DA DOVE VENGO IO - CENT'ANNI vol.1

lunedì 14 luglio 2008

Sarasso vs De Cataldo: un'intervista per MilanoNera

Per chi se la fosse persa, ecco l'intervista del vostro scrittore over 100 preferito a uno dei big del panorama noir: Giancarlo De Cataldo.
Il pezzo è uno degli articoli di copertina del secondo numero di MILANONERA WEB PRESS, il nuovo free press giallo-noir diretto dal mio amico Paolo Roversi e scaricabile gratuitamente qui.
Buona lettura!

A pochi giorni dall’uscita dell’antologia Crimini Italiani (Einaudi, 2008, a cura sua, ça va sans dire) riesco a fare due parole col vero maestro della letteratura criminale. Tra il serio e il faceto, tra nomignoli e toni rilassati, si parla di New Italian Epic, alta montagna e persino di dieta.

Domande a raffica, risposte taglienti.

1) Il saggio di Roberto Bui (WM1) sul New Italian Epic ha finalmente dato forma teorica al lavoro di una generazione di scrittori che ha stravolto il modo di narrare del BelPaese. Tu, che di questa generazione sei uno degli esponenti illustri, all’epica ci sei arrivato tardi, con Romanzo Criminale prima e poi col superbo Nelle mani giuste. Come si è evoluta la tua scrittura in questo senso? Quando e perché hai sentito la necessità di dare un respiro diverso alle tue storie criminali? Com’è nata l’esigenza (per citare un tuo articolo recentemente apparso su Repubblica) di “sporcarsi le mani”, di narrare il marcio del paese, di andare alle radici del lato oscuro della nostra storia recente?

L’idea di Romanzo Criminale, in germe, risale al 1996. Scrissi un capitolo – che poi nel romanzo divenne Il Funerale del Dandi – e lo pubblicai sullo Straniero, la rivista diretta da Goffredo Fofi. Il libro fu dunque frutto di una lunga gestazione, visto che uscì nel 2002. L’evoluzione della scrittura è un dato comune a tutti gli scrittori più o meno citati da Roberto Bui (e anche da me). Si inizia con un genere, si prendono le misure dei suoi limiti, se ne estrae il succo, e poi lo si distilla innestandolo, come un feconda contaminazione, in altri generi. “Epico” è un racconto corale, a suo modo eroico, che veda la centralità del rapporto fra l’individuo e la storia del proprio tempo (o anche di quello passato, ma comunque in relazione con l’individuo). Da questo punto di vista, esiste in Italia una grande tradizione, che ha attraversato il Risorgimento, la letteratura postunitaria, la letteratura dell’Italia Umbertina, poi il Fascismo (almeno sino a Silone e Alvaro), la Resistenza e il boom (da Calvino, a Moravia, a Bianciardi, a Pasolini). Poi, dopo la morte di Pasolini, tutto si è fermato, in apparenza, solo in apparenza. L’epica è trasmigrata nel genere, è stata scacciata dal salotto buono, termini come intellettuale o impegno sono diventati odiosi, lo scrivano postmoderno è diventato esperto di moda, di sport, di vini e cocktail, s’è seduto al bar della Pace di Roma (o all’equivalente di San Babila o di Brera o di San Petronio) e ha cominciato a teorizzare, con molta ironia e un grande cinismo di fondo, sul proprio ombelico. Intanto, l’Italia sta marcendo sotto gli occhi di tutti. E questo non può lasciarci indifferenti, non credi?

2) Dalla pubblicazione di Crimini (Einaudi, 2004), la prima antologia “nera” che hai curato, all’uscita del recente Crimini Italiani (Einuadi, 2008) sono passati quattro anni. Come è cambiato Il modo di rapportarsi dei maggiori narratori italiani alla crime-novel? E come è mutato (se è mutato) il tuo approccio alla “regia” di queste opere corali?

