DA DOVE VENGO IO - CENT'ANNI vol.1

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martedì 5 aprile 2011

Una buona notizia e una cattiva. Prima la buona...

La buona notizia è che ho letto un libro favoloso.

E' uscito quasi un mese fa, in giro l'avrete visto senz'altro: in libreria, o sul paginone di qualche quotidiano. S'intitola MILANO CRIMINALE e l'ha scritto il mio amico Paolo Roversi.
E' uno di quei libri così fottutamente riusciti che avrei voluto scriverlo io, lo dico subito.
E' un libro che ho atteso tanto, sul quale avevo davvero un sacco di aspettative. Io e l'autore, l'ho scritto due righe fa, siamo amici. Ma siamo anche colleghi, con un percorso narrativo molto simile: abbiamo mosso insieme i primi passi nell'editoria nazionale occupandoci di temi affini (giallo Roversi, noir e storia io) e spesso le nostre strade si sono incrociate: vuoi per collaborazioni comuni (festival, incontri letterari, presentazioni. Paolo è stato il primo in assoluto a presentare Confine di Stato: nella gloriosa Libreria del Giallo di Madame Tecla. Correva l'anno del signore 2007), vuoi per coincidenze tematiche.
Proprio quest'ultima convergenza è il motore dell'attesa maturata dal sottoscritto intorno a MILANO CRIMINALE.
Ma andiamo con ordine: nel suo terzultimo romanzo, il quarto del ciclo di Radeschi, L'UOMO DELLA PIANURA (Mursia, 2009), Roversi per la prima volta si è occupato di un cattivo come si deve e lo ha fatto parlare in prima persona. Il suo Hurricane, il killer con un passato da bandito, cresciuto a San Vittore e fattosi le ossa per le strade della Milano dei Settanta, ha una parentela dichiarata con Vallanzasca e Turatello. Molte parti della sua vita passata assomigliano palesemente a quelle dei re del crimine meneghini degli Anni di Piombo.
La creazione di quel personaggio era un primo timido (riuscitissimo) tentativo di cambiare terreno di gioco. La sua scrittura, solitamente così slegata dalla storia e fieramente ancorata a fondamenta da giallista di gran classe, aveva poco a che fare con il passato. O, se andava a scavere in brutte e vecchie storie nere, non aveva troppo bisogno di un passaggio preventivo in biblioteca o in emeroteca. La fantasia e lo stile dell'autore bastavano e avanzavano.
L'UOMO DELLA PIANURA, però, ha cambiato tutto.
Quel primo sconfinamento ha acceso una miccia.
Una di quelle lunghe, per un botto coi controcazzi.
Ho fatto due conti: sono passati due anni da quando Hurricane è arrivato in libreria. Due anni in cui Roversi (uno scrittore da un paio di libri l'anno, per chi non lo conoscesse: uno che a vomitar battute alla tastiera tiene testa al sottoscritto senza fatica) ha pubblicato un solo titolo: PESCEMANGIACANE, un noir di ecomafia uscito per VERDENERO di Edizioni Ambiente. Chi conosce la collana sa che in genere i volumi non superano un certo numero di pagine. Sono storie brevi e taglienti, che sputano in faccia al lettore la verità sul malambiente e gli ecocrimini.
Duecentomila battute in due anni? Non è da Roversi.
Sicuramente sta lavorando a qualcosa di grosso... Così si saranno detti i suoi lettori in quei ventiquattro mesi trascorsi dall'uscita di L'UOMO DELLA PIANURA a un mese fa.
Avevano ragione.
Cambio di editore (da Mursia a Rizzoli), cambio di personaggi (spedito in panchina il buon Radeschi e sfoderati due character nuovi di zecca: uno sbirro testa dura e un bandito coi coglioni), sguardo coraggioso e corale su un periodo storico difficilissimo e poco indagato dalla letteratura di genere (Gli anni Sessanta, gli anni del boom e della rivoluzione), Roversi ha calato l'asso: MILANO CRIMINALE è il romanzo definitivo sulla ligera e sul crimine meneghino d'inizio anni Settanta.
La trama, in breve.
Poi i tanti pregi e pochi (pochissimi) difetti.
