DA DOVE VENGO IO - CENT'ANNI vol.1

venerdì 13 luglio 2007

Wu Ming 2: last answer

E, dopo la mia risposta alle critiche, l'ultima risposta di Giovanni Cattabriga (WM2).
Giusto una chiosa al nostro dibattito sulla sostanza narrativa di Confine di Stato.
Anyway
, una chiosa di un certo peso.


Caro Simone,
Aeroplano, Fonso e il maggiore Lupo dicono che ti perdonano volentieri: fatti giusto un bicchiere alla loro salute. Stella Rossa vince!
Come prevedevo, molte scelte che hai fatto nel romanzo, e che mi hanno lasciato perplesso, sono fatte a ragion veduta. Questa è la cosa fondamentale, la consapevolezza, che non elimina le critiche, ma permette di tracciare sempre meglio il proprio percorso.
In questo senso, rispetto alle cose che dici del Mago, mi viene da dire che se la tua convinzione è quella - inserire flash di lsd in un manifesto anni Sessanta - allora gli acid moments dovrebbero essere un decina... Un'operazione del genere regge tanto meglio quanto più il lettore si rende conto che quello è il romanzo, non una svista, una scivolata. Dieci maghi al posto di uno ed ecco che tutto appare voluto, calibrato, studiato.
L'unica mediazione possibile, è quella al rialzo.
Ci sentiamo sul blog.
abbracci,
Giovanni

giovedì 12 luglio 2007

La mia risposta a Wu Ming 2

Le critiche le avete lette. Roba forte, non c'è che dire.
Adesso è tempo che sentiate l'altra campana.
Di seguito la mia mail di risposta a Giovanni.
OCCHIO A UN PAIO DI COSE:
1) Nella mail faccio riferimento a uno scritto, una sorta di Dietro le quinte di Confine di Stato. Il testo faceva parte dei Contenuti speciali della Prima edizione di Confine, l'edizione Effequ.
Quel testo non c'è nella versione Marsilio, ma tra pochi giorni sarà online qui. Magari lo metterò anche su questo blog, vediamo come vanno le cose, ok?
2) Non è proprio uno SPOILER, ma poco ci manca. Nella mail si dice qualcosa del prossimo volume della trilogia. Qualcosa sui personaggi. Se non volete sorprese, please, don't read.
Tutto chiaro?
Ok, si va.

Caro Giovanni,
grazie.
Grazie per il tempo che hai dedicato al mio lavoro.
Grazie per l’attenzione, l’inc
oraggiamento, la delicatezza.
Grazie per avermi trattato come un fratello minore e non come un allievo zuccone.
Sono cose che non si dimenticano.
Specie se il tizio che te le scrive è uno di quei cinque che, con i loro libri, ti hanno spinto a mettere nero su bianco le tue ossessioni.

E adesso veniamo alle critiche, punto per punto.
Partendo dal fondo.

La gaffe partigiana.
Non c’è che dire: bella figura di merda.
Mi sa che a stretto giro scriverò qualcosa sul mio blog (http://confinedistato.blogspot.com/) per spiegare la caciana (si dice così da queste parti) e tentare di rimediare. A mia (parziale, esile) discolpa posso solo dire che, dovendo scrivere di Riviera partigiano, l’immagine che continuava a frullarmi in testa (merito del libro, ma credo soprattutto del disco degli Yo Yo) era quella tratteggiata dalle parole di Ettore. E giuro che l’ho letto Fenoglio, ma non è tornato a galla…
Così ho finito per citare col cuore ma senza la cabeza.
Chiedo scusa a voi. E anche se i diretti interessati non ci sono più, trovate il modo di riferirglielo…

