DA DOVE VENGO IO - CENT'ANNI vol.1

martedì 1 gennaio 2008

Star Wars: a me, me piace (la seconda trilogia… che sarebbe la prima)

Primo post dell’anno: post al vetriolo che – già lo so – mi farà piovere addosso una tonnellata di critiche.

Questo pezzo ce l’ho in canna da tempo, ma non avevo fino ad ora trovato modo di metterlo nero su bianco.

Durante queste feste, complice l’ozio delle ferie, mi sono riguardato tutti e sei i film di Mastro Lucas e il meraviglioso documentario Star Wars – Empire of dreams.

A fine visione, emozionato come un ragazzino, un pensiero ribelle continuava ad ossessionarmi. Ho provato a tenerlo a bada per un po’, ma ora l’outing si fa necessario: DATEMI DEL MATTO, MA IO PREFERISCO LA SECONDA TRILOGIA.

Ahhhh…. L’ho detto.

Ora, quando avrete finito di inveire, provate a starmi a sentire.

Per ragioni anagrafiche non appartengo (per un soffio) alla generazione che ha avuto l’onore di vedere il primo tassello dell’esalogia (quello che oggi si chiama EPISODIO IV) al cinema.

Posso solo immaginare l’effetto che fece sugli spettatori di allora quell’astronave che entra in campo e non finisce più. Bocche spalancate per un quarto d’ora.

Era il 1977. La mia, di bocca, rimase spalancata sei anni più tardi, quando i miei mi portarono a vedere Il ritorno dello Jedi. Bocca aperta, bavetta e russata incorporata.

Troppo giovane il Sarassino per godersi la continuity – indecifrabile a un cinquenne – o decisamente inadatto lo spettacolo serale per la mia giovane età.

Fatto sta che, in un periodo senza Emule e videoregistratori, penetrare l’arcano della favola mistica del conflitto Impero-Repubblica basandomi solo sui frammentati e confusi racconti di mio fratello maggiore (fan sfegatato, dunque molto poco obiettivo) era impresa impossibile.

Mettetevi nei miei panni: tutto quello che ricordo del Ritorno dello Jedi sono vaneggiamenti su una palla gigante che si chiama Morte Nera e una dozzina e mezza di buffi animaletti pelosi che abitano un paese che sembra Gressoney.

Ero un po’ nella situazione in cui si trova mia moglie attualmente: per nulla appassionata di fantascienza e duelli stellari all’ultimo sangue, in vita sua ha visto solo Episodio II. Se le chiedi di cosa parli Guerre Stellari ti risponde serafica: “Di cosa parli non ho mica capito bene. So solo che c’era un mostriciattolo verde che schizzava impazzito con una spada laser in mano e un esercito di filippini clonati pronti a conquistare il mondo.”

Dalle torto…

Lucas, nel documentario uscito in bundle all’edizione in dvd della prima trilogia, spiega come esistano due tipologie di fan di Star Wars: quelli che hanno più di venticinque anni – i detrattori della nuova trilogia che fremono ancora rivedendo la prima – e quelli che ne hanno meno di venticinque – gli ignari della triade capostipite pronti a stupirsi per i prodigi tecnici degli ultimi episodi.

Anche se, negli anni, la prima trilogia l’ho vista e rivista, credo fatalmente di appartenere alla seconda categoria.

A metà anni Novanta, più o meno nel periodo in cui uscì l’edizione rimasterizzata di Arancia meccanica, il capolavoro di Lucas tornò sul grande schermo. Scene aggiuntive, qualità video migliorata, ecc.

In tv Guerre Stellari era passato, per carità, ma per un motivo o per l’altro non dovevo aver prestato molta attenzione. Il punto è che al liceo ero più o meno l’unico che ne sapeva poco o nulla di Cavalieri Jedi, Lato Oscuro della Forza e compagnia briscola.

Per cui mi armai di santa pazienza ed ebbro del furore dell’apprendimento mi sparai Episodio IV ed Episodio V en pantalla grande. Risultato: nemmeno questa volta riuscii a tenere gli occhi aperti.