27 febbraio 1958: in via Osoppo, nel cuore popolare della periferia meneghina, ha luogo la Rapina del Secolo. Un assalto a un furgone portavalori messo a segno con strategia militare e sangue freddo cambierà per sempre il modo di delinquere nel nostro Paese.
Al noto fatto di cronaca (cui anch'io, anni fa, dedicai un racconto. Un Sentiero di Seth, uno spin-off del romanzo d'esordio di KAI ZEN, La strategia dell'Ariete) assistono due sbarbati: Antonio Santi e Roberto Vandelli. Entrambi, quel giorno - testimoni oculari della oscena e meravigliosa potenza del crimine - scelgono cosa faranno da grandi: il primo sarà uno poliziotto. Il secondo consacrerà la sua vita alle "dure". Lo sbirro e il delinquente, destinati a rincorrersi per quasi due decenni attraverso le pagine d'un romanzo portentoso.
Un libro che è la storia di due carriere (pulotto e durista), che tira in ballo l'archetipo per eccellenza (buono vs cattivo), ma che, soprattutto, spalanca una finestra sulla MILANO CRIMINALE degli anni ruggenti. Il grande pregio della narrazione di Roversi è quello di non stringere troppo il focus sui protagonisti, di lasciarli crescere coi tempi giusti, mentre il piombo dei Re della Rapina intorno a loro trasforma la patria del panettone in un nuova Chicago Anni '30. Banditi mitici come Leandro Lampis, il Solista del Mitra (chiaramente ispirato a Luciano Lutring) o batterie di rapinatori leggendari come La Banda Cavalieri - capitanata dal Bandito dai denti di Lupo (la ben nota Banda Cavallero, nata nei bassifondi di Torino e presto trasferitasi all'ombra della Madunina) - rubano la scena con colpi grandiosi e vite vissute al massimo tra puttane, champagne e auto di lusso. Si levano di torno solo quando i nostri due ragazzi sono abbastanza grandicelli per fare da soli: è allora che il giuoco comincia a farsi tosto sul serio. Santi, dopo un breve e intenso apprendistato inseguendo i migliori duristi in circolazione appresso al senior-sbirro Nicolosi, si ritrova a dividere la vita tra le botte in testa agli insorti in università, una moglie comunista da gestire e un nuovo tipo di criminalità troppo difficile da inquadrare.
A bordo del treno dei Nuovi della Mala, che viaggia a mille all'ora e non ha rispetto per nessuno, c'è invece Vandelli, che spaccata dopo spaccata, sgobbo dopo gobbo, inventa una maniera mai vista prima di essere criminali: giovane, sfacciato e imprendibile, il bandito ragazzino insegna al mondo di cosa è capace la sua micidiale batteria.
E mentre i ragazzi, ai lati opposti della barricata, diventano uomini, il mondo intorno a loro gira impazzito: si passa dai dischi di Buscaglione a quelli Celentano e degli Stones, i milanesi viaggiano per la prima volta in metrò, le donne e i compagni scendono in piazza a gridare che siam tutti uguali e l'uomo - nel frattempo - va sulla luna; esplode la bomba in Piazza Fontana, l'Italia entra nella storia del calcio mandando a casa la Germania per 4 a 3 e le strade si riempiono del sangue degli innocenti.
C'è la Storia, quella con la S maiuscola, in mezzo alle storie perfette del delinquentello cresciuto alla Comasina e dello sbirro di via Osoppo.
Di pregi, in questo libro, ce ne sono tanti: primo fra tutti, la leggerezza. MILANO CRIMINALE, un bel tomo da 400 e fischia pagine, scorre alla velocità della luce. E, lasciate che ve lo dica, scrivere un romanzo mondo del genere - con tutta la documentazione che questo lavoro comporta - e renderlo leggero come una piuma, non è un cazzo semplice.
Io lo so come vanno queste cose: ho passato un sacco di tempo in mezzo ai libri e ai giornali di quarant'anni fa per scrivere SETTANTA. Le storie ti entrano sottopelle ed è un attimo perdere la brocca. Tutto quell'universo ti esplode in faccia, prende il controllo dei tuoi personaggi, li trasporta in situazioni impreviste. E, mentre lo fa, tutto rimane faticosamente dominabile, perchè ci sono un sacco di informazioni, di particolari, dettagli, flash e domande (Un sacco di domande: chi diavolo era primo in classifica nel '71? Come si chiamava il capitano del Milan nel '64? E il ministro dell'agricoltura? E Mike Bongiorno che cacchio di trasmissione faceva nel '75? E la signora Longari? Mi è caduta sull'uccello è prima o dopo Piazza Fontana?).