Il golpe e l’incursione cubana.
Il golpe non era previsto. Non in questo volume, almeno. Ovviamente hai visto giusto: sto pensando al dicembre del ’70 e a Borghese.
Con la fumata bianca del colpo di Stato dell’Immacolata si aprirà Settanta, ossia il secondo volume della trilogia.
È altresì vero che la virata narrativa è stata dettata dalla fretta di chiudere. Ricordo quando scelsi di inserire Giangiacomo Feltrinelli nel libro. Fu, ancora una volta, colpa di Boatti. Mentre studiavo Piazza Fontana, il suo nome fece capolino, e mi innamorai del personaggio. Narrativamente la caccia all’uomo era una bomba, poteva dare un sacco di soddisfazioni. Sull’onda dell’entusiasmo arrivò pure l’incursione a Cuba. Fu il trasporto emotivo verso Ellroy, più che l’attenzione alla coerenza strutturale della storia, a muovermi.
E incursione a Cuba fu. A quel punto ero molto distante da dove ero partito. E la storia bisognava finirla con la chiusura di un conto personale. Quello tra Sterling e l’Editore.
Vedi, qua iniziamo ad avvicinarci ad uno dei punti fondamentali che separano la mia scrittura dalla vostra (che della vostra e del vostro “metodo” è pur figlia): io incedo volentieri nel mainstream e nel maranza. E subisco il fascino della tamarrata tarantiniana infinitamente di più di quello della verosimiglianza storica. Ma ne parlerò meglio quando sarà ora di tirare le orecchie al Mago.

Il Mago.
Ci siamo. Qui c’è il nucleo della mia poetica. E con quello che dirò di seguito non voglio dire che non condivido le critiche che mi hai mosso. Hai ragione riguardo alla sua inesistente funzione narrativa. Tanto più considerando che non ho nessuna intenzione di farlo tornare, almeno non nel secondo volume della trilogia.
Il Mago è la nota stonata, la voglia di inserire un flash da lsd dentro un manifesto pubblicitario degli anni Sessanta. Volevo raccontare la storia di Superman di Ennis. Volevo che fosse Ennis a raccontarla. E volevo che la raccontasse come Bill parla di Superman a Beatrix Kiddow nel capolavoro di Tarantino.
Questo vorrei fare. Vorrei essere in grado di costruire un bel meccanismo che parli del nostro Paese col gusto e la sensibilità del cinema di Mr.T.
Dunque, il Mago: ho voluto che uno squarcio sulla società americana stesse in bocca ad un tizio tutto matto.
Considerando le reazioni (a parte qualche fumettaro incallito e il mio primo editore, il Mago non piace quasi a nessuno), probabilmente ho imboccato la strada sbagliata. Ma le intenzioni erano precise.
Le tentazioni saranno ancora più forti nel prossimo volume. Tanto per dire, tra i vari personaggi, ce ne sarà uno disegnato sulla falsa riga di Maurizio Merli. Bisognerà, come dici tu, stare accuort

Trama.
Trama non era un personaggio in origine. Era la risposta all’esigenza di mettere ordine nel casino del caso Montesi. Se io non capivo qualcosa su come funzionava la Storia, la mia perplessità passava a lui.
Il sapore di poca chiarezza mi è comunque rimasto in bocca anche dopo la chiusura del romanzo. E Trama ne ha patito le conseguenze.
La tua, però, è stata la sola critica nei suoi confronti. Benché io non fossi molto convinto della compiutezza del suo ruolo, a molti è piaciuto. A molti (direi a tutti quelli che hanno letto il libro) è sembrato necessario.
Lo è sembrato anche al palato difficile di monsieur Pietro Cheli (la parte su Ester è quella che ha amato alla follia). E tu sai quanto sia difficile andargli a genio…

Sterling.
Se parliamo della sua bidimensionalità, torniamo al discorso sulla poetica del romanzo. Sterling volevo che fosse un cattivo da fumetto anni Trenta. Da film di indiani e cowboy. Male puro, senza spessore. Non vorrei però dilungarmi qui, su di lui. Credo di aver spiegato abbastanza comprensibilmente la cosa nel DIETRO LE QUINTE presente nella prima edizione e tagliato (per ragioni di spazio e di prezzo di copertina) nella nuova Marsilio edition. Ti allego il file: se ti va di dargli un’occhiata (senza badare al fatto che è scritto molto sopra le righe) potrebbe chiarirti qualche idea sugli intenti.

