DA DOVE VENGO IO - CENT'ANNI vol.1

venerdì 16 novembre 2007

Sarasso al Festival della Letteratura del Crimine a Genova


Ci siamo, manca poco.
Domattina a quest'ora sarò già in viaggio per il capoluogo ligure (bugia: mi sa che domani alle nove mi alzo, e si parte in tutta calma...). Speriamo che il tempo tenga, perchè mi piacerebbe proprio gustarmi un po' la città prima della gran kermesse del pomeriggio.
Parte oggi alle 15.30 e si concluderà domenica alle 13.00 il terzo FESTIVAL DELLA LETTERATURA DEL CRIMINE di Genova, organizzato dall'associazione Satura col patrocinio del Comune. Il presidente dell'associazione, Mario Napoli, coordinerà una miriade d'interventi: durante i tre giorni, gli autori gialli e neri si susseguiranno con la velocità di raffiche di mitra: uno ogni mezz'ora. Alla fine della Royal Rumble un aperitivo ristoratore.
Il mio turno di buttarmi nella mischia sarà SABATO (17 NOVEMBRE) ALLE 15.30 (si parlerà, ça va sans dire di Confine di Stato), ma fin dalle 15.00 sarò in loco nello SPAZIO AUTORI a disposizione della stampa e dei lettori.
Date un'occhiata al programma (lo trovate qui), troverete nomi eccezionali: saranno presenti Altieri, Morchio, Savatteri, la Bucciarelli... Tanto per citarvene qualcuno.
Io fibrillo sin d'ora perchè avrò la possibilità di stringere la mano a Mr. Segretissimo (Alan Altieri, per chi non fosse del giro). Mi sa che mi porterò dietro qualche pezzo raro per farglielo autografare.
Appuntamento a Palazzo Stella, Piazza Stella 5.
Spero di vedervi numerosi.
Se vi va di fare un salto, sapete dove trovarmi.

mercoledì 14 novembre 2007

Aggiornamenti Scerbanenco e una recensione di CONFINE DI STATO sulla Gazzetta di Parma


Questo post anzitutto per dire GRAZIE. Grazie a tutti voi che state spingendo il mio libello al premio noir più prestigioso d'Italia. In questi giorni ho ricevuto moltissime mail di amici e lettori che si sono presi la briga di andare sul sito del NoirFest ad esprimere la propria preferenza per CONFINE DI STATO.
Grazie di cuore. E' strepitoso l'affetto che avete dimostrato e continuate a dimostrare.
Una piccola news a riguardo: proprio oggi sull'URL della kermesse di Courmayeur è stato prorogato il termine per il voto. Si può esprimere la propria preferenza sino al 25 NOVEMBRE (il primo termine alle votazioni era stato fissato al 20 novembre).
Invariata invece la data fatidica (almeno per ora): tra il 5 e il 6 dicembre la cinquina verrà resa nota.
Dita incrociate e fiato sospeso sino ad allora.
Dello Scerbanenco (e di CONFINE) si parla anche sull'edizione vercellese della Stampa di oggi.
L'articolo, che trovate qui, è a firma di Gianluca Mercadante.
E il mio romanzo è stato menzionato anche qualche giorno fa sulla Gazzetta di Parma: la recensione, assai generosa nei confronti del sottoscritto, è di Alberto Sebastiani. La trovate sia qui che nella rassegna stampa di CDS.
Tra tre giorni (non vedo l'ora) si va a Genova al Festival della Letteratura Criminale. Tutti i dettagli su queste frequenze prima del week-end.