Ribadisco: già stringere le briglia di due o più storyline non è uno scherzo. Se poi le linee narrative devono essere immerse in un preciso contesto storico, il bordello è doppio. Perchè è proprio al clou della scena d'azione, al top di quella romantica oppure nel bel mezzo di quel dialogo fondamentale per la comprensione della complicata architettura del romanzo, che quella fottuta vocina nella testa si mette a urlare: PIU' PARTICOLARI! PIU' CRONACA! PIU' AMBIENTAZIONE! PIU' COSTUME! SE NO NON SEI CREDIBILE!
SE NO NON SEI CREDIBILE!
E allora, vacca merla, ti tocca mollar giù tutto e andare a scartabellare gli appunti per vedere che combinava il Mike nazionale e sbatterlo in sottofondo, nella tv accesa nel salotto dove i tuoi personaggi discutono (ma la TV era già a colori? No no, i colori arrivano dopo il '79... caaazzo...).
Un vero strazio. Ma è la parte del gioco che lo rende così fico.
Alla fine, tutti se ne accorgono che è molto più cool che il tuo personaggio dica: "Sbattitelo in culo quel ferro, sbirro!" dopo aver fumato una Muratti e aver ascoltato Se mi lasci non vale al jukebox a gettoni. Se l'avesse sbattuta lì a muso duro, quella frase da brillantone anni Novanta MADE IN QUENTIN TARANTINO, i lettori avrebbero subito puntato il dito esclamando: "Ma che c'azzecca? Mica si parlava così, allora..."
Ora, invece, grazie alla Muratti e alla voce del caro vecchio Julio, il pubblico si sente in diritto di esclamare: "Che ficata! Anche allora si parlava sporco! Com'è moderno questo diavolo d'un libro!"
Funziona così.
Per fare un buon romanzo storico, la Storia la devi studiare, impastare, schiacciare e pressare come le patate nello schiacciapatate. Poi sentiti libero di aggiungere uova (i tuoi personaggi, la tua storia) e un pizzico di farina (quello che i critici dei giornali chiamano stile), ma sappi che alla fin fine, anche se li imbottirai di ragù (copertina, comunicazione, pubblicità, marketing) quegli gnocchi che tu chiami "Il mio romanzo storico" sapranno sempre più di patate che d'altro. Dunque vedi disceglierle con cura, quelle fottute patate.
Ci vogliono attenzione e cura per fare un buon romanzo storico.
Ma cura e attenzione non sono sufficienti per rendere il complesso d'informazioni ambientali tanto robusto da informare e rallegrare e tanto leggero da scivolare tra le righe.
Per un lavoro del genere ci vuole talento.
E qui, lasciate che ve lo dica, il buon Roversi ha dimostrato di averne a pacchi.
La maturazione iniziata con L'UOMO DELLA PIANURA è finalmente venuta a compimento. Mi auguro (da lettore) e gli auguro (da scrittore) una lunga serie di romanzi del calibro di MILANO CRIMINALE. Delizia per le nostre librerie.
Orgoglio per la sua hall of fame.
Ok, direte voialtri là fuori, abbiamo capito che ti è piaciuto.
Ma 'sto benedetto libro è proprio senza difetti?
No, per carità. American Tabloid è perfetto.
Il Pendolo di Foucault
è perfetto.
Q
è perfetto.
Romanzo criminale, cazzo: quello sì che è perfetto.
Questo romanzo non è perfetto.
Non è l'equivalente meneghino del capolavoro di De Cataldo sulla Banda della Magliana.
Però, nonostante tutto, i difetti rimangono pochissimi.
- La lingua, anzitutto. Con un titolo del genere, i dialoghi in milanese sono decisamente troppo pochi. E troppo approssimativi. Alcune scelte linguistiche riguardo alla grafia del dialetto meneghino non mi soddisfano. Ma io son fissato coi dialetti, lo sapete. (Per contro, mi piace molto l'uso disinvolto che viene fatto dei termini gergali riguardanti le rapine e il mondo della mala: niente spiegazioni. Se non un dizionario alla fine).
