DA DOVE VENGO IO - CENT'ANNI vol.1

martedì 5 aprile 2011

Una buona notizia e una cattiva. Prima la buona...

La buona notizia è che ho letto un libro favoloso.

E' uscito quasi un mese fa, in giro l'avrete visto senz'altro: in libreria, o sul paginone di qualche quotidiano. S'intitola MILANO CRIMINALE e l'ha scritto il mio amico Paolo Roversi.
E' uno di quei libri così fottutamente riusciti che avrei voluto scriverlo io, lo dico subito.
E' un libro che ho atteso tanto, sul quale avevo davvero un sacco di aspettative. Io e l'autore, l'ho scritto due righe fa, siamo amici. Ma siamo anche colleghi, con un percorso narrativo molto simile: abbiamo mosso insieme i primi passi nell'editoria nazionale occupandoci di temi affini (giallo Roversi, noir e storia io) e spesso le nostre strade si sono incrociate: vuoi per collaborazioni comuni (festival, incontri letterari, presentazioni. Paolo è stato il primo in assoluto a presentare Confine di Stato: nella gloriosa Libreria del Giallo di Madame Tecla. Correva l'anno del signore 2007), vuoi per coincidenze tematiche.
Proprio quest'ultima convergenza è il motore dell'attesa maturata dal sottoscritto intorno a MILANO CRIMINALE.
Ma andiamo con ordine: nel suo terzultimo romanzo, il quarto del ciclo di Radeschi, L'UOMO DELLA PIANURA (Mursia, 2009), Roversi per la prima volta si è occupato di un cattivo come si deve e lo ha fatto parlare in prima persona. Il suo Hurricane, il killer con un passato da bandito, cresciuto a San Vittore e fattosi le ossa per le strade della Milano dei Settanta, ha una parentela dichiarata con Vallanzasca e Turatello. Molte parti della sua vita passata assomigliano palesemente a quelle dei re del crimine meneghini degli Anni di Piombo.
La creazione di quel personaggio era un primo timido (riuscitissimo) tentativo di cambiare terreno di gioco. La sua scrittura, solitamente così slegata dalla storia e fieramente ancorata a fondamenta da giallista di gran classe, aveva poco a che fare con il passato. O, se andava a scavere in brutte e vecchie storie nere, non aveva troppo bisogno di un passaggio preventivo in biblioteca o in emeroteca. La fantasia e lo stile dell'autore bastavano e avanzavano.
L'UOMO DELLA PIANURA, però, ha cambiato tutto.
Quel primo sconfinamento ha acceso una miccia.
Una di quelle lunghe, per un botto coi controcazzi.
Ho fatto due conti: sono passati due anni da quando Hurricane è arrivato in libreria. Due anni in cui Roversi (uno scrittore da un paio di libri l'anno, per chi non lo conoscesse: uno che a vomitar battute alla tastiera tiene testa al sottoscritto senza fatica) ha pubblicato un solo titolo: PESCEMANGIACANE, un noir di ecomafia uscito per VERDENERO di Edizioni Ambiente. Chi conosce la collana sa che in genere i volumi non superano un certo numero di pagine. Sono storie brevi e taglienti, che sputano in faccia al lettore la verità sul malambiente e gli ecocrimini.
Duecentomila battute in due anni? Non è da Roversi.
Sicuramente sta lavorando a qualcosa di grosso... Così si saranno detti i suoi lettori in quei ventiquattro mesi trascorsi dall'uscita di L'UOMO DELLA PIANURA a un mese fa.
Avevano ragione.
Cambio di editore (da Mursia a Rizzoli), cambio di personaggi (spedito in panchina il buon Radeschi e sfoderati due character nuovi di zecca: uno sbirro testa dura e un bandito coi coglioni), sguardo coraggioso e corale su un periodo storico difficilissimo e poco indagato dalla letteratura di genere (Gli anni Sessanta, gli anni del boom e della rivoluzione), Roversi ha calato l'asso: MILANO CRIMINALE è il romanzo definitivo sulla ligera e sul crimine meneghino d'inizio anni Settanta.
La trama, in breve.
Poi i tanti pregi e pochi (pochissimi) difetti.
27 febbraio 1958: in via Osoppo, nel cuore popolare della periferia meneghina, ha luogo la Rapina del Secolo. Un assalto a un furgone portavalori messo a segno con strategia militare e sangue freddo cambierà per sempre il modo di delinquere nel nostro Paese.
Al noto fatto di cronaca (cui anch'io, anni fa, dedicai un racconto. Un Sentiero di Seth, uno spin-off del romanzo d'esordio di KAI ZEN, La strategia dell'Ariete) assistono due sbarbati: Antonio Santi e Roberto Vandelli. Entrambi, quel giorno - testimoni oculari della oscena e meravigliosa potenza del crimine - scelgono cosa faranno da grandi: il primo sarà uno poliziotto. Il secondo consacrerà la sua vita alle "dure". Lo sbirro e il delinquente, destinati a rincorrersi per quasi due decenni attraverso le pagine d'un romanzo portentoso.
Un libro che è la storia di due carriere (pulotto e durista), che tira in ballo l'archetipo per eccellenza (buono vs cattivo), ma che, soprattutto, spalanca una finestra sulla MILANO CRIMINALE degli anni ruggenti. Il grande pregio della narrazione di Roversi è quello di non stringere troppo il focus sui protagonisti, di lasciarli crescere coi tempi giusti, mentre il piombo dei Re della Rapina intorno a loro trasforma la patria del panettone in un nuova Chicago Anni '30. Banditi mitici come Leandro Lampis, il Solista del Mitra (chiaramente ispirato a Luciano Lutring) o batterie di rapinatori leggendari come La Banda Cavalieri - capitanata dal Bandito dai denti di Lupo (la ben nota Banda Cavallero, nata nei bassifondi di Torino e presto trasferitasi all'ombra della Madunina) - rubano la scena con colpi grandiosi e vite vissute al massimo tra puttane, champagne e auto di lusso. Si levano di torno solo quando i nostri due ragazzi sono abbastanza grandicelli per fare da soli: è allora che il giuoco comincia a farsi tosto sul serio. Santi, dopo un breve e intenso apprendistato inseguendo i migliori duristi in circolazione appresso al senior-sbirro Nicolosi, si ritrova a dividere la vita tra le botte in testa agli insorti in università, una moglie comunista da gestire e un nuovo tipo di criminalità troppo difficile da inquadrare.
A bordo del treno dei Nuovi della Mala, che viaggia a mille all'ora e non ha rispetto per nessuno, c'è invece Vandelli, che spaccata dopo spaccata, sgobbo dopo gobbo, inventa una maniera mai vista prima di essere criminali: giovane, sfacciato e imprendibile, il bandito ragazzino insegna al mondo di cosa è capace la sua micidiale batteria.
