DA DOVE VENGO IO - CENT'ANNI vol.1

martedì 30 ottobre 2007

Ancora su Vallanzasca: lasciate in pace i morti

Mi scrive Gabriella, postando un commento che ci tengo a pubblicare per esteso, nel caso in cui a qualcuno fosse sfuggito:

Sicuro che "Etica criminale",abbia ricostruito la verità ? Si tratta solo della verità di un assassino e nulla più. Si, chiamiamolo con il suo vero nome ASSASSINO...alis R.V.oops, dimenticavo, grazie a lui le mie figlie sono orfane, io sono vedova e lui, ad ogni intervista, orgogliosamente non si pente. Si vergogni lui e si vergogni chi gli da spazio.

Al suo commento, a strettissimo giro, ne segue un altro, molto più diretto:

La cosa brutta di questo paese è che c'è gente come te che idolatra personaggi inutili di cui un paese civile dovrebbe solo vergognarsi; esempi negativi che diventano miti, scrittori che diventano famosi per aver portato alla luci della ribalta gente che avrebbe dovuto solamente essere lanciata nell'immensità dell'oblio. Vallanzasca è solo un criminale, un assassino, uno che se avesse trovato tua sorella, tua madre tua zia sulla sua strada ad ostacolare i suoi biechi progetti non avrebbe esitato un solo istante a premere il grilletto di una delle tante pistole che sono state nella sua disponibilità.
Hai ragione, ciascuno di noi può pensarla come meglio crede, W la democrazia e lo stato liberale ma dopo aver scritto parole impregnate di cotanta cultura mi piacerebbe sapere se saresti stato in grado di esaltare questo " spregevole mito" se ci fosse stato tuo padre, tuo madre o tua sorella nella lista delle sue vittime.
La cosa che mi rammarica è che esistono tante persone, anche più colte di te, che la pensano come te, addirittura peggio, alcuni erano anche terroristi (forse lo sono ancora)....però VIVADDIO...siamo in democrazia!!!

Grazie per lo spazio

Il Postino

Le parole di Gabriella riaprono una questione delicatissima, nodale per chi fa il mio mestiere e si occupa di storia (nera) recente: il rispetto per le vittime.

A lungo mi interrogai sulla questione durante la stesura di CONFINE DI STATO. In definitiva, nel mio romanzo raccontavo la storia di una banda di assassini, doppiogiochisti e farabutti che hanno maltrattato il nostro paese alle spalle degli innocenti. A lungo mi chiesi se fossi sufficiente rendere i colpevoli il più colpevoli possibile per placare in qualche modo il bisogno di giustizia dei parenti delle vittime uccise dalla bomba di Piazza Fontana.

Non mi seppi rispondere e non mi so rispondere ancora oggi.

Di sicuro non mi sono mai pentito di aver fatto iniziare il mio romanzo con i ricordi dei sopravvissuti.

Con le parole di fratelli, sorelle, madri e figli di coloro che pagarono il prezzo più alto per il folle sogno di alcuni delinquenti ammantati d’idealismo.

Nel caso di Piazza Fontana queste persone non hanno uno Sterling con cui prendersela. Per lo Stato Italiano nessuno è colpevole. E questa gente si è anche vista imputare le spese processuali nel maggio del 2005.

Diverso è il caso di Gabriella.

Renato Vallanzasca, condannato a quattro ergastoli, prima di finire dietro le sbarre si è lasciato appresso una scia di sangue. Molti sono rimasti sul selciato per mano sua e dei suoi.

Io non so chi di voi lettori abbia perso una persona cara.

Io, a diciotto anni, persi mio padre. Lo persi in modo assurdo e violento. Una caduta da dodici metri se lo portò via in pochi minuti.

Se vivete in una piccola città saprete come una morte improvvisa diventi di colpo la storia del giorno.