- Le scene di sesso potevano essere più esplicite. Ma io son fissato con le scopate pirotecniche, lo sapete.
- Il narratore è un po' troppo monocorde. Gli capita poco di frequente d'incazzarsi o incendiarsi a seconda dell'umore del personaggio di cui narra. Ma io ho letto Genna, maledetto lui. E non riesco più a togliermelo dalle testa, lo sapete.
- Infine, l'ultima parte sui serial killer a me pare di troppo. Ma forse mi sbaglio. In fin dei conti, anche quello è un nuovo modo di intepretare il crimine.
Per il resto, siore e siori, godimento puro.

Ricapitolando: è uscito un romanzo strepitoso. E ho avuto la fortuna di leggerlo poco dopo il suo arrivo in libreria. Sabato prossimo, 9 aprile, avrò anche il piacere di presentarlo nella mia città, Novara, alla Libreria Lazzarelli, in Via Fratelli Rosselli 45 (In centro, Portici Teatro Coccia) alle ore 17.30 in compagnia dell'autore.

E questa era la buona notizia.
La cattiva è che per poco non ho rischiato di giocarmi tutto: libro e presentazione.
Già, domenica scorsa sono finito in ospedale. E ne sono uscito solo oggi.

Una storiaccia. Ma non voglio annoiarvi, per cui sarò breve.
Vi dico solo che in questa brutta storia c'entrano le mie vecchie maledette tonsille. Un medico della mutua docile e incompetente. Un po' di strapazzo lavorativo. E la fottuta macchina burocratico sanitaria italica.
Special guest star: l'art director della più prestigosa discotesca del circondario.
Ma andiamo con ordine.
Sto male da tre settimane. mal di gola, ma niente che mi butti giù così tanto da non risucire a lavorare. Niente febbre, tanto per capirci, anche se deglutire è uno strazio e gli antibiotici fanno e non fanno. Vado dal medico giovedì scorso; lui mi dice: "Ehi, non è poi tanto male la tua gola, ragazzo! Fatti un tampone e rilassati. Quando avrai i risultati, ti darò io l'antibiotico giusto..."
Ok, nessun problema. L'indomani vado a fare il tampone e il tizio corpulento che si occupa della mia gola sentenzia secco: "Giovedì gli esiti! Ma non prima delle 17.30, eh!"
Cazzo, penso io. Mancano un sacco di giorni a giovedì (all'epoca ne mancavano sei. Oggi ne mancano ancora due, pensa te...). E se nel frattempo peggioro?
Nella testa rimbombano le parole rassicuranti di quel geniaccio del mio dutur: Ma non ti preoccupare! Rilassati! E già che ci sei, in attesa dell'antibiotico giusto, fatti queste pastigline di Sgonfia Sgonfia...
Io le pastigline di Sgonfia Sgonfia me le faccio volentieri. Tre al giorno, come dice lui.
Ma non fanno un cazzo. Poco male, penso: lui è il dottore e io non ho la febbre, per cui vado avanti a lavorare senza problemi.
Così venerdì pomeriggio inforco la Sarasso-Mobile e volo alla volta di Asti. Appuntamento in radio (Primaradio) con l'amico libraio itinerante Davide Ruffinengo. Pomeriggio di chiacchiere ai microfoni e cena in quel di Soglio. Cena con l'autore; con gli autori, in effetti. Siamo in due: io e l'ottimo Enrico Remmert. Ad accompagnarci attraverso la selezione di bolliti da dieci e lode c'è anche l'amico Davide Ferraris della libreria Therese.
Nonostante io non sia proprio in forma, la serata scivola via leggera e il pubblico presente pare apprezzare la nostra performance.
Fin qui tutto bene.
Dormo a Soglio: a metà notte mi sveglio in preda ai brividi. Una roba tipo febbre a Quaranta.
Siccome il mio medico dice di non preoccuparmi, nemmeno la misuro. Inghiotto due tachipirine e mi rificco a letto.
La mattina dopo riemergo sudatissimo e sfebbrato dalle coltri.
La gola è un inferno, ma io me ne sbatto. Tanto ho le magiche pastiglie Sgonfia Sgonfia.