E mentre i ragazzi, ai lati opposti della barricata, diventano uomini, il mondo intorno a loro gira impazzito: si passa dai dischi di Buscaglione a quelli Celentano e degli Stones, i milanesi viaggiano per la prima volta in metrò, le donne e i compagni scendono in piazza a gridare che siam tutti uguali e l'uomo - nel frattempo - va sulla luna; esplode la bomba in Piazza Fontana, l'Italia entra nella storia del calcio mandando a casa la Germania per 4 a 3 e le strade si riempiono del sangue degli innocenti.
C'è la Storia, quella con la S maiuscola, in mezzo alle storie perfette del delinquentello cresciuto alla Comasina e dello sbirro di via Osoppo.
Di pregi, in questo libro, ce ne sono tanti: primo fra tutti, la leggerezza. MILANO CRIMINALE, un bel tomo da 400 e fischia pagine, scorre alla velocità della luce. E, lasciate che ve lo dica, scrivere un romanzo mondo del genere - con tutta la documentazione che questo lavoro comporta - e renderlo leggero come una piuma, non è un cazzo semplice.
Io lo so come vanno queste cose: ho passato un sacco di tempo in mezzo ai libri e ai giornali di quarant'anni fa per scrivere SETTANTA. Le storie ti entrano sottopelle ed è un attimo perdere la brocca. Tutto quell'universo ti esplode in faccia, prende il controllo dei tuoi personaggi, li trasporta in situazioni impreviste. E, mentre lo fa, tutto rimane faticosamente dominabile, perchè ci sono un sacco di informazioni, di particolari, dettagli, flash e domande (Un sacco di domande: chi diavolo era primo in classifica nel '71? Come si chiamava il capitano del Milan nel '64? E il ministro dell'agricoltura? E Mike Bongiorno che cacchio di trasmissione faceva nel '75? E la signora Longari? Mi è caduta sull'uccello è prima o dopo Piazza Fontana?).
Ribadisco: già stringere le briglia di due o più storyline non è uno scherzo. Se poi le linee narrative devono essere immerse in un preciso contesto storico, il bordello è doppio. Perchè è proprio al clou della scena d'azione, al top di quella romantica oppure nel bel mezzo di quel dialogo fondamentale per la comprensione della complicata architettura del romanzo, che quella fottuta vocina nella testa si mette a urlare: PIU' PARTICOLARI! PIU' CRONACA! PIU' AMBIENTAZIONE! PIU' COSTUME! SE NO NON SEI CREDIBILE!
SE NO NON SEI CREDIBILE!
E allora, vacca merla, ti tocca mollar giù tutto e andare a scartabellare gli appunti per vedere che combinava il Mike nazionale e sbatterlo in sottofondo, nella tv accesa nel salotto dove i tuoi personaggi discutono (ma la TV era già a colori? No no, i colori arrivano dopo il '79... caaazzo...).
Un vero strazio. Ma è la parte del gioco che lo rende così fico.
Alla fine, tutti se ne accorgono che è molto più cool che il tuo personaggio dica: "Sbattitelo in culo quel ferro, sbirro!" dopo aver fumato una Muratti e aver ascoltato Se mi lasci non vale al jukebox a gettoni. Se l'avesse sbattuta lì a muso duro, quella frase da brillantone anni Novanta MADE IN QUENTIN TARANTINO, i lettori avrebbero subito puntato il dito esclamando: "Ma che c'azzecca? Mica si parlava così, allora..."
Ora, invece, grazie alla Muratti e alla voce del caro vecchio Julio, il pubblico si sente in diritto di esclamare: "Che ficata! Anche allora si parlava sporco! Com'è moderno questo diavolo d'un libro!"
Funziona così.
Per fare un buon romanzo storico, la Storia la devi studiare, impastare, schiacciare e pressare come le patate nello schiacciapatate. Poi sentiti libero di aggiungere uova (i tuoi personaggi, la tua storia) e un pizzico di farina (quello che i critici dei giornali chiamano stile), ma sappi che alla fin fine, anche se li imbottirai di ragù (copertina, comunicazione, pubblicità, marketing) quegli gnocchi che tu chiami "Il mio romanzo storico" sapranno sempre più di patate che d'altro. Dunque vedi disceglierle con cura, quelle fottute patate.
Ci vogliono attenzione e cura per fare un buon romanzo storico.
Ma cura e attenzione non sono sufficienti per rendere il complesso d'informazioni ambientali tanto robusto da informare e rallegrare e tanto leggero da scivolare tra le righe.
Per un lavoro del genere ci vuole talento.
E qui, lasciate che ve lo dica, il buon Roversi ha dimostrato di averne a pacchi.
La maturazione iniziata con L'UOMO DELLA PIANURA è finalmente venuta a compimento. Mi auguro (da lettore) e gli auguro (da scrittore) una lunga serie di romanzi del calibro di MILANO CRIMINALE. Delizia per le nostre librerie.
Orgoglio per la sua hall of fame.
Ok, direte voialtri là fuori, abbiamo capito che ti è piaciuto.
Ma 'sto benedetto libro è proprio senza difetti?
No, per carità. American Tabloid è perfetto.
Il Pendolo di Foucault
è perfetto.
Q
è perfetto.
Romanzo criminale, cazzo: quello sì che è perfetto.
Questo romanzo non è perfetto.
Non è l'equivalente meneghino del capolavoro di De Cataldo sulla Banda della Magliana.
Però, nonostante tutto, i difetti rimangono pochissimi.
- La lingua, anzitutto. Con un titolo del genere, i dialoghi in milanese sono decisamente troppo pochi. E troppo approssimativi. Alcune scelte linguistiche riguardo alla grafia del dialetto meneghino non mi soddisfano. Ma io son fissato coi dialetti, lo sapete. (Per contro, mi piace molto l'uso disinvolto che viene fatto dei termini gergali riguardanti le rapine e il mondo della mala: niente spiegazioni. Se non un dizionario alla fine).
- Le scene di sesso potevano essere più esplicite. Ma io son fissato con le scopate pirotecniche, lo sapete.
- Il narratore è un po' troppo monocorde. Gli capita poco di frequente d'incazzarsi o incendiarsi a seconda dell'umore del personaggio di cui narra. Ma io ho letto Genna, maledetto lui. E non riesco più a togliermelo dalle testa, lo sapete.
- Infine, l'ultima parte sui serial killer a me pare di troppo. Ma forse mi sbaglio. In fin dei conti, anche quello è un nuovo modo di intepretare il crimine.
Per il resto, siore e siori, godimento puro.