Io e mio fratello ci trovammo, in questura, assediati dai giornalisti locali (forse assediati è una parola eccessiva. Un paio di scribacchini ci ronzarono intorno). Rifiutammo di lasciar dichiarazioni.

Nei giorni successivi su mio padre si scrisse molto. Ed è fisiologico che qualche imprecisione si annidasse negli articoli. Fisiologico: anche adesso che nono sono più così misconosciuto come lo era mio padre allora, ho letto su di me cose straordinarie (tipo che sarei salernitano o che di nome farei Alessandro…).

Be’, signori miei, quelle imprecisioni (cose banali: tipo la professione o le circostanze dell’accaduto) mi fecero male all’epoca. Mi diedero fastidio. Ci rimuginai per giorni.

Posso solo immaginare cosa voglia dire per chi ha perso qualcuno per mano di un delinquente sentirsi raccontare la storia dell’assassino invece che quella della vittima.

E magari sentire parlare dell’assassino come di una rockstar.

Sulla stessa questione, da anni, martellano il figlio di Calabresi (leggete il suo libro) e gli eredi di Moro: smettetela di parlare di come sono morti i nostri padri. Iniziate a parlare di com’erano in vita.

Tutto legittimo e sacrosanto.

Però. Un però rimane, volenti o nolenti…

Se si sceglie di scrivere del malaffare di questo paese, e si sceglie di farlo usando un doppiofondo storico, non si può prescindere dai cattivi, ma soprattutto dall’immagine dei cattivi che ha attraversato gli anni per arrivare fino a qui.

Lungi da me mettermi in cattedra. Io nemmeno ero nato quando il marito di Gabriella perì per mano di Renato e dei suoi. Però non si può ignorare quello che è successo intorno alla figura di Vallanzasca.

Non si può, specialmente se si scrive crime novel, specialmente se si raccontano i Settanta.

Non per la feticistica (e squallida) archeologia del mito del “Bandito dagli occhi di ghiaccio”, bensì per arrivare a comprendere quale fu il folle meccanismo che spettacolarizzò la morte. Che trasformò un criminale in un personaggio da romanzo.

Lo scrissi nel post precedente, lo ribadisco ora. L’informazione, in questo paese, non è mai stata un granchè. Ma è piuttosto imbarazzante pensare all’ingenuità con cui i pennivendoli trasformarono Vallanzasca in divo mediatico.

Se si scende nei meandri di questo meccanismo perverso (lo stesso che trasformò il caso Montesi in un evento da ribalta e lo stesso che ancora oggi ha mutato il caso Cogne in una soap opera di quart’ordine) si conosce un pezzetto in più del marcio di questo paese. Se si riesce a spiegare un’assurdità come questa ai propri figli grazie alle pagine di un libro, allora credo che valga la pena di scriverli ancora, quei libri.

Io credo che Polidoro abbia dato un contributo in questo senso. Le ore passate in emeroteca trasudano dalla pagina.

Nel mestiere di crime novelist il rischio dell’indelicatezza nei confronti di chi non c’è più è sempre in agguato.

Grazie a Dio, la vita di uno scrittore non finisce nelle pagine dei propri romanzi. Grazie a Dio ci sono spazi dove rendere conto del proprio mestiere.

Sembra che faccia l’apologia del libro di Massimo, e invece parlo di me (Massimo non ha bisogno di essere difeso. Si sa difendere benissimo da solo).

L’avrete capito, in Settanta si parlerà (tra le altre cose) della Milano criminale. Ed è impossibile raccontare quel periodo senza parlare dell’ambiente in cui crebbero Vallanzasca e Turatello.

Io in questo paese, nonostante tutto, ci credo ancora. E credo che valga la pena di parlare di tutto il putrido che c’è stato per evitare di non riconoscerlo nel caso ci ricapitasse sotto il naso.

Non credo che l’oblio sia la strada giusta per lasciarsi le cose alle spalle.

Però, si sa, a parlare di certe cose si rischia di essere fraintesi, di fare grossolani errori o di parlare a sproposito.