Torno a casa, pomeriggio in centro con famigliola e presentazione del grande Malvaldi alla Lazzarelli. Gola malino, cena a base di sushi (un fottuto tormento).
Notte più o meno insonne.
Risveglio di domenica in puro panico: gola gigantesca, voce azzerata.
Mi sa che le merdose Sgonfia Sgonfia non fanno un cazzo...
Non c'è tanto da menarsela: vado al pronto soccorso.
Quando mi fanno passare davanti a una ragazzina che si è rotta in una gara di judo, annuso l'aria: non è buona.
Quando la dottoressa di guardia chiama la sua collega perchè non ha mai visto niente del genere, io penso: "Perchè è una sbarbata d'universitaria al terzo anno".
Quando però la sua collega con tanto di camice col nome si gratta la testa pensierosa e mi spedisce d'urgenza per un consulto in otorinolaringoiatria sono certo che si tratti di cazzi amari.
Vado su al terzo, aspetto un po'.
Poi un dottore di quelli giusti mi dice di aprire la bocca, dà un'occhiata allo scempio al posto della mia tonsilla sinistra e poi parla chiaro: "Qua tocca incidere e drenare, bello. Ti farà un male cane, ma se non lo faccio sono siamo nella merda..."
Ok, non si esprime proprio così, ma nella mia testa il suo "Signor Sarasso, l'aspirazione dell'ascesso tramite siringa e la successiva incisione col bisturi - il tutto con l'unico conforto d'un infefficace anestetico locale spray - non saranno di certo le esperienze più esaltanti della sua vita..." suona come: "Sono caaaaaaaaaaaaaaaaaazzi, amico!"
E poi è solo un'affare di sangue, pus e ferri affilati, gente.
Alla fine l'infermiera mi dice che sono stato piuttosto coraggioso a non lamentarmi.
Che lei - che ha cinquant'anni e il mestiere lo fa da venticinque - al posto mio sarebbe andata in terra lunga e tirata. Io sorrido, abbozzo un: "E' come andare dal dentista. a parte i conati di vomito..." in realtà penso: "MACHECCAAAAAZZOOOOO!!! Se il medico me l'avesse detto più di un secondo prima di entrare in azione, quello che aveva in mente per la mia gola, avrei tagliato la fottuta corda, altro che coraggio da cow boy del mio sedere.
Invece la corda non l'ho tagliata.
Loro hanno tagliato me e adesso va meglio.
Mi dicono che di tornare a casa non se ne parla. Mi tocca star dentro un paio di giorni, sotto antibiotici e a digiuno. Solo liquidi in vena: la religione della flebo.
Per la prima metà della giornata mi annoio a morte e medito la fuga.
Poi arriva un tipo geniale a tenermi compagnia.
Stesso problema, stesso trattamento. In un attimo siamo fratelli.
Non abbiamo un cazzo in comune (io rosso, grosso e scrittore; lui nero, palestrato, sportivo e art-director), ma ci intendiamo da Dio.
Due giorni a imbottirci di medicinali, mangiare un bel niente e sparar cazzate.
Discorsi assurdi: da Pennacchi a Stephen King a Lele Mora, passando per THE SOCIAL NETWORK (visto: niente male) e il culo di Belen (visto anche quello. Niente male neppure lui).
Stamattina, il verdetto: io esco. Con la promessa di tornare il 14 a farmi dare una contrallata. Se le mie tonsille non si rimettono in sesto, tocca fare ZAC! ZAC! (fa proprio così il dottore cazzuto: ZAC! ZAC! con la manina. Li mortacci sua...)
Fanculo, bambine, vedete di aprire bene le orecchie: ora noi ci s'imbottisce di roba a dovere, s'ingoia tutto quello che ha prescritto il medico e giovedì 14 si va a fare una bella figura, ok? Ho bisogno di voi: non ho nessuna intenzione di lasciarvi andare!

Al mio amico non va così di lusso: domani lo tagliano e dovrà dire addio alle sue sorelline.
(detta così sembra che siano pronti a regalargli la patente di eunuco, ma si tratta solo di tonsille. State calmi).
Il che significa due settimane di convalescenza se va bene.
Fate conto che già dopo 48 ore in ospedale entrambi davamo di matto.
A lui va tutto il mio bene. Il mio affetto e il mio sostegno.
Tieni duro e dagli addosso, mister S.