Ricapitolando: è uscito un romanzo strepitoso. E ho avuto la fortuna di leggerlo poco dopo il suo arrivo in libreria. Sabato prossimo, 9 aprile, avrò anche il piacere di presentarlo nella mia città, Novara, alla Libreria Lazzarelli, in Via Fratelli Rosselli 45 (In centro, Portici Teatro Coccia) alle ore 17.30 in compagnia dell'autore.

E questa era la buona notizia.
La cattiva è che per poco non ho rischiato di giocarmi tutto: libro e presentazione.
Già, domenica scorsa sono finito in ospedale. E ne sono uscito solo oggi.

Una storiaccia. Ma non voglio annoiarvi, per cui sarò breve.
Vi dico solo che in questa brutta storia c'entrano le mie vecchie maledette tonsille. Un medico della mutua docile e incompetente. Un po' di strapazzo lavorativo. E la fottuta macchina burocratico sanitaria italica.
Special guest star: l'art director della più prestigosa discotesca del circondario.
Ma andiamo con ordine.
Sto male da tre settimane. mal di gola, ma niente che mi butti giù così tanto da non risucire a lavorare. Niente febbre, tanto per capirci, anche se deglutire è uno strazio e gli antibiotici fanno e non fanno. Vado dal medico giovedì scorso; lui mi dice: "Ehi, non è poi tanto male la tua gola, ragazzo! Fatti un tampone e rilassati. Quando avrai i risultati, ti darò io l'antibiotico giusto..."
Ok, nessun problema. L'indomani vado a fare il tampone e il tizio corpulento che si occupa della mia gola sentenzia secco: "Giovedì gli esiti! Ma non prima delle 17.30, eh!"
Cazzo, penso io. Mancano un sacco di giorni a giovedì (all'epoca ne mancavano sei. Oggi ne mancano ancora due, pensa te...). E se nel frattempo peggioro?
Nella testa rimbombano le parole rassicuranti di quel geniaccio del mio dutur: Ma non ti preoccupare! Rilassati! E già che ci sei, in attesa dell'antibiotico giusto, fatti queste pastigline di Sgonfia Sgonfia...
Io le pastigline di Sgonfia Sgonfia me le faccio volentieri. Tre al giorno, come dice lui.
Ma non fanno un cazzo. Poco male, penso: lui è il dottore e io non ho la febbre, per cui vado avanti a lavorare senza problemi.
Così venerdì pomeriggio inforco la Sarasso-Mobile e volo alla volta di Asti. Appuntamento in radio (Primaradio) con l'amico libraio itinerante Davide Ruffinengo. Pomeriggio di chiacchiere ai microfoni e cena in quel di Soglio. Cena con l'autore; con gli autori, in effetti. Siamo in due: io e l'ottimo Enrico Remmert. Ad accompagnarci attraverso la selezione di bolliti da dieci e lode c'è anche l'amico Davide Ferraris della libreria Therese.
Nonostante io non sia proprio in forma, la serata scivola via leggera e il pubblico presente pare apprezzare la nostra performance.
Fin qui tutto bene.
Dormo a Soglio: a metà notte mi sveglio in preda ai brividi. Una roba tipo febbre a Quaranta.
Siccome il mio medico dice di non preoccuparmi, nemmeno la misuro. Inghiotto due tachipirine e mi rificco a letto.
La mattina dopo riemergo sudatissimo e sfebbrato dalle coltri.
La gola è un inferno, ma io me ne sbatto. Tanto ho le magiche pastiglie Sgonfia Sgonfia.
Torno a casa, pomeriggio in centro con famigliola e presentazione del grande Malvaldi alla Lazzarelli. Gola malino, cena a base di sushi (un fottuto tormento).
Notte più o meno insonne.
Risveglio di domenica in puro panico: gola gigantesca, voce azzerata.
Mi sa che le merdose Sgonfia Sgonfia non fanno un cazzo...
Non c'è tanto da menarsela: vado al pronto soccorso.
Quando mi fanno passare davanti a una ragazzina che si è rotta in una gara di judo, annuso l'aria: non è buona.
Quando la dottoressa di guardia chiama la sua collega perchè non ha mai visto niente del genere, io penso: "Perchè è una sbarbata d'universitaria al terzo anno".
Quando però la sua collega con tanto di camice col nome si gratta la testa pensierosa e mi spedisce d'urgenza per un consulto in otorinolaringoiatria sono certo che si tratti di cazzi amari.
Vado su al terzo, aspetto un po'.
Poi un dottore di quelli giusti mi dice di aprire la bocca, dà un'occhiata allo scempio al posto della mia tonsilla sinistra e poi parla chiaro: "Qua tocca incidere e drenare, bello. Ti farà un male cane, ma se non lo faccio sono siamo nella merda..."
Ok, non si esprime proprio così, ma nella mia testa il suo "Signor Sarasso, l'aspirazione dell'ascesso tramite siringa e la successiva incisione col bisturi - il tutto con l'unico conforto d'un infefficace anestetico locale spray - non saranno di certo le esperienze più esaltanti della sua vita..." suona come: "Sono caaaaaaaaaaaaaaaaaazzi, amico!"
E poi è solo un'affare di sangue, pus e ferri affilati, gente.
Alla fine l'infermiera mi dice che sono stato piuttosto coraggioso a non lamentarmi.
Che lei - che ha cinquant'anni e il mestiere lo fa da venticinque - al posto mio sarebbe andata in terra lunga e tirata. Io sorrido, abbozzo un: "E' come andare dal dentista. a parte i conati di vomito..." in realtà penso: "MACHECCAAAAAZZOOOOO!!! Se il medico me l'avesse detto più di un secondo prima di entrare in azione, quello che aveva in mente per la mia gola, avrei tagliato la fottuta corda, altro che coraggio da cow boy del mio sedere.
Invece la corda non l'ho tagliata.
Loro hanno tagliato me e adesso va meglio.
Mi dicono che di tornare a casa non se ne parla. Mi tocca star dentro un paio di giorni, sotto antibiotici e a digiuno. Solo liquidi in vena: la religione della flebo.
Per la prima metà della giornata mi annoio a morte e medito la fuga.
Poi arriva un tipo geniale a tenermi compagnia.
Stesso problema, stesso trattamento. In un attimo siamo fratelli.
Non abbiamo un cazzo in comune (io rosso, grosso e scrittore; lui nero, palestrato, sportivo e art-director), ma ci intendiamo da Dio.
Due giorni a imbottirci di medicinali, mangiare un bel niente e sparar cazzate.
Discorsi assurdi: da Pennacchi a Stephen King a Lele Mora, passando per THE SOCIAL NETWORK (visto: niente male) e il culo di Belen (visto anche quello. Niente male neppure lui).
Stamattina, il verdetto: io esco. Con la promessa di tornare il 14 a farmi dare una contrallata. Se le mie tonsille non si rimettono in sesto, tocca fare ZAC! ZAC! (fa proprio così il dottore cazzuto: ZAC! ZAC! con la manina. Li mortacci sua...)
Fanculo, bambine, vedete di aprire bene le orecchie: ora noi ci s'imbottisce di roba a dovere, s'ingoia tutto quello che ha prescritto il medico e giovedì 14 si va a fare una bella figura, ok? Ho bisogno di voi: non ho nessuna intenzione di lasciarvi andare!

Al mio amico non va così di lusso: domani lo tagliano e dovrà dire addio alle sue sorelline.
(detta così sembra che siano pronti a regalargli la patente di eunuco, ma si tratta solo di tonsille. State calmi).
Il che significa due settimane di convalescenza se va bene.
Fate conto che già dopo 48 ore in ospedale entrambi davamo di matto.
A lui va tutto il mio bene. Il mio affetto e il mio sostegno.
Tieni duro e dagli addosso, mister S.
Al dottore cazzutto, alla dottoressa giovane, a quella un po' più alta in grado e persino alla tipa all'accettazione del pronto soccorso va tutta la mia gratitudine. Nice work, guys.
Al mio medico curante, un consiglio: la prossima volta, amico, ti conviene aguzzare la vista. O io finirò per arrabbiarmi sul serio. E tu, ometto, non mi hai ancora visto arrabbiato.
Alla macchina burocratica che sovrintende visite e prenotazioni sanitarie, un sonoro vatlapièntalcu (lo so, ci vorrebbe la dieresi, ma blogspot è quel che l'è...): a dar retta a loro, ci andavo in setticemia a ritirare l'esito del tampone dopodomani. E magari, dopo l'intervento, con tutta calma, potevo pure recarmi alla visita otorinolaringoiatrica prenotata per il 10 maggio, sfoggiando un bel paio di un cazzo di niente in fondo alla gola.
Insomma, gente: dovevo farvela breve e invece vi ho attaccato la pezza.
Che vi devo dire: è andata. E sono felice.
Sono vivo, più o meno.
Ma che cazzo...

lunedì 21 marzo 2011

ACCIAIO di Silvia Avallone e L'ALLIEVA di Alessia Gazzola: donne che scrivono (dannatamente bene) di donne

Un grande classico delle mie presentazioni, specie quelle in università - meglio ancora se in platea c'è qualcuno (qualcuna) che ha letto CONFINE DI STATO - è la manina alzata al momento delle domande del pubblico, e il quesito a labbra strette, buttato lì tra lo scocciato e lo stizzito: "Ci può spiegare perchè nei suoi libri le donne sono spesso oggetto di violenza e perché escono sempre a pezzi dalle sue storie?"
Come a dire (ma nessuno lo dice a cuor leggero davanti a una sala piena. Specie se è seduto/a in mezzo a tutta quella gente): "Amico; parliamoci chiaro: nei tuoi libri gli esseri di sesso femminile sono di due tipi: troie o morte. E la prima condizione decisamente non esclude la seconda. Dimmi un po', bellezza: sarai mica misogino?"
Non credo. Ma, a dirla tutta, non sono neanche quel gran femminista. Almeno quando scrivo.
Scrivo libri pieni di tradimenti, misteri, scopate e morti ammazzati. E guerre, sgozzamenti, whisky, eroina, sangue e cazzi nel culo. E questa, che vi piaccia o meno, è roba da uomini (specie i cazzi nel culo, sì... l'umorismo da scuole medie resta sempre il mio preferito)
Mi interessano l'etica e l'estetica militare, l'amicizia maschile, l'onore e tutte quelle stronzate fasciste da film anni Ottanta. Perchè racconto storie di psicotici di estrema destra con la fissa per lo sterminio e il dominio del mondo.
Forse l'ho messa giù un po' dura, ma la sostanza è questa se si guarda ai miei primi romanzi.
Al momento le cose stanno un po' cambiando (nei miei nuovi libri sto raccontando due grandi personaggi femminili, riservando loro ruoli di assoluto primo piano), ma parlare di libri che ancora non esistono non ha molto senso, per cui atteniamoci ai fatti.
Per scrivere quel che scrivo, le mie letture devono gioco forza alimentare la fucina del sexploitation e della misoginia. Dunque è raro che legga scrittrici donne.
Primo perchè leggo, in genere, quasi solo romanzi italiani.
E in Italia, se ravani nella letteratura al femminile, nove volte su dieci peschi in una polla di minimalismo e belly lit che poco fa al caso mio, specie quando sono in cerca di combustibile per la mia macchina zeppa di esplosioni, cadaveri e pezzi di merda.
Lo so, esistono delle ottime eccezioni, ma sto parlando per grandi numeri. Percentualmente, al femminile, si parla più di sentimenti che di carriarmati.
E alla fine leggo poche, pochissime scrittrici.
Non esistono tuttavia solo i libri che macino in funzione di quello che scrivo.
C'è tutto un mondo di cose diversissime tra loro che mi bevo per puro diletto o per fatalità.
In questo varipinto calderone c'è tanta roba: dai fumetti americani, ai best seller, ai saggi di super nicchia su argomenti di cui non impipa ad anima viva nell'universo. Tanto per render ragione degli accostamenti, nell'ultimo anno e mezzo, all'interno di questa selezione mi sono capitati per le mani i seguenti titoli: Non vi lascerò orfani di Daria Bignardi, Maledetti fumetti di David Hajdu, Io e te di Niccolò Ammaniti, Crossovers (Vol. 1 e 2) di Win Scott Eckert e Fantastic Four: Books of Doom di Brubaker e Raimondi.
Da un mesetto a questa parte, nel tempo libero extra lavorativo, ho letto un paio di libri così interessanti che, una volta chiusi, ho avvertito l'impellente esigenza di scriverne.
E siccome di tratta di due titoli scritti da donne in cui si parla (maledettamente bene) quasi esclusivamente di donne, ecco spiegata l'ampia premessa di cui sopra.
Anyway, basta cazzeggio, e veniamo al punto.