Però mi portai a casa un pugno di impressioni:

- Darth Fener è un tipo fichissimo

- Suo figlio Luke è un bambascione

- Leia non è bellissima ma guadagna un sacco di punti non indossando biancheria intima

- Han Solo… Ok, Han Solo è uno giusto (anche se non si capisce perché si accompagni a quell’enorme, incomprensibile batuffolo con cintura borchiata)

- Odio R2-D2. E siccome sono un ragazzone sentimentale, mi si stringe lo stomaco ogni volta che fa un dispetto al suo amico dorato.

Questa lunga e doverosa premessa per puntualizzare un paio di cose sulla drammatizzazione dei personaggi lungo l’intera saga. Prima di scrivere queste righe ho letto una pletora di recensioni e approfondimenti sulla Seconda Trilogia e più o meno ovunque si accusavano gli sceneggiatori di aver appiattito la narrazione rispetto all’omologa anni Settanta-Ottanta.

I personaggi e gli interpreti degli Episodi I, II e III (a parte Anakin, ça va sans dire) non reggono il confronto con Sir Alec Guinness e mr. Harrison Ford, ok. Ma per quanto riguarda l’intreccio e lo sviluppo della storia, secondo me non c’è partita.

E qui arriviamo alla mia prima visione di Episodio I.

L’anno era il 1999. Il cinema era l’Arcadia di Melzo. Per la precisione, la Sala Energia dell’Arcadia di Melzo.

Per chi vive nei grandi agglomerati urbani, multisala e suono sorround sono consuetudini da più di dieci anni.

Ma nella dormiente pianura vercellese, cinema voleva dire: Cinema Italia o Cinema Principe. Due salette striminzite con sedie scomode e senza galleria. Il Cinema Viotti (l’unico davvero degno di appellarsi “cinema”) fu chiuso un sacco di anni fa per essere messo a norma (non successe mai); al Cinema Astra la galleria c’era ma ci proiettavano solo porno (pure alle dieci di mattina).

Episodio I fu la mia prima esperienza di multisala. Fu il mio primo passo nel cinema del XXI secolo.

Il secondo fu Matrix ed ebbi la netta sensazione di essere di fronte a un cambiamento epocale (la stessa cosa che successe, probabilmente, agli spettatori settantasettini di Guerre Stellari).

Gli amici continuavano a magnificarmi le doti del THX, il sistema sonoro proprietario di Lucas (“Una ficata! Sembra che le pallottole ti volino sopra la testa!”). Io ascoltavo attentamente i trailer in loop sullo schermo e l’atmosfera non mi pareva tanto diversa da quella del vecchio e malconcio Cinema Italia (mi guardavo dal parlarne agli amici, beninteso…).

Fino a che non arrivò il momento.

Buio in sala, quaranta secondi di silenzio assoluto.

Poi: la rivelazione.

Un brivido sordo che squassa le viscere, arriva alle spalle e in un nanosecondo sfreccia giù, in mezzo alla sala. Lo sterno trema, sul maxischermo partono i titoli in prospettiva.

Bocca aperta. Questa volta davvero.

Che ci crediate o no, non ho avuto il minimo cedimento: due ore e fischia a occhi sbarrati. A godermi duelli di lightsaber, inseguimenti aerei, filosofia Jedi da quattro soldi.

E la bocca (già di per sé dischiusa) spalancata ulteriormente allo spuntare della seconda lama dall’arma di Darth Maul.

Da quel momento ho capito cosa provavano i miei amici. Da quel momento ho atteso Episodio II con la stessa trepidazione con cui, fino a marzo dell’anno passato, ho aspettato Manituana di Wu Ming.

E quando fu il momento di Episodio III, mi pareva fosse uscito il romanzo di Ellroy su Nixon (nei confronti del quale, da qualche anno a questa parte, ho quasi perso le speranze).