Al dottore cazzutto, alla dottoressa giovane, a quella un po' più alta in grado e persino alla tipa all'accettazione del pronto soccorso va tutta la mia gratitudine. Nice work, guys.
Al mio medico curante, un consiglio: la prossima volta, amico, ti conviene aguzzare la vista. O io finirò per arrabbiarmi sul serio. E tu, ometto, non mi hai ancora visto arrabbiato.
Alla macchina burocratica che sovrintende visite e prenotazioni sanitarie, un sonoro vatlapièntalcu (lo so, ci vorrebbe la dieresi, ma blogspot è quel che l'è...): a dar retta a loro, ci andavo in setticemia a ritirare l'esito del tampone dopodomani. E magari, dopo l'intervento, con tutta calma, potevo pure recarmi alla visita otorinolaringoiatrica prenotata per il 10 maggio, sfoggiando un bel paio di un cazzo di niente in fondo alla gola.
Insomma, gente: dovevo farvela breve e invece vi ho attaccato la pezza.
Che vi devo dire: è andata. E sono felice.
Sono vivo, più o meno.
Ma che cazzo...

lunedì 20 aprile 2009

Indovina chi viene a cena: Pennac a Novara, 19 aprile 2009


Poi dici la fatalità...
No, dico: quante probabilità ci sono che a Novara (ridente cittadina sulla Milano Torino, nota per il suo buon umore ma non certo per il suo fervore culturale) organizzino un festival internazionale con scrittori di grosso calibro (da Grossman a Sepulveda, tanto per intenderci).
Mica tante, nè? Eppure...
Mettiamo pure che ci siano dei matti che lo organizzano... ma vuoi mica che vadano proprio a invitare quel professore di Bellville che nei Novanta mi ha fatto ammattire con la saga di quella famiglia strana col cane epilettico. Che ha scritto pure quel libro coi diritti del lettore (che per la prima volta, io, dopo averli letti non mi sono più sentito in colpa a mollare lì un romanzo a metà) e mica tanto tempo fa quell'altro libro sulla scuola dove confessava che lui, asino cronico, ha finito per diventare una specie di mito per i ragazzi delle proprie classi.
Eppure...
Ok, Pennac a Novara. Non sembra vero ma è così.
Ora, dato per certo il migliaio di persone che verrà a vederlo, vuoi mica riuscire anche a farti autografare un libro?
Attendendo un'oretta al freddo, per carità, eppure...
E alla fine della giornata, dopo esserti beato delle sue parole (in una lingua che ignori, ma che di colpo diventa comprensibile, grazie all'impeccabile traduzione di quel gentiluomo d'altri tempi di Paolo Noseda), vuoi mica persino andarci a cena insieme? Questo è assurdo, fuori discussione. Decisamente un sogno matto.
Eppure...
Ma partiamo dall'inizio, che se no c'incasiniamo.
Ieri, ore 17.00 più o meno. Domenica piovosa di primavera inoltrata ma in casa Sarasso fervono i preparativi manco fosse la prima dell'esodo d'agosto. Sarassone già pronto e vestito di tutto punto alle 16.30, gatta impazzita che corre e salta bucando il cellophane che ricorpre la stanza in ristrutturazione (da circa un mese si vive come i nomadi della Strada Rossa per colpa dell'Elettrcista Che Non Arriva Mai) e Dolce Metà che prima dà appuntamento ai suoi allievi alle 17.30 di fronte al Comune ("Mi raccomando, non fate tardi!") e poi alle 17.35 è ancora intenta a seminar belletti in giro per casa.
Corsa folle per le vie del centro, parcheggio selvaggio nei pressi della Facoltà di Economia e, più veloci di Usain Bolt, schizziamo verso la sala conferenze in cui Daniel Pennac sta per tenere il suo show per la gioia dei novaresi grandi e piccini.
Al nostro arrivo (ovviamente) la sala è gremita. Gli allievi di mia moglie sono dentro da un pezzo, sorridono dai loro posti a sedere che per noi (e per il milione di persone alle nostre spalle che pressa per entrare) non ci sono più.
Depositiamo cappotti e ombrelli in grembo ai molti amici già seduti (seduti per forza: non son mica rimasti a rifinirsi il trucco fino alle cinque e venti, loro...;-)) e sgomitiamo in cerca di uno spiraglio.