I libri in questione sono ACCIAIO di Silvia Avallone e L'ALLIEVA di Alessia Gazzola.
Ci sono alcune superficiali analogie tra i due testi: autrici giovani (Avallone è dell'84, Gazzola dell'82), titoli in cui le rispettive case editrici (Rizzoli per Acciaio e Longanesi per L'Allieva) hanno creduto molto e che dunque sono arrivati sul mercato con una massiccia campagna promozionale, best seller entrambi, libri da classifica (esuberante ACCIAIO, beneficiario anche dell'effetto Strega, in alto in classifica per parecchio tempo; decisamente d'impatto minore L'ALLIEVA ma comunque capace di imporsi al quinto posto della narrativa italiana per un paio di settimane) molto apprezzati anche dalla critica (su ACCIAIO, sempre in occasione della sua partecipazione allo Strega, i giornalisti si sono arrovellati di più, oscillando dall'entusiasmo imbarazzante all'astio ingiustificato; per quanto riguarda L'ALLIEVA, basta dare un'occhiata alla rassegna stampa e al tono generalmente festoso degli articoli per rendersi conto della benevolenza con cui è stato accolto il libro), entrambe storie di donne raccontate da donne.
Le analogie tra i due testi finiscono qui.

ACCIAIO è l'esatto opposto di un romanzo di formazione: è un romanzo di sfaldamento. L'evoluzione randagia e sognatrice di una coppia di ragazzine dei palazzoni di via Stalingrado, a Piombino, cresciute in famiglie di operai (o ex operai) siderurgici, che ruotano attorno all'altoforno (il cicolpico AFO 4) della Lucchini s.p.a., la maggior produttrice di acciaio (appunto) del Paese. è il 2001: mentre le ragazze esplodono (non sbocciano, esplodono) nel cuore del loro tredicesimo anno di età, cercando l'amore, rovinandosi la vita, lasciandosela rovinare, distruggendo e ricostruendo un'amicizia, il mondo lentamente scivola verso l'11 settembre, che, nel vuoto pneumatico della Piombino popolare del metallo incandescente, della coca insufflata prima e dopo il turno, dei baci rubati sulla spiaggia povera e rovente, delle indicibili violenze chiuse a chiave dentro casa, è più liquefatto d'un calippo, più leggero - molto più leggero - della piuma di Forrest Gump.
E' un romanzo popolare, ACCIAIO, epico e tragico. Maledettamente serio, soprattutto quando parla di emarginazione. Le protagoniste si muovono in una riserva indiana abbondantemente lobotomizzata dai riflessi degeneri del consumismo e del post-berlusconismo più becero. E' un racconto impietoso della vacuità, dei sogni infranti di cui è imbottita la testa di tre generazioni, del fallimento dell'agiografia operaia. La vera forza del romanzo risiede nel ritratto degenerato di un mondo dove l'orizzonte è così basso da incapsulare ogni speranza nella gabbia asfittica del qui e ora. Dove contano i soldi (quelli che servono per comprarsi la Golf GT, la bamba, i vestiti che brillano e l'autoradio da un milione), che paradossalmente non bastano nemmeno per pagare le bollette. Dove si cresce a schiaffi, dove le conquiste sociali si fanno a colpi di fica e bacino, salvo poi scoprire che il vaggio di una vita non ha portato da nessuna parte. Nessuno si muove più di un passo, tutto gravita rognosamente intorno al quartiere, alla spiaggia, al night club dove, ancora, si scambia sesso per denaro, illusione di dominio per privazione di futuro.
E l'Elba, che galleggia fuori dalla finestra come un biscotto nel latte della colazione, è irraggiungibile.
La potenza del libro risiede proprio nell'inefficacia del percorso evolutivo delle due protagoniste (Anna la mora e Francesca la bionda: già, proprio come le merdose veline di Striscia), delle illusioni di cartapesta tipiche dell'età rubata, della fretta di crescere per poi scoprire che da grandi fa tutto schifo uguale. Che l'adolescenza, come recita l'esergo, è davvero un'età potenziale, ma comunque, in mezzo al fuoco delle siviere e alle alghe marce della spiaggia, al fumo - troppo fumo - dei bar di periferia, al sesso stantio sbriciato dietro persiane accostate per il troppo - troppo - caldo, non sboccia nulla.
Se non la rabbia.
Un romanzo di sfaldamento, ACCIAIO, un'epopea popolare sul fallimento a catena di troppe - troppe - generazioni.
Un libro necessario, una voce che mancava, e che risulta convincente soprattutto perchè viene da una giovane scrittrice.
Silvia Avallone ha dimostrato talento scrivendo un gran bel romanzo. E l'ha conservato, nonostante la bufera mediatica, il baillamme, l'inferno della critica e il paradiso dell'ovazione del pubblico, intatto. Per rendersene conto basta leggere il suo pezzo sul Centocinquantenario. Lucido, secco, tagliente come la lama di un rasoio. A bocce ferme (fermissime) a un anno dal botto. E senza scuse.