domenica 11 novembre 2007

CONFINE DI STATO al Premio Scerbanenco


Roba forte, signore e signori. E un grande onore.
CONFINE DI STATO è stato inserito nella rosa dei 21 semifinalisti del prestigioso PREMIO SCERBANENCO promosso dal Noir Film Festival di Courmayeur.
Il premio verrà assegnato al termine dei lavori del festival (la kermesse va in scena dal 4 al 10 dicembre), ma tra mercoledì 5 e giovedì 6 verrà resa pubblica la cinquina dei finalisti.
Il giudizio spetterà ai giurati (giurati d'eccezione: Valerio Calzolaio, Tecla Dozio, Loredana Lipperini, Sergio Pent, Cecilia Scerbanenco, Sebastiano Triulzi, John Vignola e Fabio Zucchella, affiancati da Nico Orengo (Presidente) ), le cui preferenze verranno sommate a quelle dei lettori e degli internauti.
Chiunque, infatti, può votare il proprio autore preferito e far sì che si guadagni a suon di preferenze il diritto alla cinquina.
Il meccanismo è piuttosto semplice e trasparente: cliccate qui o sull'enorme banner giallo sotto l'intestazione del blog. Verrete spediti alla pagina del sito del NoirFest ove è pubblicato il regolamento e la rosa dei semifinalisti. Cliccando la scritta: CLICCA QUI PER ANDARE ALLA LISTA DEI TITOLI IN CONCORSO accederete alla sezione in cui titoli e autori fanno bella mostra di sè. In mezzo a nomi illustri (BIONDILLO, GUCCINI E MACCHIAVELLI, DAZIERI E FOGLI, tanto per citarne qualcuno) c'è pure il sottoscritto.
Scegliete il vostro preferito e votatelo con un click.
Si può votare sino al 20 novembre. Una volta sola.
Che vve devo dì? Se avete amato CONFINE e trovate un minuto per andare a cliccare, potreste regalarmi un sogno.
Vi ringrazio tutti fin d'ora.

venerdì 9 novembre 2007

Biondillo mon amour: mai più senza

Di Gianni Biondillo ho parlato più o meno a tutti: amici vicini e lontani, parenti, semplici sconosciuti.

Alcuni sono diventati suoi lettori, altri sono fuggiti a gambe levate per la mia pervicace insistenza.

Di solito non sono così. Di solito mi capita un’infatuazione seriale, ma prima del terzo libro mi sono già disamorato. Non ho il tempo materiale di consigliare l’autore.

Quella che io chiamo “infatuazione seriale” è una cosa seria. Non è solo: “Gran bel libro! Mi è piaciuto un sacco, se ti capita compralo…”

È piuttosto: “Oddio, sono già a pagina 120. Non posso più fare a meno della prosa di questo tizio. Tesoro, corri a comprarmi tutte le edizioni economiche che trovi o inizierò a schiumare dalla bocca…”

E non capita spesso. Mi capitò per Genna, per Ellroy e i Wu Ming. E pure per Evangelisti.

Se nel caso di Genna o del Magister fu piuttosto semplice tenere a bada la fame: dai cinque ai dieci titoli in catalogo per ciascuno al momento in cui diventai dipendente.

Coi Wu Ming fu una rota pazzesca: lessi Q quasi subito. Dovetti aspettare un periodo che mi sembrò lunghissimo per leggere 54, ma ancora non avevo idea di cosa fosse l’attesa: aspettando Manituana sono ingrigito. Ho tamponato col metadone (i romanzi solisti del quintetto: New thing, Free Karma Food, Guerra agli umani) ma, si sa, non è la stessa cosa…

Con Ellroy il discorso fu diverso. Avevo talmente tanta roba a disposizione che finii per intossicarmi. American tabloid, Sei pezzi da mille e L.A. Confidential tutti d’un fiato. E poi tutto il resto.

Ho iniziato con un entusiasmo senza precedenti e ho dovuto prendermi delle pause: Ellroy è magistrale e caotico. I suoi personaggi ti stritolano, ti violentano, ti entrano sottopelle a tal punto da restarne invasato.

Prosa magnifica e tossica: dopo mille pagine hai bisogno d’aria fresca. Ma quella scrittura ti rimarrà addosso per sempre (vedete ben…)

Insomma, effetti collaterali a parte, questa cosa del voler leggere TUTTO di un autore non capita spesso.

Con Biondillo, credo, è stata accentuata dall’averlo conosciuto di persona.

Successe in estate, alla Libreria del Giallo. In quei giorni leggevo uno di quei libri che rimangono sullo scaffale e che ti riprometti di finire, prima o poi.