E talvolta qualcuno può ritenersi offeso dalle tue parole.

Per quel che può contare, io sarò sempre qua, pronto a render conto di ciò che scrivo.

lunedì 29 ottobre 2007

Su Novamagazine si parla di UWS


United We Stand, benchè ancora in fase preparatoria, è già oggetto di interesse da parte della stampa. Novamag dedica alla graphic novel nascente un pezzo: lo trovate qui.
La firma è quella dell'ottimo Massimiliano Di Giorgio.

domenica 28 ottobre 2007

Segnalazioni, recensioni e Free Press


In realtà tutto è successo qualche giorno fa, e questo post arriva in vergognoso ritardo.
A parziale giustificazione posso dire che sono stati giorni veramente folli di planning, riscritture e trasferte: UWS ha finalmente delle coordinate di sviluppo spaziotemporale, Settanta sta per ricevere una forma pressochè definitiva (no, non è finito. E' a malapena iniziato, ma forse ho finalmente capito dove voglio arrivare) e un terzo progetto di cui per ora non faccio nemmeno il nome (dannata scaramanzia...) sta per partire.
Aggiungete a tutto questo un paio di trasferete familiari piuttosto pressanti, ed ecco che il Sarassone si dimentica di quello che succede intorno a lui.
La prima notizia è l'arrivo in libreria di SATISFICTION, il Free Press culturale di Gian Paolo Serino. 48 pagine formato tabloid, la rivista è molto molto cool. La particolarità che la rende diversa dai concorrenti (oltre al fatto di essere completamente gratuita, che non mi pare poco) sono le Recensioni soddisfatti o rimborsati. La redazione consiglia dei libri. Voi li comprate e, se non vi sono piaciuti, vi rendono i soldi.
Giuro, Serino è matto e ve li rende davvero. Grande onestà intellettuale.
Mica male...
Nel giornale trovate anche un pezzo del sottoscritto. Un pezzo sul perchè un buon serial tv sia meglio di un cattivo libro. Ricorda qualcosa?
La seconda notizia importante è che lo storico sito StradaNove, una delle voci più attente (e vetrioliche) del panorama culturale italiano ha recensito CONFINE DI STATO. Il pezzo, fin troppo lusinghiero, lo trovate qui.
Sempre in tema CONFINE DI STATO, segnalo la citazione del mio libello sul blog diFrancesco Denti, senior-writer producer per mamma Fox, imperatore della comunicazione e acutissimo saggista (se riuscite, recuperate il suo "Teen Idols. Da James Dean a Leonardo DiCaprio, gli dei pagani del secolo XX". Semplicemente geniale).
Grande onore, thanks a lot.
Last but not least, la recensione di CONFINE sul Gazzettino (risale al 9 ottobre)
Per ora è tutto e scusatemi per il posticipo di segnalazione (sarà l'ora legale...)

sabato 27 ottobre 2007

Renato blogger e gli animi infiammati


Ho guardato con una certa curiosità alla diatriba che ha scatenato la notizia del debutto online del quadriergastolano Vallanzasca Renato, da quasi quarant’anni ospite delle patrie galere.

Senza voler entrare nel merito della discussione sviluppatasi nei commenti (da queste parti ognuno è libero di dire la propria) ci terrei a precisare perché Vallanzasca è diventato, nel corso degli anni, materia d’interesse quasi feticistico per il sottoscritto.

Se si scrive crime novel a sfondo storico, rimestando nella palta dei misteri de noantri, il tipo di cattivo a cui ci si trova davanti corrisponde a un numero molto limitato d’esemplari: il violento alla Brusca o alla Provenzano, ferino nella sua crudeltà; il violento sognatore (o idealista) – e qui, si noti bene, parlo ancora del movimento extraparlamentare, sia rosso che nero, prima del passaggio alla lotta armata -; e infine l’uomo nero. Quello che non puoi inquadrare. Perché, come nel peggior film di spionaggi di serie Z (questo erano le porcate dell’intelligence degli anni Sessanta-Settanta), il suo operato è coperto da Segreto di Stato. E qui ti tocca immaginare (così nacque Sterling).