Non ce la feci ad attendere una macchinata per un cinema come si deve. Me lo sparai il primo week-end al vecchio e decrepito Cinema Astra (nel frattempo aveva smesso coi porno e si era riconvertito alla programmazione mainstream).

Nelle condizioni peggiori, per giunta: difetto di messa a fuoco, protezionista sbronzo, vai a sapere.

Me ne godetti ogni attimo. Uscii con un senso di pienezza.

Credo che il mio giudizio complessivo sul lavoro di Lucas sia potentemente influenzato dai quintali di effetti speciali che la Seconda Trilogia si trascina dietro.

Ora, che il sottoscritto sia un tamarro credo che l’abbiate capito. E dunque comprendete agilmente come tutto quello sfarfallio di luci, suoni e battaglie stellari mi abbia colpito dritto al cuore.

Ma in fondo, pur investendo nell’analisi dell’opera tutta la buona fede di cui sono capace, non credo che Star Wars sarebbe diventato ciò che è senza l’apparato visual effect. Parliamoci chiaro: anche i ragazzini dei Settanta facevano la coda al cinema per vedere i robottoni e le astronavi dell’impero somministrare sonore mazzate a fresconi repubblicani.

E lo confermano anche gli Oscar che la trilogia ha vinto nel corso degli anni: Oscar tecnici. Gli stessi che, per inciso, vinse Matrix.

Se poi ci si vuole nascondere dietro il dito della filosofia Jedi, è un altro paio di maniche…

Credo che sia qui la chiave del mio fievole amore nei confronti della Prima Trilogia: dopo Star Wars venne Alien, e il mondo delle astronavi s’incupì, divenne più crudo. Alien era il vero Lato Oscuro della fantascienza. Di Alien (e un po’ pure della Weaver, lo ammetto), m’innamorai a prima vista.

I primi Star Wars non li capii, li fraintesi, non riuscivo a penetrarne il segreto.

Se ho imparato ad apprezzarli, in età adulta, è grazie alla Seconda Trilogia, in particolare ad Episodio III.

Episodio III è l’acme della storia del miglior cattivo dello spazio. Darth Fener è archetipico, tridimensionale, splendido. Rinnega se stesso, si accorge della pochezza dei valori su cui è fondata la sua intera esistenza, si danna, risorge – novello Frankestein – dalle proprie ceneri. Altro che Neo: Anakin Skywalker è l’universo dantesco compresso in due metri di acciaio e vetroresina.

Senza Episodio III l’intera esalogia vale poco. La Prima Trilogia non basta a se stessa, filosofeggia troppo.

Episodio III apre porte che il primo Lucas non era assolutamente in grado di spalancare.

Senza la Seconda Trilogia non avrei mai scoperto l’universo di Star Wars, l’avrei relegato per sempre nel limbo delle “cose fichissime del passato che mi riprometto di guardare” (c’è Star Trek ad attendermi in fondo a quell’abisso, insieme a Ben Hur e Spazio 1999). E sarebbe stato un vero peccato.

Detto questo, Episodio III non è questo gioiello di perfezione: contiene scivoloni di cui il mondo dell’entertainment ride ancora. Un esempio su tutti: Obi Wan al culmine del duello finale che invita Anakin a non reagire perché lui si trova “più in alto”.

Persino Luke in Gilmore Girls lo prende in giro scherzando con Lorelai.

Gli scivoloni, tuttavia, non cambiano il mio modo di vedere la cosa.

Tra le due parti della saga scelgo quella moderna e vi lascio senza rimpianto l’originaria.

E ora, ve ne prego, non infierite troppo con tutti quegli strali…

domenica 23 dicembre 2007

Buon Natale. Nel caso vi fosse rimasto un regalo speciale da fare: Montezuma airbag your pardon, di Nino G. D’Attis


Il libro è uscito ad aprile del 2006 e, ok: forse sono fuori tempo massimo.

Però statemi a sentire. In questo piacevole clima di luci, paillettes, babbi Natale e zucchero filato, se non ci si accaparra qualcosa di veramente hard-core si rischia seriamente la sindrome di Mary Poppins.