A questo punto accade il primo miracolo della giornata: Mauro, amico di vecchia data, scorge mia moglie e, da vero gentiluomo, le cede la propria sedia. Con non chalance va poi ad accomodarsi in prima fila, tra le autorità.
Io, roso dall'invidia, comincio a vagare tra la folla, convinto che il mio destino sarà quello di trascorrere la prossima ora e mezza a sostenere una delle pareti antiche della sala. E, per consolarmi, mi racconto che son già parecchio fortunato a essere entrato. Là fuori c'è un miliardo di cristiani che strepita e sgomita e non vedrà un bel niente.
Ma proprio mentre son lì con la faccia contrita e paonazza, qualcuno al microfono annuncia che i bambini e i ragazzi possono "accomodarsi di fronte al palco". Il che significa che hanno formalmente il permesso di stravaccarsi in terra. Proprio mentre son lì che mi chiedo se poso passare ancora per "ragazzo" a trent'anni suonati, proprio mentre sono già pronto ad andare a sdraiarmi sul marmo gelido o a rattrappirmi nella posizione del loto sulla moquette cremisi fronte palco (qualunque cosa, pur di mettere giù il culo...), il secondo miracolo - una autentica manifestazion di misericordia divina - mi travolge con la potenza di un esercito di berberi impazziti al galoppo.
Una coppia di amici con figli, premurosamente arrivata un'ora prima dell'inizio dello spettacolo, alza di peso i pargoli, li munisce di libri da autografare e li scaraventa in prossimità delle sedie destinate a intervistatore, interprete e intervistato.
Io assisto alla scena attonito, sbalordito. Finchè la mamma mi indica una delle due sedie che i figli hanno appena (palesemente contro la loro volontà) liberato e mi sorride. Io, incredulo, faccio finta di rifiutare ma, quando vedo che una elegantissima signora sovrappeso appoggia le chiappe su uno dei due posti senza nemmeno dire "bah", mi fiondo a occupare il rimanente.
Non mi sembra vero.
Un quarto d'ora di attesa (trascorso a guardarmi intorno e a rimirare il pubblico delle grandi occasioni) e finalmente monsieur Pennac arriva. L'onore di intervistarlo tocca a Sergio Pent, mentre della traduzione si occupa Paolo Noseda, l'interprete di CHE TEMPO CHE FA, la trasmissione di Rai 3 condotta da Fabio Fazio.
Lo spettacolo dura quasi due ore. Fitte fitte eppure leggerissime. Pennac è sereno, scherza parecchio: aggiunge un undicesimo diritto del lettore ai dieci elencati in COME UN ROMANZO, racconta di quel professore che lo fece diventare un "piccolo matematico" ai tempi del liceo, giura d'aver sognato un nuovo episodio della saga di Maluassene (e promette che di qui a venticinque, trent'anni, lo scriverà senz'altro), accoglie i complimenti e le domande del pubblico con pazienza e trasporto.
Pent conclude con un quesito epocale: "Cosa dice, signor Pennac? Ce la ridarebbe Carla Bruni in cambio di Silvio Berlusconi?"
Monsiuer Daniel ci pensa su, poi alza le braccia e dice che si tiene Carla.
Dismissed.
Il popolo dei lettori/ascoltatori scema giù da basso e io mi faccio trascinare dalla folla.
La coda per accaparrarsi l'autografo è infinita, per cui io e la mia signora ci fermiamo a chiacchierare con delle amiche (una delle quali, Francesca, a momenti mi lascia il libro da autografare - deve scappare a casa dalla famiglia - ma poi ci ripensa. Quando leggerà queste righe, ne sono certo, si pentirà dell'insano gesto per sempre...).
Chiacchiera tu che ti chiacchiero io, si fa ora di cena ma la coda non accenna a scemare.
Ma noi teniamo duro e intorno alle nove riusciamo ad accaparrarci la firmetta.
Pennac, sulla copia di DIARIO DI SCUOLA scrive "VOTATE SIMONE!" Su COME UN ROMANZO "VIVA MARIANGELA!"
A quel punto siamo veramente rimasti in pochi, dal momento che eravamo gli ultimi della fila, e Roberto Cicala, il direttore di Interlinea (la casa editrice novarese che insieme alla Provincia ha organizzato l'evento) esclama "Andiamo a cena?"