Insomma, anche scandagliando la storia recente per costruire della fiction di qualità, il nostro paese non offre granchè. O forse è colpa solo della nostra epica, della nostra limitata capacità mitopoietica, che il male è folle e insensato ovunque, che solo gli americani (o i giapponesi) riescono a costruirci sopra mondi ammalianti.

In questo pattume, la figura di Renato Vallanzasca stravolge ogni tipo d’archetipo.

Non sto parlando né dell’uomo né del criminale, ma dell’oggetto mediatico.

Le imprese di Vallanzasca non sono molto diverse da quelle di dozzine di criminali comuni suoi coetanei.

La vita di quest’uomo, cresciuto ai margini ma nemmeno troppo, non è di certo materia da romanzo.

Ma il Vallanzasca creato dalla carta stampata, il “Bandito dagli occhi di ghiaccio”, il “Bel René”, questo sì che è interessante.

È l’immagine stessa di un’estetica grossolana e spietata che la fece da padrona per tutto il decennio: se in America avevano Bronson, noi avevamo Maurizio Merli. E proprio il caso Vallanzasca rende l’idea di come un bandito possa trasformarsi in un’icona nel giro di tre o quattro editoriali.

Renato stesso ha contribuito ad alimentare il mito. Io credo che all’epoca amasse pensare a se stesso come un divo del cinema.

Certi atteggiamenti vennero esasperati nel prosieguo della sua carriera, ma tutto e sempre in funzione di quell’immagine mediatica che i giornalisti (i pennivendoli, direbbe Renato) regalarono al grande pubblico.

Con tutti i giustificativi del caso, non si parla più della stampa tontarella dell’epoca del caso Montesi. Negli anni Settanta l’Italia era un paese moderno, con un’economia in costante crescita e una maturità editoriale invidiabile (pensate a cos’era la stampa spagnola nel 1975, all’indomani della fine del franchismo).

Eppure…

Eppure è italianissimo il gusto per l’eccessivo, lo smodato.

E’ italianissimo il gusto per il romanzo d’appendice.

Questo tipo di processo mi ha reso molto interessato alla figura di Renato. La sua carriera da divo del cinema fake. Il suo rispecchiare l’Italietta che lo volle mito (pensate alle migliaia di donne che gli spedivano missive d’amore in carcere).

E devo dire che il libro di Massimo Polidoro ha aperto orizzonti d’indagine in tal senso impensabili anche solo dieci anni fa. Su Renato esistevano, lo dissi anche qualche post fa, solo il libro di Bonini, il volumetto dell’Arceri e un capitolo nel saggio di Fasanotti e Gandus.

Poca roba. Intrigante, vero. Ma datata. Quei libri cercavano l’uomo. O magari il criminale.

E ingeneravano dibattiti simili a quello a cui abbiamo assistito su questo blog. Sì, perché se si esclude la dimensione mediatica di Vallanzasca, restano solo l’essere umano e il bandito. E se si sceglie di trovarne simpatico uno dei due ci si mette nei guai. È una palese contraddizione in termini

Renato Vallanzasca è simpatico. Lo si evince dalla sua penna.

Renato Vallanzasca è, al contempo, un assassino. Un pluriergastolano.

E trovar simpatico un ergastolano, ne converrete, è un bel problema.

Ma torniamo a Polidoro: ciò che Massimo ha fatto, nel suo splendido libro, è trascorrere un sacco di tempo in emeroteca. Ha riportato alla luce il Vallanzasca che la stampa costruì ad uso e consumo dei propri lettori.

Certo, ha parlato anche dell’uomo e delle persone che si è circondato. E pure del malfattore.