Montezuma airbag your pardon è il genere di roba che Mary Poppins l’avrebbe stesa come un diretto allo stomaco.

Montezuma airbag your pardon è un diretto allo stomaco.

Il suo autore è Nino d’Attis e chi è minimamente appassionato del genere che fa il sottoscritto conoscerà senz’altro questo talentuoso ragazzo salentino per le sue recensioni al vetriolo su BlackMailMag.

Nino ha una spietata padronanza del linguaggio e chi legge i suoi pezzi lo sa bene.

Quando imbraccerete il suo romanzo (MAYP ha la forza d’urto d’una raffica di kalashnikov) vi renderete conto di cosa sia in grado fare in poco più di centocinquanta pagine di narrativa vecchio stile.

La storia al centro del romanzo – lo dissero i Wu Ming all’uscita del libro – è quelle da trattare con cautela: fa incazzare. Fa incazzare sul serio.

Il protagonista, guardia giurata in un supermarket, è, per ammissione stessa del suo creatore, “un pezzo di merda”.

L’anno è il 1999, la città Bologna. Non sono passati nemmeno dieci anni, ma leggendo ti accorgi che quel periodo già non ci appartiene più. L’onda del vintage è in agguato e mentre sfogli il libro di Nino provi già quella amara sensazione da back in the days, da So nineties di MTV.

È questa è solo l’anticamera del disagio. Atmosfere a cui non sei più abituato, ma che sono maledettamente famigliari, persone a cui non ti abitueresti nemmeno tra cent’anni.

Oltre all’incolto, vigliacco, violento, microcefalo e fascistissimo protagonista, c’è una pletora di comprimari deludenti a mandare avanti la baracca: Ugo, il compagno di sbronze puttaniere, Fernanda la porno casalinga, Barbara la moglie incinta e insoddisfatta. E l’elenco potrebbe continuare.

Tra videopoker, risse ingiustificate e sogni formato GQ, la vita del protagonista va a rotoli un pezzo alla volta.

La scrittura di Nino è visionaria alla Easton Ellis (MAYP è davvero un American Psycho al contrario: Ellis a inizio novanta faceva i conti con gli anni reaganiani e lo yuppismo; Nino a metà del primo decennio del XXI secolo li fa coi Novanta, lo squallore e sogni di plastica del proletariato d’avanguardia) e folle alla Palahniuk (anche qui un ribaltamento: il main character di Nino è l’esatto opposto di Tyler Durden: ossessionato dal superfluo e molto poco zen: se fa a botte lo fa per rabbia, non per liberazione).

Di recente l’amico Massimo Rainer mi ha spedito il suo romanzo d’esordio, Rosso Italiano, uscito non molto tempo fa per Barbera Editore. Il libro aveva una fascetta geniale: IL LIBRO PIU’ CATTIVO DELL’ANNO. Non ho ancora letto il romanzo di Massimo: non ho idea se davvero sia il libro più cattivo del 2007.

Di sicuro, se fosse uscito nel 2006, non l’avrebbe spuntata contro Montezuma airbag your pardon.

Se proprio non ne potete più dello spirito lucente del Natale per bene, questo è il libro che fa per voi.

Detto questo, gente: auguri sinceri. Ci si risente con l’anno nuovo.

venerdì 21 dicembre 2007

Un paio di recensioni rimaste indietro...