Questo è quanto.

Un abbraccio,

Simone

mercoledì 11 luglio 2007

Wu Ming 2 su Confine di Stato


Tre anni fa (facciamo pure quattro) di mestiere non scrivevo: leggevo e basta.
Leggevo perché qualcuno a fine mese versava lo stipendio e leggevo just for fun.
Poi arrivò un tizio secondo cui ero proprio tagliato per mettere nero su bianco le mie ossessioni.
Che a forza di leggere, qualche cosa dovevo pure averla imparata, così diceva.
Ed era ora di togliere le rotelle alla bici.

Gli diedi retta, e il risultato è che oggi sto qui a raccontarvi dei miei libri.
Quando nemmeno speravo di fare questo mestiere, leggevo i libri di cinque tizi che scrivevano insieme. Romanzi di spie ambientati nel ‘500, libri con Cary Grant o John Coltrane per protagonisti, eccezionali storie d’avventura. Questi tizi mi hanno insegnato molto. A dire la verità, senza i loro libri, difficilmente avrei scritto i miei. Questi tizi hanno nomi veri: si chiamano Roberto, Giovanni, Luca, Federico e Riccardo.
Ma il mondo li conosce con un altro nome: quello che si sono scelti. Il nome della band.
WU MING.
E così niente più Roberto, Giovanni, Luca, Federico e Riccardo. Benvenuti WU MING 1,2,3,4 e 5.
Quando uscì la prima edizione di CONFINE DI STATO per Effequ, scrissi a Roberto (WM1), e gli
mandai una copia del libro. Mi disse che l’avrebbe letto, ma non ce la fece.
Quando uscì l’edizione Marsilio, ognuno di loro ne ricevette una copia. Solo Giovanni (WM2) riuscì a leggerlo.
E lo lesse così a fondo da non riuscire a chiudere con quel libro nemmeno dopo l’ultima pagina.
Giovanni si scontrò con Confine. Ci fece a cazzotti. Il libro non gli andò giù.
E me lo fece sapere, con una lunga e bellissima mail.
Nella mail non è affatto tenero. E le critiche sono di quelle che non ti scordi.
Ma riuscite a immaginare cosa significa per un rookie come il sottoscritto quando uno dei tuoi maestri si prende la briga di sezionare il tuo lavoro così in profondità? Di andare a farti le pulci, affinché tu non commetta mai più gli stessi errori?
Qui di seguito vi riproduco la lunghissima mail di Giovanni Cattabriga alias Wu Ming 2 su CONFINE DI STATO.

Al prossimo giro parleremo delle mie risposte alle sue critiche.
Ancora una cosa: ATTENZIONE! SPOILER! In questo intervento, ça va sans dire, si parla del contenuto del romanzo (finale compreso). Se non volete rovinarvi la sorpresa, non leggete quanto segue.

Caro Simone,

finalmente posso scriverti dopo aver letto Confine di Stato. L'idea era di recensirlo sull'ultimo numero del nostro Nandropausa, in uno speciale sulla strategia della tensione. Terminato il romanzo, però, ho preferito fare il punto e mandarti queste righe.

Faccio una premessa: molte delle critiche che leggerai sono scritte senz'altro con il tono sbagliato. Ho impiegato un pomeriggio a raccogliere queste osservazioni e se l'ho fatto è perché credo nel progetto che stai portando avanti e penso possano servirti per le prossime scritture. Purtroppo, non ho avuto tempo per calibrare i termini, smorzare tutti gli spigoli, addolcire le amarezze. Se qualche frase dovesse ferirti, ti chiedo scusa in anticipo, lo spirito con il quale ti scrivo è l'esatto contrario, e cioè sostenerti, darti l'unico aiuto - magari del tutto superfluo - che sono in grado di dare.

La parte centrale di Confine, da pag 205 a pag 365, è davvero notevole. Incalzante, implacabile, scritta con i toni e le parole giuste. Ho fatto fatica a staccarmi, sebbene la vicende siano piuttosto note. Le duecento pagine che la precedono, invece, non mi hanno convinto. Non tanto per la lingua o per la struttura, quanto piuttosto per la scelta dei personaggi.