Ma credo che il recupero del Vallanzasca dei giornali sia il picco più alto dell’opera di Massimo.

Il suo studio ha ridato vigore ai miei.

Ecco perché mi sento di consigliarlo, soprattutto a coloro che hanno curiosità di conoscere la faccia tronfia e troppo truccata – da starlet – dei Settanta.

giovedì 25 ottobre 2007

Forse non tutti sanno che...



Anche Vallanzasca ha un blog (www.renatovallanzasca.com).
Esatto, Renato Vallanzasca (del quale, tra l'altro, nei prossimi mesi parleremo aprofonditamente...), a.k.a. Il bandito dagli occhi di ghiaccio, a.k.a. Il bel René, ecc. ecc.
Beh, che fate ancora qui? Correte a darci un'occhiata.
E, se l'argomento vi appassiona, leggetevi lo strepitoso ETICA CRIMINALE di Massimo Polidoro sulla vita e le opere di Renato.
Che ve lo dico a fare?

mercoledì 24 ottobre 2007

United We Stand in avvicinamento: prime info


Prometto da giorni di accennare qualcosa su United We Stand (da qui in poi UWS) ma poi finisco sempre per scantonare. Credo dipenda dall'inconscio desiderio di non dirvi troppo, che se no la sorpresa vi si guasta.
Tuttavia, qualcosa bisogna pur dirlo, vuoi perchè tra un mese, un mese e mezzo circa UWS vi piomperà sui denti come il martello di Thor (oddio, forse ho esagerto con l'enfasi...), vuoi perchè si tratterà di una forma di entertainment totalmente nuova, che merita un paio di righe per essere introdotta.
UWS è una graphic novel, su questo non ci piove. Scritta dal qui presente e disegnata dal sommo Maestro Daniele Rudoni (per chi non lo conoscesse, date un'occhiata ai suoi ultimi lavori per casa Marvel). E come tale avrà un'esistenza cartacea e una linearità evolutiva.
Il volume a fumetti (a uscita presumibilmente trimestrale), tuttavia, non sarà l'unica linea di sviluppo narrativo dell'universo di UWS. Tra un'uscita e l'altra seguirete l'evolversi della vicenda sul sito www.unitedwestand.it, attualmente in costruzione (costruzione affidata alle sapienti mani del professor Vladi Finotto e al dottor Antonio Picerni della Venice International University). Altre due testate saranno ospitate sulla piattaforma elettronica. Due testate a uscita presumibilmente bisettimanale (perdonate l'abuso dei presumibilmente, stiamo stilando in questi giorni il planning annuale dell'opera) che indagheranno l'universo di UWS tramite racconti di approfondimento, avvicinamento e assestamento, report, intercettazioni, e altri gioiellini testuali. Il tutto coadiuvato da una biblioteca di immagini in continuo aggiornamento.
L'intero pacchetto, oltre ad assomigliare in tutto e per tutto a un american comic (scansioni simili ce l'hanno avute, in passato, long stories come reign of Supermen, successivo alla morte dellUomo d'acciaio in casa DC, o il recente crossover Civil War targato Marvel: un'unica lunga unità narrativa ripartita tra quattro o più testate mensili) ha il vantaggio di essere interamente autoprodotto. Un autentico figlio della rete, senza alcuna mediazione editoriale.
Il cartaceo verrà editato con Lulu, l'editore online on demand. La parte internet verrà sviluppata tramite fantastiche tecnologie web 2.0 come Deviantart o Wordpress (sì, ci sarà anche un blog di UWS, molto diverso da questo. Più simile a un diario di bordo.)
L'estrema propensione del progetto verso il pubblico avrà il suo culmine, una volta che il mondo di UWS sarà in rete da un po' e avrà sedotto i lettori, in una branchia del sito molto simile al livello 2 dello spazio web di Manituana dei Wu Ming. In parole povere, chi lo vorrà, potrà contribuire a creare il mondo di UWS. Ad espandere la storia, a segnare nuove piste nella continuity della graphic novel. Le opzioni paiono molto interessanti data la duplice natura visivo testuale dell'opera.
Detto questo, vi ho detto molto, ma in pratica non vi ho detto nulla.
Che era esattamente quello che mi ero ripromesso.
A chi il titolo United We Stand ricordasse qualcosa, clicchi pure qui e si senta libero di immaginare la nostra creatura come figlia illegittima di quella degli 01.
Chi invece volesse provare a immaginare qualcosa sulla nostra storia, si vada a dare un'occhiatina al video che tempo fa postai su questo blog.
Per ora è tutto. Seguiranno, ça va sans dire, aggiornamenti.