Il giallo italiano, ha ragione Carlotto, è tornato a rassicurare e a immergerci in un’atmosfera anni Cinquanta, un po’ da fiction. Il noir è ormai una formula per dire che stiamo parlando di tutt’altro, ma usiamo ancora la chiave criminale per comprendere questo altro (o almeno per cercare di intaccarne la complessità). Crimini Italiani è un’antologia più matura e consapevole, che fotografa il nostro modo di vedere l’Italia di oggi: chi con nostalgia, chi con rabbia, chi cercando la fuga nel delirio, chi aggrappandosi all’illusione che qualche eroe vagabondo e solitario, a questo sporco mondo, esista ancora. La regia ha segnato due défaillance perché ho perso, per mia colpa, Camilleri e Ammaniti, e me ne rammarico... scherzi a parte, non sono stato capace di convincerli a darmi un altro racconto, e dunque mea culpa. Ma abbiamo nuovi e formidabili acquisti, ancora una volta tutti uomini, e quindi anche di questo mi assumo ogni responsabilità. Che vuoi che ti dica? E’ un po’ un a questione di feeling, un po’ di professionismo, molto di comunanza e rapidità negli scambi... se avessi avuto carta bianca, avrei realizzato un volume alto il doppio, perché di scrittori bravi e interessanti esclusi ce ne sono, eccome. Ma spero che alla fine, in un ipotetico giudizio, la bilancia finisca col pendere dalla nostra parte... su una cosa sola siamo rimasti irremovibili: abbiamo deciso di completare il giro d’Italia del crimine occupandoci delle regioni e città non trattate da Crimini. Ma a parte questo, ogni scrittore è libero di scrivere quello che gli pare. E i temi si raccolgono alla fine, non si impongono prima.

3) Ancora su Crimini Italiani. Domanda impertinente e curiosetta, te lo dico subito.

Il tuo racconto, Neve sporca, è ambientato a Courmayeur. La stessa Courmayeur in cui sei stato incoronato, nel giro di pochi anni, indiscusso signore del noir vincendo il prestigioso Premio Scerbanenco e la sua edizione Super (quella riservata ai precedenti vincitori del titolo).

La doppia “incoronazione” c’entra qualcosa con la scelta della location per il racconto o si tratta di pura casualità?

No, nessun caso... La storia è ambientata a Courmayeur per omaggio e tributo a una capitale del noir italiano... per riconoscenza allo Scerbanenco... e perché è un posto emblematico di tante contraddizioni italiane: pensa che agiscono dei commercialisti bastardi, un ex-galeotto eroe, ragazzi sbandati, un carabiniere locale molto più saggio del segugio antidroga inviato da Roma e tanta, tanta neve. In tutti i sensi.

4) Nelle mani giuste si chiude alla vigilia del primo governo Berlusconi. Scialoja scompare e nessuno sa che fine ha fatto. Questo, narrativamente, lascia una porta aperta. Da fan sfegatato ti chiedo se hai intenzione di proseguire la saga e di aggiungere un terzo capitolo al dittico. Credo che molti dei tuoi lettori sarebbero curiosi (io lo sono prepotentemente) di un tuo sguardo sul presente (1994-2008, guarda caso i quindici anni che vedono nascere e definirsi il New Italian Epic).

C’è qualche speranza per noi aficionados assetati di pagine?

Vuoi la sincerità o la diplomazia, giovane turco? Diplomaticamente direi che ci sto pensando. Sinceramente ti dico: no, sto lavorando a una cosa completamente diversa. Il presente, se proprio ci tieni a saperlo, ma con dentro un po’ di futuro...

5) Ultima domanda, inevitabile. Nell’immediato, che bolle in pentola?

Un réportage dall’India e un graphic novel con Giuseppe Palumbo per Rizzoli. Una spy-story

scritta a quattro mani con il regista e sceneggiatore Mimmo Rafele. E una sana e (poco) robusta dieta.

3 commenti:

sergio ha detto...

ciao. bella intervista. curiosamente anche io ho intervistato De Cataldo nello stesso periodo. ti lascio il link del mio blog. a presto. sergio.
http://sergiopaoli.splinder.com/post/17862064/Conversazione+con+Giancarlo+De

Simone Sarasso ha detto...

@Sergio: ma sai che ero già capitato dalle tue parti e l'avevo letta?
Complimenti vivissimi!

Anonimo ha detto...

Perche non:)