Parto da Andrea Sterling, perché i dubbi su di lui si ripercuotono inevitabili su tutto il resto.

Da un lato, c'è un problema di verosimiglianza. In un romanzo "storico" ci si può inventare tutto, l'importante è che sembri vero. Anzi: l'importante è che tutto sembri vero, anche gli episodi reali, che a volte, proprio perché "già successi", ci si dimentica di raccontare in maniera credibile. Alle mie orecchie, tutta la vicenda del reinserimento socio-lavorativo di Sterling suona proprio inverosimile. Non tanto per le posizioni ante-basagliane: si sa che le idee devono molto circolare prima di emergere in maniera dirompente. No. Il problema è l'esito: che nel 1954 un ospite di manicomio entri in polizia e diventi uomo di fiducia di servizi e generali è del tutto incredibile. Certo, un autore può sforzarsi di rendere credibile qualsiasi cosa, ma non è detto che il contesto glielo permetta. Per me Sterling è un marziano. Dunque l'intero romanzo mi dice che a uccidere Ester Conti è stato un essere venuto da un altro pianeta, lo stesso che poi ha piazzato la bomba sull'aereo di Riviera, alla Banca dell'Agricoltura e sul traliccio dell'Editore.

Ma più ancora della verosimiglianza, il mio dilemma è: perché?

Perché rinunciare a un personaggio con un passato definito, con un percorso "normale", con delle motivazioni complesse, per eleggere a protagonista nero della storia d'Italia un ex-internato, senza una formazione psicologica articolata, senza una traiettoria rintracciabile, senza paragoni con nessun altro coetaneo, in poche parole un alieno?

Tra l'altro, la scelta mi pare molto rischiosa anche da un punto di vista filosofico. Andrea Sterling è talmente altro che il romanzo finisce per suonare rassicurante: tranquilli, il male assoluto non è banale, non è davvero in mezzo a noi. Kurz e Sterling sono talmente esili, sottili, che la strategia della tensione sembra essere calata sul paese da un'astronave.

Il problema della verosimiglianza ritorna anche nella "soluzione" dell'affare Conti. Nel giudicare un romanzo innervato sulla Storia non bisogna commettere l'errore di sovrapporre narrazione e realtà, personaggi e persone. Non pretendo da Ellroy che mi racconti com'è andato davvero l'assassinio Kennedy. Gli chiedo qualcosa di più difficile: raccontarmi una storia che, con radicale verosimiglianza, culmini nell'assassinio del presidente e - pur non essendo vera - mi dica qualcosa di importante sul contesto di quella vicenda e dunque sull'America.

Nel raccontare il caso Montesi mi sembra che tu sia riuscito molto bene nel secondo obiettivo (dire qualcosa sul contesto), ma molto meno nel primo. Anche sganciando completamente Ester da Wilma, l'idea che la ragazza sia stata uccisa da una specie di agente segreto - per di più uscito da un manicomio e arruolato in polizia con un programma ante-basagliano di reinserimento socio-lavorativo - risulta molto, molto forzata. Forse si poteva trovare un ruolo per Mario Rossi/Andrea Sterling che non fosse quello di esecutore materiale. Tra l'altro, il fatto che Sterling sia sempre il braccio che esegue, rende la narrazione prevedibile. Fa fuori la Conti, fa fuori Riviera...ok, ho capito, la bomba di piazza Fontana la mette lui, L'Editore lo ammazza lui. Sempre lui. Di nuovo: il rischio è che la strategia della tensione appaia come un affare di Sterling - un suo compito da samurai - il male di un esiguo pugno di individui - la maggior parte dei quali non si sporca le mani.

Lorenzo Trama è un altro personaggio che mi sfugge. Non riesco in alcun modo a sintonizzarmi sulle sue ragioni. Impariamo qualcosa di significativo sul suo passato solo a pag 165 - 15 pagine prima che lo facciano fuori. Lui stesso, a pag 171, si chiede:

Perché? Cosa fregava a uno come lui della morte di una ragazza di cui sapeva tutto ma con cui non aveva mai scambiato nemmeno una parola?