Altro paio di maniche L'ALLIEVA.
Altra storia, apparentemente agli antipodi: per genere (intrattenimento puro), per temi trattati, per impostazione, per contenuti.
La fascetta appiccicata al volume recita: HA STUDIATO DA KAY SCARPETTA, E' IRRESISTIBILE COME BRIDGET JONES, MA VIENE DALLA TERRA DI MONTALBANO.
Messa giù così, uno si aspetta di acquistare un thrillerone modello IL SUGGERITORE o tutt'al più l'ennesimo clone di Faletti.
Sbagliato.
Mai fidarsi delle fascette.
Il misunderstanding comunicativo ha deluso gli amanti del genere, che si aspettavano di scoprire nell'opera prima di questa giovane specializzanda in Medicina Legale - che guarda caso racconta le avventure di una specializzanda in Medicina Legale, appena più giovane di lei - una novella Cornwell.
E, pagina dopo pagina, magari divertendosi pure (il libro è oggettivamente divertente, ora parliamo del perchè), hanno covato un risentimento rancoroso. Nel mio milieu - composto, ci tengo a dirlo, di autori e redattori parecchio open minded e generalmente disposti ad accogliere le novità - ho sentito più di un commento negativo sul libro. In sostanza, chi ne parla male, dice: "Ma non c'entra una mazza col noir! Non è mica un giallo! E' una creatura del marketing!" e cose del genere.
Hanno ragione su quasi tutto: L'ALLIEVA non è un noir e non è un giallo. Non un giallo classico, almeno. E, sicuramente, ha avuto una campagna marketing più che solida da parte dell'editore.
"Embè?", viene da dire.
Niente di tutto questo, per come la vedo io, scalfisce di un'unghia il suo valore.
La comunicazione editoriale può essere stata furbetta, per carità, ma senza ciccia non si va da nessuna parte. E qui, datemi retta, ciccia ce n'è parecchia.
Dietro questa storia che ruota intorno alla misteriosa morte di una ragazza della Roma bene, nel turbine delle indagini intorno alla quale viene coinvolto un parterre di borghesucci sdruciti, berlusconiani spocchiosi ma molto professionali, studentesse determinate e spendaccione, bellissime e vacue, mercuriali e coriacee, c'è una ricetta che fonde insieme ingredienti smaccatamente eterogenei.
L'ALLIEVA non è un thriller.
Nè un giallo.
E' un pastiche a metà tra la chick lit più incline alla commedia (Bridget Jones, per intenderci), la narrativa rosa di consumo, la fashion comedy à la Sex & The City, il medical drama modello Grey's Anatomy e la detective story in stile Dottor House (occhio: non CSI e nemmeno Kay Scarpetta). Il tutto abilmente spolverato di una favolosa e sconvolgente ironia nipponica (ci sono passaggi da farsela sotto. Letteralmente. Uno su tutti: la coinquilina giapponese della protagonista che non ha una gran confidenza con la lingua di Dante e, quando implora, invece di "Ti prego!" esclama contrita: "Ti pecoro!") e, last but not least (ed è proprio questa la ciliegina sulla torta), innerbato da un'analisi sociale netta, impietosa e determinata.
Quando ho chiuso il libro, benché divertito (parecchio divertito), ero un po' incavolato con la protagonista. Alice Allevi, la giovane specializzanda in medicina legale che si ritrova a indagare sul caso della povera Giulia (povera perchè morta, ma in realtà ben ricca di famiglia. E che famiglia! Classica, benestante, impeccabile, piena di pregiudizi e scheletri nell'armadio), che si fidanza col bell'Arthur (ricco pure lui, ma ribelle. Perché abbandona il posto fisso nella prestigiosa rivista per andare a fare il reporter d'assalto. Ma sempre con un borsone North Sail appresso), che flirta con quello stronzo berlusconiano del suo capo Claudio, che si sputtana lo stipendio in vestiti, che sfotte le colleghe cesse e il look "da sfigato" dello sbirro Calligaris, che combina un sacco di casini ma se la cava sempre, mi stava decisamente antipatica.
Quando ho conosciuto l'autrice, le ho chiesto se era questo l'effetto voluto, oppure la piccola Alice mi sta sulle palle perché sono un rozzo mangiabambini senza Dio.
Alessia Gazzola mi ha fornito la chiave di quel libro (e di quelli che verranno. Le avventure della giovane trinciacadaveri avranno un seguito. E forse più d'uno.): Alice è casinista, superficiale, consumista, testarda, e sì, maledettamente fortunata. E' la dimostrazione vivente che la fortuna non sorride agli audaci, ma a coloro che non se la meritano. Ma il percorso di Alice è appena cominciato. Nella miglior tradizione della medical fiction d'oltreoceano, è prevista un'evoluzione del personaggio lungo i tre anni di percorso professionale (tanto dura la specializzazione in Italia).
L'ALLIEVA è pertanto perfettamente speculare ad ACCIAIO, nella misura in cui è il primo tassello d'una serie di romanzi di formazione. La specularità (considerazione mia, a questo punto, l'autrice è esautorata dalla responsabilità di questa riflessione. Che peraltro ha tutto il diritto, come voialtri del resto, di considerare ininfluente, non calzante o addirittura off topic) consiste anche nel tipo di scenario che dipinge: quello d'una borghesia vuota e vanesia, che si riempie la vita di viaggetti, shopping, capricci, sordide relazioni, trasgressioni in bustuna di plastica e, quando perde il controllo della situazione, di morti ammazzati.
L'esito etico al fondo del romanzo, soprattutto alla luce delle considerazioni dell'autrice stessa (per esempio riguardo a Claudio, lo stronzo superiore berlusconico con cui Alice flirta e di cui, com'è come non è, subisce il fascino lubrico: concepito come un personaggio assolutamente negativo e imbevutosi, chissà come, d'un alone accattivante) è che i cattivi non cambiano mai, ma per i buoni (e Alice, benché per il momento un po' antipatica, è buona davvero) c'è speranza.
Il che, alla fine, pare piuttosto confortante.
Sono ansioso di vedere come cambierà, crescerà ed evolverà la dotoressa Allevi, e spero vivamente che non perda per strada la sua involontaria political uncorrectness. Pur senza diventare, mi auguro, una scialba santarellina à la Meredith Grey.

martedì 8 marzo 2011

Damir Ivic, STORIA RAGIONATA DELL'HIP HOP ITALIANO (Arcana 2010)

Questo è il tipo di libro di fronte al quale o si perde la testa o si resta indifferenti.
Niente mezze misure.
Per quanto riguarda l'indifferenza, niente di male: se non ve ne frega niente del rap, del breakin', del turntablism o del writing, sono convinto che la vostra vita tiri innanzi senza problemi.
Probabilmente pensate che Neffa sia un cantante pop, e che sia normale che faccia duetti zuccherosi con J-Ax (altro cantante pop appena più truce), urlando a squarciagola: "NELLE PALESTRE BALLERANNO LE SIGNORE!!!!"
E magari vi chiedete pure che fine abbia fatto quel ragazzo un po' abbondante che cantava SUPERCAFONE (Te la ricordi? Eravamo ad Alassio quell'estate! Quanto l'abbiam ballata!)
Forse pensate pure che Caparezza sia intelligente ma troppo... troppo di nicchia.
E Mikimix, ammettetelo, non avete proprio idea di chi cazzo sia.
Comunque, no. Non c'è pericolo: Fabri Fibra e Club Dogo li ascolto se proprio proprio passano in radio, ma se mi capita il video su Deejay TV cambio canale.
Ecco, se vi siete riconosciuti nel profilo, il libro di Damir Ivic non fa per voi.
Ma se per caso vi è capitato di trascorrere i pomeriggi con i bassi a palla nelle orecchie e la voce di Don Kaos che vi azzanna lo stomaco, o le serate a far girare un microfono, a sputarci dentro rime asciutte, a inseguire a tutti i costi quella parolina con la S: STILE; se le prime braghe larghe che vi siete comperati erano della INTRO, se in macchina avete ancora le cassette da 100 minuti con Stop al panico in loop da un lato e dall'altro Slega la lega e Fotti il buio; se pensate che SXM sia il miglior album hip hop italiano di sempre (e avete ragione) e che la trasformazione di Esa e Polare in Gente Guasta sia uno dei migliori finali di partita di sempre... be', allora questo libro fa proprio al caso vostro.
Damir Ivic non è un giornalista musicale fighetto che ha fiutato l'affare e s'è messo a scrivere con toni paraculi la storia recente della doppia H. Damir Ivic è un professionista serio. Un comunicatore scevro da pregiudizi e, soprattutto, uno della Vecchia Scuola.
Ai tempi di maggior fotta del movimento scriveva per Aelle (Alleanza Latina, la vera bibbia del B-Boy made in Italy dal '91 al 2000), ha macinato chilometri su e giù per lo stivale, di jam in jam, per ficcare un registratore davanti a chi cantava, suonava, brekkava o dipingeva. Si è consumato i polpastrelli sui tasti per dar voce a tutti, ma proprio tutti i rappresentanti della scena.
Damir Ivic c'era. E, quando parla, parla con cognizione di causa.
La storia che racconta è la storia di una cultura che viene da lontano. Che viaggia leggera e invisibile fin dalla metà anni Ottanta attraverso documentari che passano a tarda notte su reti private e video che che girano una volta ogni morte di papa (sempre a notte fonda) su canali qualunque, in un mondo senza internet o MTV, aggrappato alle deboli spallucce della neonata Videomusic.
Rime in inglese dure a capirsi che suonano una meraviglia, dischi attesi settimane al negozio, viaggi a New York, favole di emancipazione, tute a strisce e scarpe da ginnastica, partenze, ritorni.
Il Muretto di Milano, il Regio di Torino, Roma, Napoli, Bologna.
Finchè qualcosa non esplode. Finchè non arrivano i Novanta. Finchè in Italia non deflagra il fenomeno posse, che farà la fortuna del movimento e nel frattempo lo pugnalerà al cuore.
Isola Posse All Stars, Fuckin' Camels 'n effect, Lion Horse Posse, 99 Posse.
E poi è uno tsunami. L'onda si alza, inesorabile, travolge tutto e tutto cambia.
Le comparsate ad Avanzi, la colonna sonora di Sud di Salvatores. L'hip hop s'infila dovunque, si macchia di raggae, s'infibula con la lotta dei centri sociali, viene sfregiato dall'imbarazzante stalinismo di alcune situazioni al limite.
Muore e rinasce, si consuma peggio della fenice per poi risorgere dalle proprie ceneri. Le crew si mischiano, il beat si fa crudo ed esasperato. Qualcuno cambia strada, qualcun altro dice di no al grano facile e corre a rintanarsi nel buio dell'underground di sempre.
Ma, a dispetto degli scazzi, dei tradimenti, delle promesse non mantenute, dei balzi in avanti e di quelli da gambero sbronzo, la cultura sopravvive. Attraversa un altro decennio, sfida il nuovo secolo. Arriva, un'altra volta, alle orecchie di chi non sa neanche che significhi "hip hop", ma si è appena iscritto(a) a un corso di danza (tanto fico!) che porta quel nome come un distintivo sul petto.
E in classifica, di quando in quando ti ritrovi il nome di Fabri Fibra, quello dei Club Dogo, del solito sfavillante Caparezza. Senza avere idea che quella gente, in un modo o nell'altro, con la Vecchia Scuola ci è andata a braccetto per un sacco di anni. Non ha mai smesso di parlarci, anche se adesso urla prepotente nelle orecchie dei pischelli.
E' la storia di un viaggio, quella che racconta Damir Ivic nel suo stupendo, fondamentale (è il caso di dirlo) STORIA RAGIONATA DELL'HIP HOP ITALIANO. Una storia che a quelli come me, che hanno appena gli anni giusti per esserci stati quanto tutto cominciava (all'epoca di Stop al panico avevo proprio l'età dei fan più giovani di Fibra, oggi), mette addosso un po' di nostalgia, un sacco d'emozione e una voglia matta di andare a pescare tra i vecchi cd, o magari di fare un mega ordine in rete di tutta la roba che all'epoca ha sempre e solo ascoltato su cassettine strausate perchè i soldi non bastavano per le bombole. Figuriamoci per le adidas o i cd (manco c'avevo un lettore, all'epoca. Il primo l'ho preso coi punti della Coop nel '96...)
Questo è il libro che mancava.
Di quelli che se ne esce un paio in un anno, è stata un'annata memorabile.
Uno di quei libri così perfetti che, porca troia, avrei voluto scriverlo io.