martedì 23 ottobre 2007

L'abbondante di sinistra vs la nicciana calligrafa erotica: ultimo atto di una querelle da due soldi

La graziosa diatriba telematica che si propaga con gusto tra questo sito e la Rivista culturale delle edizioni di Ar si colorisce via via di toni helzapoppiani.
La signora (mi dicono sposata e madre di famiglia: l'avreste detto?) Valerio si è presa la briga di rispondere al mio ultimo post inveendo acida contro il sottoscritto e "la sinistra rosea dei sospiri".
Mi imputa di prestare poca attenzione ai suoi scritti nicciani e di soffermarmi "lubrico" sulla sua "calligrafia erotica".
Prima sudato, poi lubrico! Ma signora mia, come glielo devo dire che, seppur in questi anni non ho esattamente trattato il mio corpo come un tempio, faccio il possibile per mantermi decoroso, persino nell'intimità della magione, di fronte alla tastiera (uso Dove, riduce la traspirazione).
Ma veniamo, vi prego a un breve estratto della "calligrafia" della signora Valerio:
“Il dito della fanciulla schiuse l’occhiello delle mutandine, e fece trapelare l’asola di Venere…”
A signo', la mia prosa sarà pure sghemba, ma la sua (oh, mi scusi. La riga di cui sopra non è sua, è della camerata Oselladori)...
Che bisogno c'è, dico io, di giustificarsi, di tirare in ballo Nietzsche e le dietrologie su Piazza Fontana? Se le va di trastullarsi coll'erotico, signora mia, si trastulli pure... E' un'occupazione dignitosa (e più redditizia di degli studi nicciani, va là...)
Ora, le prometto solennemente che farò in modo di recuperare i preziosi testi di Ar su Piazza Fontana e dintorni. Li leggerò con attenzione ma credo che difficilmente illumineranno di rinnovata sapienza il quadro storico che mi sono fatto.
Come a dire, signora mia, possiamo pure pungolarci con battutine al vetriolo sui reciproci aspetti o inclinazioni autoriali, ma la Storia è la Storia.
L'estremismo armato di destra non è un'invenzione da giallista da strapazzo. L'accusa di ricostituzione del Partito Fascista non è una multa per sosta vietata.
Il Paese sanguina ancora per le ferite inferte dai neri dei Settanta.
La gente con cui si accompagna, signora mia, con cui immagino si trovi la sera a discutere dello "scetticismo della
kalokagathìa", quarant'anni fa preferiva il manganello a Nietzsche. Si faccia un giro in emeroteca, vedrà che qualche bella foto di Freda in tenuta da guerra si trova senz'altro.
Questo è ancora un paese libero, per carità, esca con chi le pare; ma mi perdonerà se al momento trovo più proficuo (nonostante la laurea in filosofia) occuparmi di quello che questa gente ha fatto in passato piuttosto che dei suoi studi sull'Anticristo.
Che, casomai un ragazzo di vent'anni leggesse il mio romanzo, gli fosse ben chiaro da subito con chi è preferibile uscire la sera.

Piesse: dal numero di visite sul blog ho imparato una cosa. Se si vuole sfondare il muro dei cento tocca compiere gli anni o accapigliarsi coi fascisti...