Non lo sapeva.

Benissimo. Lui, come personaggio, può pure non saperlo, essere del tutto inconsapevole delle proprie pulsioni. Ma io, lettore, che il risultato di quelle pulsioni devo seguirlo sulla pagina, io quelle pulsioni ho bisogno di capirle. Senza mandarlo dallo psicanalista, anche solo attraverso quello che fa e dice, ma devo sapere. Invece anche io, alla seconda lettura, mi trovo a rispondere: non lo so.

Per finire con i personaggi, ecco Il Mago, che mi pare l'unica sbavatura di quel gioiello narrativo che sono le pagine su Riviera. Mi ha dato la sensazione di essere una figura appiccicata a forza sulla vicenda. In poche pagine conosco molte cose della sua vita, esploro il suo quartier generale... tutto mi dice che si tratta di un personaggio importante, che devo imprimere nella memoria. E poi pluf, scompare, non ha alcuna necessità, anche perché in questa fase del racconto la droga e i paradisi artificiali c'entrano poco, se mai era l'affare Conti a richiamarli. Io immagino che il Mago tornerà nel corso della trilogia, però una trilogia sono comunque tre romanzi, non uno solo, e ciascuno dev'essere valutato in sé. Nell'economia di Confine il Mago produce molto poco rispetto allo spazio che occupa.

Arrivo al finale.

Non sono riuscito a focalizzare bene la questione del golpe "rimandato" (presumo alla Notte della Madonna 1970). Da quel che ho capito Kurtz e Gelo vedono in Piazza Fontana la prima mossa per un colpo di stato, da consumare nelle settimane successive. Fanno piazzare la bomba a Sterling, succede l'Apocalisse, ma i carriarmati rimangono in garage. Perché? Perché mesi prima è uscito un libretto che sputtana tutta la strategia. A me non torna. Ma come, non lo sapevano che era uscito quel libretto? Si erano distratti, non erano passati in libreria? E anche se fosse: uno blocca tutta la macchina di un colpo di stato perché scopre che è uscita una pubblicazione? A me non la danno a bere. Com'è che invece lo scaltro e crudele Sterling accetta la spiegazione come fosse acqua di fonte? Com'è che non fa una piega?

Insieme all'ipotesi sul delitto Conti questo mi pare il passaggio narrativamente più debole di tutto il romanzo.

Poi scatta la caccia all'uomo, bisogna mettere a tacere l'Editore del libretto.

L'incursione nella baita austriaca è un pezzo di bravura.

La missione cubana è ancora una volta poco verosimile. Troppe poche pagine per dar ragione di una mossa così azzardata. Anche questa scena dà l'impressione di essere appiccicata in coda alla storia per permettere a Pete B. di fare il suo cameo e all'autore di abbracciare Ellroy.

Un'ultima cosa: occhio alle citazioni. Ci sono frasi che puoi togliere da un contesto e metterle in un altro senza crisi di rigetto. Ci sono personaggi che puoi prendere in prestito da un romanzo e usarli a tuo piacimento. Ma non sempre funziona.

A nessuno fregherà nulla, però tu hai messo in testa a Riviera alcune riflessioni di Ettore Bergamini, from 54, dove si fa esplicito riferimento ad alcuni partigiani piuttosto noti dalle nostre parti. Aeroplano, ad esempio, quello che caricava i tedeschi su un cavallo bianco. Era davvero uno degli uomini di Mario Musolesi detto Lupo. Che c'entra con un "bianco" come Riviera? Se Aeroplano fosse vivo penso s'incazzerebbe, e con lui Fonso e lo stesso Lupo. Gente tosta, quando perde la pazienza. E' un'ottima cosa sentirsi leggeri rispetto a certi dettagli, sapere anche lasciarsi andare. Ma più si vola e più bisogna stare accuort'.

un abbraccio,

Giovanni (WM2)

martedì 10 luglio 2007

Abbi Fede (a Capri...)