mercoledì 2 marzo 2011

"Nina dei Lupi" di Alessandro Bertante allo Strega: una rivoluzione dal basso

Oggi è successo qualcosa. Qualcosa di entusiasmante.
Il nuovo romanzo di Alessandro Bertante, "Nina dei lupi", è in giro da qualche giorno. Le prime recensioni ne parlano assai bene; e a ragione, visto che Alessandro è un narratore di razza. Qualcuno, proprio in una di quelle recensioni, suggeriva che un libro tanto potente dovrebbe concorrere per lo Strega, il più prestigioso premio letteraio italiano.
Be', per partecipare allo Strega esistono delle procedure ben precise e di solito il mondo editoriale (leggi: le case editirici che concorrono) si mobilita ben prima di proporre la candidatura di un autore al premio. Si fa un po' di rumore attorno al titolo, si chiamano i giornalisti, escono pezzi sui giornali.
E' la prassi più o meno. E' parte di un meccanismo consolidato.
Oggi, però, è successo qualcosa di anomalo, magico e straordinario. E' nato in rete un piccolo movimento spontaneo (voluto da due scrittori, Teresa Ciabatti e Giuseppe Genna) a sostegno della candidatura del romanzo di Alessandro Bertante al prestigioso premio. E' stato creato un gruppo su facebook che nel giro di poche ore ha registrato un numero di iscritti a dir poco impressionante (mentre digito siamo a quota 414, in salita).
E, sempre nel giro di poche ore, una tra le più note riviste culturali online, AFFARI ITALIANI, ha dedicato un pezzo alla questione.
La marea monta di minuto in minuto, così come la curiosità e la partecipazione che vanno a costruirsi intorno al gruppo. A leggere i commenti in pagina traspare un entusiasmo sincero. Lettori curiosi si affacciano e dicono di volersi procurare al più presto il libro. Altri, che hanno già acchiappato la propria copia, condividono in tempo reale impressioni e giudizi.
Scorrendo le testimonianze, sono pervaso da grande gioia, innanzitutto perchè ferve la discussione intorno ad un romanzo speciale. A un grande romanzo.
E questo fa bene al cuore, oltre che alle lettere.
Ma, soprattutto, perchè gli aderenti spontanei alla "causa", invocano dal basso una candidatura al Premio - quello con la P maiuscola - ribaltando le consuete logiche editoriali, sorprendendo (e, immagino, riempiendo di gioia) l'editore stesso, Marsilio, che sulla medesima pagina fecebook si trova a commentare: "Bertante allo Strega a furor di popolo?"
Insomma, che Bertante ci vada o meno allo Strega (cosa che mi auguro vivamente. Perchè il vecchio Bert hai numeri per suonarle a un bel po' di gente, là fuori), la questione è che è straordinario che nel mondo delle italiche lettere, spesso polveroso e legato a logiche editoriali asfittiche, di punto in bianco nasca una candidatura "dal basso" a uno dei premi più prestigiosi (e più contestati) dell'intero Sistema Letterario.
Io non vi chiedo di iscrivervi al gruppo. Perchè su facebook ci sono un sacco di adesioni a cuor leggero che molto poco bene fanno alle cause che dovrebbero supportare.
Vi consiglio, però, se vi va di leggere un bel libro, di dare una chance a "Nina dei lupi".
Ne rimarrete stregati, ne sono convinto.
Allora, solo allora, sì che avrà senso puntare il browser sull'indirizzo del gruppo e aderire.
Pensate un po' che razza di botta sarebbe se fossero i lettori, una volta tanto, a convincere un editore a far concorrere un autore per lo Strega. Lettori soddisfatti, motivati, interessati, consapevoli. Sarebbe davvero un sogno, e una grande lezione di meritocrazia.
Forza Alessandro e forza Nina. Che l'apocalisse meritocratica, una volta tanto, travolga ogni cosa!

lunedì 28 febbraio 2011

Clandestina vs Slittamenti: microcronaca di una due giorni romano orbetellana hardcore

Cari amigos vicini e meno vicini,
è da un po' che non scrivo una microcronaca di una trasferta, ma questa volta non posso sottrarmi dal momento che l'ottimo Fernando Quatraro, a.k.a. Mister Effequ, me l'ha esplicitamente richiesta. Dunque, siori e siore, allacciate le cinture: si parte con il racconto sincopato di una due giorni tosco-laziale di assoluto profilo hardcore.

Giovedì 24.02.11
Partenza con calma, verso le 11.30. Sveglia comunque presto: ormai i ritmi imposti dal giovane Albertino sono marchiati a fuoco nel dna del papà e di dormire oltre una certa non se ne parla. Viaggio fichissimo col sole, i miei nuovi occhiali scuri da 7 euro e i Dropkick Murphys a palla. Alla vista del mare, poco prima di Genova, quasi mi commuovo.
Caldissimo dentro l'abitacolo, ma fuori c'è una sorpresa. Approdato ad Orbetello, mi aggiro come uno zingaro (per niente felice) per il parcheggio, sferzato da una tramontana polare in cerca del parchimetro, salvo poi scoprire (dopo averlo misurato a falcate in lungo e in largo. Il parcheggio, non il parchimetro.) che il parchimetro non c'è. L'hanno sfasciato i vandali. E il sindaco non l'ha mai rimpiazzato, tanto sta in campagna elettorale.
Ah ecco.
Anyway, in qualche modo parcheggio, cavo la valigia e mi precipito in casa di Fernando. Ad attendermi, sua moglie Susanna, gentilissima come sempre, che mi offre un caffè e una fetta di torta a dir poco deliziosa. Verso le otto arriva anche Nando, nel frattempo io leggiucchio il nuovo Ammaniti. Cena da Francesco, il figlio primogenito di casa Quatraro. Primitivo del Salento in abbondanza, risate e vento freddo che entra dalla finestra ogni volta che ci fumiamo una paglia.
Talisker prima di dormire in un pub scavato nella roccia.
Termino Ammaniti (Io & Te è anche un bel libro, niente da dire. Però, mannaggia, non vale i soldi che costa. Con che coraggio me lo vendi a dieci sacchi? L'ho letto in due ore...)
Notte gelata nella stanza più esposta alla tramontana di tutta la casa.