Natale: tempo di recuperi, di regali e di malanni di stagione.
Il vostro cagionevole autore over 100 preferito, complice il sanissimo posto di lavoro, è di nuovo inchiodato a letto: questa volta con una simpatica influenza intestinale (il bambino D. mi sorrideva dicendo: "Maestro, mi fa male la pancia..."; ventiquattrore dopo ero un tutt'uno con la tazza del cesso...)
Avrei voluto postare qualcosa di nuovo (a dire il vero ho un'ideuzza su Star Wars. Ci sto lavorando...) ma le forze vengono meno.
Ne approfitto per fare un po' d'ordine fra tutto quello che è uscito sul mio libello dopo lo Scerbanenco. Molte recensioni e qualche intervista, ma per evitare di tediarvi ne ho scelte solo tre.
Beninteso, i giornalisti ce la mettono tutta per far bene il proprio mestiere, ma il romanzo è sempre quello. Alla venticinquesima recensione è difficile tirare fuori una lettura innovativa.
Il primo pezzo è vecchiotto (ha quasi due settimane) e proviene dalla fanzine degli studenti dell'Università di Pavia. Here it is.
Il secondo intervento, di un campanilismo sfrenato, è un estratto di Notizia Oggi (Edizione di Vercelli) del 17 dicembre. Noterete fin dal titolo che si parla delle mie origini vercellesi e potrebbe sorgervi qualche dubbio (Guagliò, niente niente è una vita che ti dici novarese e chistu se ne esce fuori che sei di Vercelli?).
Mistero svelato in fretta: nasco vercellese e alla veneranda età di 27 anni mi trasferisco a Novara.
Tutto chiaro?
(Nota: la presente è per i locals miei conterranei, che da anni alimentano una snervante rivalità Novara-Vercelli. Io, apolide per vocazione, francamente me ne infischio)
L'ultimo contributo intorno a Confine di Stato mi sta molto a cuore.
E' firmato Roberto Laghi e proviene da La Manica Tagliata Radio. La trasmissione di Roberto si chiama La Mongolfiera e potrete ascoltare l'intervento sul mio romanzo alle 16.00 e alle 22.00 di oggi (venerdì 21 dicembre) cliccando qui. La radio, al momento, non è munita di podcast (they're working on it...). Per cui: o beccate il pezzo oggi o nisba...:-)
Godetevi lettura ed ascolto.
Io torno tra le coltri.

P.S. gli auguri ve li faccio più avanti, che c'è tempo...

martedì 18 dicembre 2007

I viaggi del Puffo


Non ricordo se ne ho mai parlato da queste parti (abbiate pazienza: la senilità non mi dà tregua...); in ogni caso rimedio subito. Nello sconfinato panorama dei blog di viaggio, questo mi è particolarmente caro. Vuoi perchè è tenuto in piedi da due amici (Iljap e La Martinz), vuoi perchè ha a che fare col vintage (che sempre caro mi fu, come nessun ermo colle), vuoi perchè in tutti i posti che i piccoli amici dalla pelle blu hanno visitato, ti fa venire una gran voglia di andarci.
Il Puffo Burlone (il protagonista dei viaggi in questione) ha girato quasi tutta Italia, macinando gomme e chilometri.
La tappa novarese è stata immortalata da uno scatto indimenticabile (scatto vintage - e qui tutto si tiene - dal momento che l'edizione del mio libello che è stata immortalata è la primissima: quella Effequ, oramai fuori commercio).
Have a look, please...

venerdì 14 dicembre 2007

NoirFest 2007: il Gonzo Reportage (seconda e ultima parte)

Seconda parte del racconto montano in noir.

Scusatemi se vi ho fatto aspettare, ma come avrete letto sono giorni veramente folli (farei davvero carte false per avere giornate di 48 ore…)

Eravamo rimasti all’aperitivo, al 4 dicembre.

Ora passiamo alle cose serie.

5 dicembre: dopo una tranquilla nottata di sonno sotto spesse coltri (davvero troppo spesse: gli alberghi valdostani esagerano col global warming; ho dormito con la stessa mise che indossavo a Creta), sveglia doccia e abbondante colazione.

Il rendez vous è previsto per le dieci al Jardin de l’Ange, ma Mastro De Michelis è super mattiniero e alle nove e trenta già mi incalza al cellulare.

Il programma era una duplice intervista (mattina e pomeriggio), ma mi sa che ci siamo capiti non troppo bene, perché alle undici presentano i libri di Todde e Varesi.