E' in questo momento che avviene il terzo miracolo della giornata: io e mia moglie ovviamente faremmo carte false per cenare con Pennac, ma nessuno ci ha invitato esplicitamente. Lì per lì pensiamo di imbucarci (siamo dei maestri), ma comunque temiamo che, una volta arrivati al ristorante, i posti siano tutti prenotati e a noi tocchi una figura barbina.
Lungo la strada dalla sala conferenze al luogo adibito al desinare io mi figuro già la scena: Pennac, sua moglie, gli uomini di Interlinea e l'addetta stampa Feltrinelli prenderanno posto e noi due rimarremo di sale. In piedi a ciondolare, a mendicare una sedia. Magari poi loro si stringeranno e, nell'imbarazzo generale, ci faranno spazio, non rivolgendoci comunque la parola per tutta la sera e riferendosi a noi, nei racconti futuri della serata, come a "quei due là."
Cose del tipo: "Ti ricordi quei due là? Ma chi cavolo erano? Due facce come il culo! Ci son venuti dietro e hanno anche preteso di sedersi. Che vergogna! O tempora o mores!"
E invece, un nuovo miracolo era in attesa: varchiamo la soglia dell'albergo scossi dai tremori e dall'imbarazzo finchè davanti ai nostri occhi sbarrati non si squderna la tavola imbandita. Io conto i posti a tavola e non credo a me stesso. Li conto una volta, sbatto le palpebre, poi li riconto: cacchio sono otto!
C'è posto anche per noi.
E qui mi assale il dubbio amletico: vuoi dire che ero invitato a cena con Pennac e non lo sapevo?
O forse era invitato qualcun altro e non si è presentato?
La domanda mi squassa per un intero secondo.
Dopodichè mi siedo e comincio a mangiare.
Lo stesso fa mia moglie.
Vivrò nell'incertezza. Ma - ne sono certo - vivrò felice.
La serata è a dir poco magnifica. La lingua universale è il francese. Metà delle persone che siedono a tavola (la metà di cui, orgogliosamente, faccio parte) non lo parla.
L'altra metà è madrelingua o quasi.
Eppure non fa niente. Persino io, che col francese non sono nemmeno parente alla lontana, io che a Parigi facevo fatica a ordinare da mangiare, ascolto tutto, capisco tutto.
Pennac parla in francese e o rispondo in italiano. La conversazione è perfetta, senza cedimenti.
Di quando in quando, Noseda traduce, ma da un certo punto in poi non è più necessario.
Mi si rivolge nella lingua di Brigitte Bardot e io gli rispondo in quella di Nino Frassica, ma ci si intende ugualmente alla perfezione.
E' meraviglioso: si chiacchiera spaziando Oriana Fallaci a Vittorio Gassman, alla matematica, al calcio (Zidane la fa da padrone), alla cucina, al vino, alle vacanze.
Mangiamo bresaola, risotto e gorgonzola. Ci scoliamo due bocce di dolcetto d'Alba.
Verso le undici Roberto accompagna Paolo e Lucia - l'addetta stampa Feltrinelli - in stazione. Tornano a Milano.
Daniel e sua moglie Minne dormono a Novara.
Prima di congedarci, voglio il mio feticcio. Voglio un ricordo, una prova dello straordinario evento.
Sennò nessuno crederà a questa storia magica.
Ne parlo con Daniel. Decidiamo di fare qualcosa di speciale: una foto di famiglia.
Madame e monsieur Pennac si accomodano sulle seggiole. Io e mia moglie, stretti stretti, ci posizioniamo in piedi alle loro spalle.
Alessandro di Interlinea scatta. Due volte, con la sua macchina e con il mio telefonino.
Guardo il risultato: sono al settimo cielo.
Sbirca anche Daniel. Sorride a Minne: "Guarda cara. Dovremmo mostrarla agli amici: 'Vedete, qui eravamo in Italia coi nostri ragazzi...'"
Minne ride. Ride Alessandro, ride mia moglie Mary. Rido anch'io.
Baci e abbracci di fine serata.
Filiamo verso casa camminando a dieci centimetri da terra.
Una giornata memorabile. Di quelle che non ti scordi finché campi.