Venerdì 25.02.11
Sveglia presto (ormai sono insonne, ve l'ho detto), colazione pantagruelica, doccia e via! Si parte direzione Roma. Viaggio tranquillo e rilassato, la compagnia di Fernando è sempre favolosa.
La Capitale ci accoglie luminosa e fredda da morire che è l'una passata. Si parcheggia dalle parti di Ponte Sisto e ci si fionda da Augustarello per un piatto di cacio e pepe come Cristo comanda.
Augustarello è imbottito di gente. Poco male, si va dal Moro.
Amatriciana, cacio e pepe, vino della casa, caffè, grappa. Per un prezzo con cui a Milano non ti compri un paio di Negroni sui Navigli. Due passi a Trastevere, caffè da Bibli, quattro passi prima della presentazione, una coca da Friends e finalmente si fan le sei e mezza.
La presentazione avrà luogo in un locale molto cool: il MOOD CONTEMPORARY CLUB.
Ci arriviamo insieme a Federico di Vita, uno dei curatori di Clandestina, che nel frattempo ci ha raggiunto. Fede è tipo giusto, è un piacere conoscerlo e bere qualcosa insieme.
Mentre ci scoliamo del bianco e della birra, arriva il pubblico della serata, quasi esclusivamente femminile. Sala piena, solo psoti in piedi (sala piccina, va detto. Ma son comunque soddisfazioni...)
Presentazione che fila liscia, auditorio attentissimo e parecchio preparato: un grande piacere.
Nota di merito ad Andrea Buoninfante, uno degli autori più in gamba di CLANDESTINA (nonchè del romanzo LA CALATA DEL SANTO A TRE GAMBE) e straordinario affabulatore. Citazione da dieci e lode: "Perchè voialtri nun l'avete capito, ma a me scrive me rompe li cojoni..."
Tutti in piedi sul divano.
Ancora una birretta post-presentazione, qualche trancio di pizza al volo, due chiacchiere con gli amici e poi è ora di andare.
Arrivo ad Orbetello due ore più tardi. Io e Fernando ci perdiamo anche dalle parti dell'Eur. Ma con classe.
Nella mia stanza ci pattinano i pinguini. Indosso una tuta e tre maglioni e mi metto a letto a leggere ACCIAIO di Silvia Avallone. Ma sapete che non è male? E io che che come un babbo di minchia, per dar retta ai pregiudizi, non l'avevo ancora sfogliato.
Forse sto invecchiando. A trent'anni suonati riscopro i best seller.
Alle due nanna e arrivederci (arrivederci Roma. E' il caso di dirlo).

Sabato 26.02.11
Sveglia sempre presto (8.30. E mi sembra di essermi alzatoalle 11.00. Fate conto che sono andato a letto alle due passate...), doccia, valigia, saluti a Fernando e Susanna e partenza.
Strada triste e monotona. Poco sole, molto vento. Panino in autogrill. Freddo come le brioches di "Nel nome di Ishmael".
Arrivo a Novara nel primo pomeriggio e giro in centro con la famiglia.
Sera con amici (e molti, molti bambini!). Il mio Albertino crolla verso le dieci. Gli altri papà mi tengono compagnia cullando i propri lattanti che proprio non hanno nessuna intenzione di abbioccarsi. Beviamo bourbon del Kentucky, nel frattempo. Un sacco di bourbon del Kentucky. Le mamme, in cucina, chiacchierano in libertà. A mezzanotte tutti a nanna, per cortesia. Che ho 1200 km sulle spalle. Arrivederci core.
Roma è sempre Roma.

domenica 20 febbraio 2011

Clandestina (Effequ 2010): ingannevole e sublime


CLANDESTINA, l'antologia di racconti a cura di Federico Di Vita ed Enrico Piscitelli uscita qualche mese fa per Effequ, è un testo ingannevole. Sublime ed ingannevole.
Dal titolo e dalla copertina ci si aspetta una raccolta di racconti "migranti", una serie di testi sull'emarginazione che qualunque straniero subisce quando decide di lasciare il proprio Paese d'origine. Non per diletto o per legittima voglia di scoprire il mondo. Ma per fame, per povertà, indigenza, mancanza di futuro. Ci si attende, scrutando la copertina bianco-rosso-nera, che questo libro parli della proverbiale "ricerca di fortuna", con tutto il doloroso bagaglio che questo tipo di viaggio si porta appresso.
E quando s'inizia a leggere, almeno per un paio di racconti, la sensazione è confermata. L'apertura è affidata al bellissimo e tagliente Luoghi comuni e feroci di Federico Longo, una collezione delle porcate che gli italiani s'infilano in bocca quando parlano di stranieri, di migranti, di extracomunitari:
Se vengono qui devono rispettare le nostre regole, prova tu ad andare a delinquere a casa loro e vedi che fine fai!
Io non sono razzista, e quelli che vengono qui a lavorare mi stanno bene, ma che non si azzardino a pretendere tutele, diritti, buste paga in regola o sicurezze sul lavoro! Io gli faccio un favore ad assumerlo e il negro che fa? Se si spacca un braccio in cantiere vuole andare all'ospedale e mettermi nella merda... ma siamo impazziti?!?

E via discorrendo.
La seconda storia (Venerdì, di Davide Martirani) cavalca più o meno la stessa onda, ribaltando il punto di vista e shiftando l'ambientazione di parecchi chilometri.
Ma quando s'incappa nel terzo racconto - Cinquantuno di questi giorni, di Francesco Sparacino - l'inganno è finalmente svelato: weirdness e teatro dell'assurdo s'impastano a una storia d'emarginazione à la Benjamin Button. Al posto di un giovane vecchio c'è un bimbo che cresce troppo in fretta, che brucia le tappe per diventare uomo nel giro di qualche giorno, che consuma la propria esistenza di fronte a un televisiore che non è lo schermo del mondo, ma solo dell'ennesimo inganno.
La trappola della comunicazione, la gabbia mediatica che serra e avvinghia il Paese imbottendogli la testa di stronzate è uno dei possibili file rouge della clandestinità dell'esistenza che l'antologia suggerisce. La cattiva maestra popperiana, latrice di un'immagine falsa e patinata del baraccone italiano, torna spesso nel testo, e anima pezzi forti e crudi come il racconto finale, La ruota della fortuna di Angelo Calvisi.
Ma ci sono altre strade per raccontare la diversità: particolarmente degne di nota sono quelle intraprese dalle uniche due autrici della raccolta, Ilaria Giannini e Matilde Quarti.
Giannini dipinge nel suo Bianca l'alienazione ripiena di vita di una gravidanza indesiderata, portata addosso come un cappotto a Marrakech in pieno agosto.
Quarti graffitta in pointillisme la diversità di Beatrice: sognatrice malata ad occhi aperti, artista dell'equivoco visuale, povera milanesina tutta sola.
Il resto della raccolta è un potente volo d'uccello su mondi altri, a volte visionari e semplicemente folli e fantascientifici (Guardatelo, Marco Maccio di Giacomo Buratti, Il crudele apprendistato di Vero Almont di Ernesto Baj, La svastica sul petto di Marco Montanaro), altre volte effimeri, strepitosi, deliziosamente letterari (La Madonna dei Nascosti di Andrea Buoninfante), altre ancora crudi come mezzo chilo di carne umana (Il sopralluogo, scritto col metodo SIC - Scrittura Industriale Collettiva, e Marta di Alessandro Romeo).
CLANDESTINA è un testo ingannevole, ve l'ho detto. Ingannevole e sublime.
Perchè promette di raccontarvi lo straniero, il diverso, l'altro. E finisce per raccontarvi la parte peggiore di voi stessi.

giovedì 3 febbraio 2011

Libri nuovi, vecchi, già letti e ancora da scrivere

Primo post dell'anno in ritardo funambolico rispetto al solito. Se continua così, persino il buon proposito di un post al mese va a farsi benedire. Comunque, bella gente, non scrivo per lamentarmi, ci mancherebbe. Qui succedono un sacco di cose belle e tra i progressi di Albertino e un mare di nuovi lavori interssanti non ci si annoia per nulla.
Ho voglia di parlare di libri, perchè da queste parti ne sono arrivati parecchi e parecchi sono stati divorati.
Inizio con un paio di segnalazioni che mi riempiono d'orgoglio.

1. SOLDATO REGIO, la nostra graphic novel risorgimentale, è ancora in cerca di un editore. Tuttavia, fa già scalpore sul CORRIERONE!