La presentazione di per sé non sarebbe male, non foss’altro che i diretti interessati sono assenti (impegni lavorativi). Ebbene sì: a quasi ventiquattr’ore dall’apertura del festival, l’unico finalista presente è il sottoscritto.

Che dico: si fa così? Capisco Todde che fa il chirurgo (e mica puoi spostare un’operazione perché sei in finale allo Scerbanenco). Capisco Varesi che fa il giornalista (per quanto: ci si fa fare un accredito stampa e si pigliano due piccioni con una fava).

Ma dico: Guccini e Macchiavelli…

Se son riuscito a farmi dare io le ferie da scuola (impresa titanica alquanto), non poteva il Guccio prendersi una mezza giornata? Che cosa avrà da fare di così urgente?

Ad ogni modo: Ernesto G. Laura e Gianfranco Orsi fanno del loro meglio, ma senza gli autori è dura far scintille.

Neanche l’una ed è tutto finito; c’è tempo per un Campari prima di pranzo.

Noterete che tra gli assenti non ho menzionato Biondillo.

E infatti Gianni, con Madame Tecla Dozio e tutta la cricca della Sherlockiana si presenta sul sagrato dell’Ange giusto in tempo per metter qualcosa sotto i denti.

Io e lui andiamo in scena al pomeriggio. C’è modo di far due chiacchiere per conoscerci meglio.

L’ho già scritto altrove e lo confermo: Biondillo è una persona splendida. Un vero signore, un ragazzo simpaticissimo, un grande affabulatore.

Una di quelle persone con cui ci si piglia subito, con cui ti viene voglia di bere birra e parlare per ore.

Al pomeriggio si pensava di andare sul palco tutti insieme, ma l’organizzazione mi invita cortesemente a sedermi e aspettare il mio turno.

Zitto e mosca ascolto in religioso silenzio lo strabiliante show che Gianni e Tecla mettono in piedi.

Si parla della copertina del Giovane Sbirro, del talento di Mr. B, di Milano.

Un cinque battuto a bordo ring come nel wrestling ed è la volta mia sui divani in pelle nera del Fest.

A introdurmi l’ottimo Valerio Calzolaio.

Come sempre, non vi tedierò su quello che si dice alle mie presentazioni (che, parlando del solito libro, più o meno s’assomigliano tutte). Vi basti sapere che quel geniaccio di Pinketts ha animato la discussione dalla platea, e c’è stato pure il tempo di discutere d’intelligence con Mike del duo Micheal Gregorio (del loro I giorni dell’espiazione parleremo senz’altro da queste parti. Non temete.)

Dopo di me tocca a un vero big della tastiera: intervistato dall’amico Vignola guadagna il palco monsieur Serge Quadruppani. E qui, signori, giù il cappello.

Serge non è solo uno scrittore: è un’esperienza. Uditiva, estetica, etilica (ho avuto l’onore, durante la trasferta, di farmi diversi bicchieri con lui). L’ho già consigliato altrove, ma lo ribadisco vieppiù: leggete i suoi libri e, se vi capita, andate a vederlo dal vivo. Non rimarrete delusi.

Alla fine di tutto l’ambaradan sono le sei e mezza. Mastro De Michelis è stremato e opta per l’albergo.

Io sono indeciso, ma in quel momento un quartetto di ragazzi e ragazze non convenzionali mi chiede se mi va di unirmi a loro per berne uno (sì: si beve parecchio in Val d’Aosta).

Mi aggrego e non appena mi siedo mi chiedo se sia tutto vero.

Il ragazzone di provincia che fino all’altro ieri tirava la cinghia per comprarsi gli Einaudi Stile Libero allo stesso tavolo di Dazieri, Biondillo, Quadruppani e di Madame Dozio a parlare di Faletti (“amico nostro”, da trent’anni. Gran bravo ragazzo) e di Quarto Oggiaro . Mi pizzico e mi ripizzico ma i compagni di bevute non spariscono.

Welcome to the real world.

