do e Francesco (Quatraro, l’altro figlio di Fernando e Susanna) attacca LA LOCOMOTIVA di Guccini. Alla voce: l’eclettico, insuperabile, Fernando.

Il repertorio si fa incandescente, si alternano pezzi della tradizione napoletana a vecchi canti di lotta.

Si suona, si beve e si balla fino alle due di notte.

Ma anche quando i padroni del Circolo ci cacciano, la festa non s’assopisce.

Sul terrazzo di casa Quatraro le chitarre e le voci dicono la loro fin quasi all’alba. Quando tutti, stremati, decidiamo di coricarci.

Esausti e felici.

Il giorno dopo non può reggere il confronto con quello appena trascorso. Nonostante la gita al mare (e la conseguente insolazione che tormenterà la mia epidermide per i giorni a venire), la cena da Ovosodo e il gelato della Glacia. Si torna a casa presto, si vede la Spagna diventar campione d’Europa.

E si gioisce. Ché i tedeschi davvero non li tifa nessuno, e dopotutto Zapatero è un brav’uomo e i ragazzi indossano una maglia rosso fuoco.

Prima di coricarmi (presto) penso di assomigliare, ora che mi son tagliato la barba, un poco a Platini.

Credo che la farò ricrescere immediatamente.

L’indomani (ossia oggi) sveglia presto e subito in viaggio.

Nessun inghippo durante la strada (a parte una Rustichella gelata e costosissima nel medesimo autogrill dell’andata). Alle 16.30 siam di nuovo pronti per il caldo novarese.

E per tutta l’estate sogneremo il mare e la gente d’Orbetello.

venerdì 27 giugno 2008

Domani (sabato) vado a Orbetello. Torno lunedì (sera)

No, ve lo dico casomai mi cercaste e non mi trovaste...
La scusa è professionale: domani sera (sabato 28 giugno), alle 21, presso il Circolo del Bridge di Orbetello si presenta Matrimoni.
In realtà io e la mia dolce metà cogliamo l'occasione per due giorni marini, ospiti del sempre generoso Fernando (Quatraro, l'editore Effequ).
Gli unici due (e mezzo, va...) di tutta l'estate, mi sa.
Quando sarò a mollo nel Tirreno vi penserò intensamente, promesso.
Ci si sente al ritorno.