2. Da qualche tempo, in giro per l'Europa, ricercatori, studiosi e docenti universitari hanno iniziato ad occuparsi del mio lavoro. Negli ultimi tre anni sono usciti diversi titoli che si trattavano tangenzialmente dei miei romanzi o della ricerca ad essi sottesa (tra i titoli più significativi val la pena citare L'Italie en jaune et noir di Maria Pia De Paulis Dalembert, Bombe a inchiostro di Aldo Giannulli e Librovisioni di Arduini, Barella e Simonelli).
Negli ultimi mesi, tuttavia, sono arrivati sugli scaffali due volumi, realizzati da prestigiose case editrici del Vecchio Continente (Cambridge Scholar Publishing e Peter Lang), che dedicano diverse pagine a un analisi articolata dei miei scritti all'interno di opere critiche sul giallo e il noir contemporanei.
In Uncertain Justice - Crime and retribution in Contemporary Italian Crime Fiction, Nicoletta di Ciolla dedica il capitolo Simone Sarasso and the Ethics of the Popular alle connessioni tra pop culture e il mio modo di raccontare la Storia. L'analisi è parecchio cazzuta e coglie il punto su molte questioni. Tante per darvi un assaggio, a pagina 67 Di Ciolla, Senior Lecturer in Italian presso la Manchester Metropolitan University scrive:

Giangiacomo Feltrinelli, in the character of
L'Editore, acts like Sylvester Stallone in Rambo escaping in a jungle and avoiding bullets shot at him by a James Ellroy character.

Il professor Claudio Milanesi dell'Université de Provence, nel saggio Simone Sarasso, Giangiacomo Feltrinelli e il New Italian Epic, contenuto all'interno della raccolta Memoria in Noir - Un indagine pluridisciplinare, a cura di Monica Jansen e Yasmina Khamal, spinge l'acceleratore sulla mitopoiesi dell'Editore.

Sono davvero lusingato di questi due contributi, usciti a così breve distanza dalle mie conferenze americane del novembre scorso. Sembra che il filo che mi lega ad alcuni ambienti accademici internazionali (Aix En Provence, York, Wellesley, New York, Toronto) crei piccoli circoli virtuosi.

E a proposito di cricoli virtuosi (e di ottime idee che restano in circolo), visto che di libri si parla e visto che viviamo in tempi bui, in cui strani figuri vorrebbero vederli ardere in delittuose pire sacrificali, non posso non citare lo straordinario intervento di Valentina Fulginiti - una talentuosissima dottoranda conosciuta proprio durante il mio recente soggiorno canadese ospite della University of Toronto - sulla questione #rogodilibri. Il post di Valentina, prontamente mirrorato su Giap! riassume la questione in modo impeccabile.

Libri, si diceva. Libri letti.
Ce n'è giusto un paio su cui vale la pena di spendere qualche riga:

Lapponi e criceti di Nicoletta Vallorani (Ed. Ambiente - Verdenero Romanzi) è un libro gustosissimo. A metà strada tra Pennac e Benni prima maniera, racconta la Milano dell'Expò e della selvaggia bolla edilizia attraverso la voce squillante di Zoe Libra, detective spazzina prima moribonda e poi morta del tutto, che si aggira in compagnia della sua curiosa famigliola d'un tempo in sembianze ectoplasmiche. Bei personaggi e bellissima scrittura, Lapponi e criceti è uno straordinario esempio di letteratura civile. E insegna una grande lezione a chi la penna o la tastiera la usa per mestiere: a volte servono parole leggere e storie volatili come fantasmi per prendere a schiaffi il reale. A volte una risata rifila cicatrici più profonde di un serramanico arruginito. Leggete di Zoe. E, se vi capiterà di passare per Milano, non guarderete più i cantieri che sfigurano la città con gli occhi di prima, ve lo assicuro.

Sopravvissuti di Matteo Cortini e Leonardo Moretti (Ed. Asengard) è un gioiello, puro e semplice. Un capolavoro di stile e ferocia che stravolge il genere survival zombie, ne ribalta le viscere dal profondo. Cortini e Moretti, autori del gioco di ruolo Sine Requie, da cui il romanzo trae ispirazione, assorbono tutti i topoi letterari e cinematografici sui morti viventi e li impastano con la calce viva del racconto di guerra. Il risultato è assolutamente abrasivo. Eccellente.
Potrei continuare a menarvela con sapide analisi letterarie, ma non è nè tempo nè luogo. Vi basti sapere che qua dentro ci sono nazisti, zombie, seghe elettriche (e che seghe elettriche!), ossa rotte, SAS, sangue a go go e persino qualche bella scopata. Non dovrebbe servirvi altro per fiondarvi in libreria, giusto?

Come sapete, la mia passione per il fumetto americano è parecchio radicata. Tipo gli arti meccanici del Dottor Octopus dopo il botto quantico...
Be', mai come di questi tempi ho avuto il piacere di leggere so many shining masterpieces.

Il quarto volume della serie SECRET WARRIORS è davvero un capolavoro. Duro e crudo, con un cuore spionistico al titanio. Fa il punto sull'onore, la guerra, il mondo di chi tira il grilletto e marcia in divisa. Chiude il ciclo di Hickman su Fury. E lo chiude coi fuochi d'artificio.

NO ESCAPE, l'ultimo hardcover di Cap, è ben fatto. Brubaker ha quasi esaurito le figurine dei supertizi del passato, ma continua a raccontare le loro storie con grande classe.

Per i collezionisti, e solo per i collezionisti, le due segnalazioni che seguono.
Sono usciti da qualche tempo questi tre volumi di cui ogni hardcore comic reader non dovrebbe fare a meno. Costicchiano, gente, che ve lo dico a fare, ma sono un fottuto investimento per il futuro: SI RIVALUTANO COME POCHI! Il primo volume di Spawn, acquistato pochi mesi fa per 150 dollari, ne vale già 600...
E poi, diciamocelo, quando li avrete in casa, non penserete più a ogni centesimo speso.
Spawn Origins Collection: Deluxe Edition Volume 1 signed & numbered (HC)
Spawn Origins Collection: Deluxe Edition Volume 2 signed & numbered (HC)
Marvel Golden Age Omnibus Vol.1 (HC)

Sul comodino ci sono un po' di libri che mi guardano. Tutti titoli interessanti su cui non vedo l'ora di avventarmi, tempo e lavoro permettendo.
Sono, nell'ordine:

L'Italia che legge
di Giovanni Solimine (Laterza), un saggio coi controcazzi sullo stato attuale dell'editoria italiana: cosa si legge, cosa si compra, cosa si stampa. E, soprattutto, chi legge cosa. Pare che sia molto divertente anche per chi non è del mestiere.
Il gran notturno di Jean Ray (Hypnos) è un classico dell'horror da recuperare. Ne hanno parlato assai bene su Carmilla.
La moschea di San Marco e La casa dell'Islam di Pierfrancesco Prosperi (Bietti) sono due romanzi ucronici i cui presupposti (l'islamizzaizone del nord-est nel prossimo futuro) apocalittici sono veramente gustosi. Prosperi e i suoi libri mi sono stati segnalati dal professor David Ward del Wellesley College (USA), a dimostrazione che la narrazione ucronica italiana ha percorso un sacco di strada e ha parecchio da dire anche oltreoceano.
Wolf Hall di Hilary Mantel (Fazi) è il vincitore del prestigioso Booker Prize edizione 2009. Il Guardian, di cui mi fido pochino, dice che questo libro "non conosce pari nella narrativa inglese". Il mio amico Davide - titolare della Libreria Therese di Torino - di cui mi fido abbestia, dice che è uno spasso e che mi piacerà assai. Effettivamente, dopo aver sbirciato un paio di pagine appena, ho una gran voglia di incominciarlo.

E per ora mi pare tutto, gente.
Un po' di carne al fuoco l'abbiamo messa. Leggete voi che leggerò anch'io. E poi, se vi andrà, ne riparleremo, sempre su queste frequenze.

P.S.
Quasi mi scordavo: ho appena finito di schedare una mezza dozzina di libri. In capo a qualche giorno, conto di finalizzare la scaletta e poi comincerò a scrivere il NUOVO ROMANZO.
Nel caso ve lo steste chiedendo: no, non è il terzo della trilogia. Quello lo comincio quest'estate.
Questo nuovo libro è qualcosa che non vi aspettate.
Qualcosa che nemmeno io pensavo di avere nelle dita. Una storia d'altri tempi.
Come dite: qualche indizio?
Quest'immagine vi dovrebbe dare un'idea abbastanza netta.