Paga Quadruppani (ve l’ho detto che è un signore…) e siamo pronti per cenare.

Purtroppo al desco il gruppo si divide: Serge viene con me e i “marsiliesi” , Gianni e Tecla s’imboscano in un bel ristorantino insieme a Pinketts e ad altri della cricca. Sandrone ha una cena di lavoro.

Serata perfetta (ho mangiato una valdostana che levati…) se non fosse per il finale.

Di riffa e di raffa mi trascinano al cinema a vedere un film inquietante: JOSHUA di George Ratliff.

Paura, paura, paura.

Ad ogni modo, finito il film si è fatta una certa e la nanna vien da sé.

6 dicembre: poche ore alla partenza, ma ancora qualcosa da sbrigare. Passeggiata per le vie del paese e conferenza spettacolo con l’intramontabile Biagio Proietti. Nel post di Bologna vi avevo parlato di Mongai. Beh, Proietti è Mongai all’ennesima potenza: romanissimo, coltissimo, divertentissimo. Di più non saprei dire…

Due domande al volo con John Vignola e l’ultimo pranzo con Serge e soci.

Un abbraccio a Mike e Daniela (il duo Michael Gregorio) e la promessa di una gita a Spoleto, nella loro terra, per fare quattro chiacchiere e mangiar tartufi e salsicce

Saluti, pacche sulle spalle, niente lacrime (noi duri…) e via in macchina: Guccini nello stereo fino a Novara.

Potenza della musica, il Maestro di Pavana finirà per aggiudicarsi l’ambito trofeo di lì a poche ore.

Bilancio: per dirla con Pozzetto: ESPERIENZA DELLA MADONNA.

Di quelle che non ti scordi per tutta la vita…

LibraryThing o Anobii? This is the question...


Un paio di giorni fa mi ha scritto un navigatore occasionale di questo blog segnalandomi il sito LibraryThing. Una sorta di antesignano di Anobii (del quale, peraltro, sono orgoglioso utente) che è partito con molte meno funzionalità del concorrente, ma che nell'ultima versione italiana sembra in grado di giocarsela e far faville.
Io non ho ancora avuto un minuto per testare il prodotto (e non credo che ne avrò nei prossimi giorni, dati gli ignobili e forsennati ritmi lavorativi che sto tenendo...), per cui passo la palla a voi lettori.
Conoscete il sito? E' meglio o peggio di Anobii?
Mi fate sapere che ne pensate? Thanks a lot...

giovedì 13 dicembre 2007

Stasera Turkemar in scena (per la seconda volta in un anno) alle Officine Sonore di Vercelli


Lo so, lo so: potevo aspettare ancora un po' a dirvelo...
E so anche che bramate il resto del racconto dell'esperienza valdostana.
Ma...
C'è un MA gigantesco che aleggia sulla mia zucca.
Sono letteralmente ingolfato di lavoro.
Al punto che a momenti non riesco a rispondere alle mail (Paolino, abbi pazienza. Appena riemergo dal marasma ti scrivo).
Fate conto che ieri sera ero a Torino con l'amico JP Rossano a parlare di microcriminalità e non ho avuto un secondo per scriverlo sul blog.
Per cui abbiate pazienza: considerando come sono piazzato, è già un miracolo che riesca a postare quattro righe.
Fuori le premesse, dentro le info:
stasera, ore 21.30 presso le Officine Sonore di Vercelli, in compagnia di altri tre amici scrittori (Mercadante, Steccherino e Michelone) si discuterà di musica e parole.
Io porterò in dote il mio Buscaglione risfoderando il gustoso Turkemar.
Intrigante il fatto che si parlerà anche del Maestro Guccini che mi ha appena fatto il mazzo allo Scerbanenco.
Chi riesce a fare un salto è ovviamente il benvenuto.
Ingresso libero, uscita pure.
Sempre in tema TURKEMAR, qui trovate la più bella recensione che sia mai stata scritta sul mio libello.
Autore il buon Patassa.