Sabato 14 luglio, nella splendida cornice del Chiostro di San Michele ad Anacapri, presenterò CONFINE DI STATO. Fin qui tutto bene.
Non è che ci fosse la necessità di un post, visto che sta scritto a chiare lettere nella Bacheca di Marsilio.
Ma quel sabato non sarò solo (e qui viene il gustoso...)
Indovinate un po' chi mi introdurrà...
Esatto. Il signore della foto.
La domanda è: "Perchè?"
Sinceramente lo ingnoro...
Ma c'è da scommetterci che sarà uno spasso...

Anobii: la libreria online

Ok, forse lo sapevate già. E magari da un sacco di tempo.
Fatto sta che io l'ho scoperto stamattina per segnalazione di un'amica (Baba).
Se andate su sito di Anobii potete costruire la vostra libreria e condividerla con altri simpatici utenti.
Lo so, è un lavoraccio mettersi lì a inserire titolo per titolo la summa del proprio conoscere (leggi: le migliaia di volumi che infestano le nostre microscopiche case...), ma alla fine dà un sacco di soddisfazione.
Provare per credere!
In realtà predico tanto bene, ma se andate a vedere la mia libreria sul sito...

lunedì 9 luglio 2007

Figuraccia partigiana


Mi è stato fatto notare da uno dei miei maestri.
Il suo nome comincia con la W e finisce con un numero. Non chiedetemi di più...
Non me n'ero accorto quando l'ho scritto, giuro. Per cui, nonostante la ignominiosa gaffe, le intenzioni erano le migliori.
Ad ogni modo, mea culpa...
In un passo di Confine, nella fattispecie sto parlando di p.286, ascrivo a fabio Riviera un passato che non gli appartiene. Il gioco partì da una citazione: volevo descirvere le origini partigiane del Padrone dell'Italia, e la mia penna fece corto circuito con uno dei miei testi di riferimento, 54.
Mi sovvennero le parole che i cinque spesero per Ettore Bergamini, quelle che gli Yo Yo Mundi hanno immortalato nel disco che porta lo stesso nome del romanzo di Wu Ming:

Aveva partecipato a scontri a fuoco violentissimi, interminabili.
Aveva usato esplosivi, teso imboscate, giustiziato nemici, combattuto a fianco di inglesi, cecoslovacchi, russi, e perfino un indiano, Sad. Non un pellerossa, un indiano dell'India, col turbante in testa.
Aveva visto Ettore Ventura «Aeroplano» caricare i tedeschi in groppa a un cavallo bianco.
Aveva visto la madre di Fonso capitare nel bel mezzo di un combattimento, incurante delle pallottole - una spedizione di chilometri! - per portare al figlio una ciotola di zabaione.
“Poverino, sono ore che stai combattendo, e non hai mangiato niente…”
Fonso l'aveva guardata, stravolto, incapace di credere a ciò che vedeva.
Poi aveva bevuto lo zabaione e aveva detto:
“Grazie, mamma. Però adesso ti metti al riparo!”

Ed ecco la gaffe: Riviera combatteva i fascisti esattamente come Ettore. E fin qui va bene.
Ma Riviera era un "bianco". E ascrivendogli il passato di Ettore, ho (involontariamente) traformato in "bianchi" pure personaggi come Lupo, Fonso o Areoplano. Personaggi realmente esistiti, che s'incazzerebbero non poco se si vedessero trasformati in quello che non sono MAI stati: amici dei preti.
Che posso dire? Ormai il danno è fatto.
Non mi resta che citare l'intramontabile Caterina Caselli: perdono, perdono, perdono...
Nessuno dei vecchi compagni è più tra noi.
Ma sono convinto che qualcuno, in qualche modo, gli farà avere il messaggio...

Nuova recensione (con refuso) per CONFINE

Nuova lusinghiera recensione per CONFINE DI STATO su BORDER FICTION firmata Giovanni Zucca. O forse dovrei dire Giovanni Tucca, visto che lui mi chiama Simone Tarasso...
Cose che capitano.