Il libro si chiamava Città in nero ed era un’antologia di racconti usciti per Guanda. Dopo dieci pagine capii che avevo fatto male a lasciare il volume così a lungo sopra quello scaffale: il primo racconto era di Gianni (un brano del Giovane Sbirro). Folgorante.

Si capiva che il protagonista di quel racconto (l’ispettore Ferraro) non nasceva e moriva in quelle righe.

Il suo modo di muoversi, di parlare, d’incazzarsi, richiedeva immediata attenzione.

Mentre finivo la short story mi arrivò segnalazione della presentazione del Il giovane sbirro chez madama Tecla.

Imperdibile.

Lasciate fare che la presentazione era doppia, e a far da spalla a Biondillo c’era il Maestro Gianni Mura: una bomba. Mattinata strepitosa.

Parlando con Gianni (Biondillo, non Mura. Quel giorno facevano tutti confusione) gli dissi del mio entusiasmo repentino (avevo appena comprato Per cosa si uccide e Con la morte nel cuore): “Voglio leggere al più presto Il giovane sbirro!”

Lui mi guardò, mi mise una mano sulla spalla e mi disse: “Non fare minchiate, che ti rovini tutta la sorpresa… È vero che Il giovane sbirro è il prequel, ma l’ho scritto alla fine della saga…”

Ho seguito il suo consiglio e nei prossimi giorni mi appresterò all’acquisto dell’anelato libello.

Nel frattempo l’ispettore Ferraro è cresciuto, ha fatto conquiste, si è imbattuto in tipi poco raccomandabili e si è fatto scopate memorabili.

Ma non è questo. Le storie, specialmente quelle buone, sono in giro: prima o poi qualcuno se le piglia.

Il punto è saperle raccontare. Biondillo non ha delle storie eccezionali (anche se qualcuna è davvero strepitosa), ma le racconta come nessun altro.

Questo signore quarantenne (o giù di lì) che di mestiere fa l’architetto, usa la lingua come nessun altro.

Un fruttivendolo siciliano, nei suoi libri, parla come un fruttivendolo siciliano. La dirimpettaia padana parla come una dirimpettaia padana. E via discorrendo.

Biondillo sa essere spiritoso, arguto, mai sopra le righe nemmeno quando i suoi personaggi passano il limite.

L’unico neo di questa penna immensa, come dice Gianni Mura, è forse quella insana passione per Mogol e Battisti.

Ma che, dico io, ci vogliamo mettere a fare una scenata per acqua azzurra, acqua chiara?

lunedì 5 novembre 2007

Anche Turkemar ha un video...

Da Casa Effequ mi hanno appena comunicato che anche Turkemar, il mio "primo romanzo e mezzo", ha da oggi un video.
Non è un vero e proprio booktrailer: piuttosto un "filmato da passeggio".
Mi sa che lo vedrete proiettato a fiere e affini, e sicuramente rallegrerà diverse presentazioni.
Opera di Mastro Rupert, giovane talento dell'informatica, da un mese esatto al timone dell'ottimo sito web della casa editrice. Have a look, please...


sabato 3 novembre 2007

Seee, mo’ vola! Heroes e la mitopoiesi supereroistica in 16:9


Vieri,Del Piero e Totti sono all'aeroporto e dalla vetrata fissano un aereo.

Ad un certo punto Vieri esclama "Secondo me quell'aereo va a 600 km/h."

Del Piero ribatte "Secondo me invece va a 800 km/h."

Totti, sbigottito, chiosa: "Seee, mo’ vola !"

Questa vergognosa barzelletta deve avere all’incirca trent’anni. Con alterni interpreti nelle parti dei tre divi del pallone, circola più o meno da quando indossavo il grembiulino per andare a scuola.

Battuta vergognosa ma utile per far chiarezza su un paio di approcci possibili alla serie del momento.

Heroes ha fatto impazzire l’America e sta ben viaggiando anche da noi. Anche se, è opportuno ricordarlo, l’esordio in prima serata non è stato dei più fortunati. A sentire i ben informati, il direttore di Italia Uno Tiraboschi ha predisposto il 25 ottobre la sospensione della serie dal prime time.

Niente più eroi della domenica. Gli aficionados dovranno aspettare fino alla fine di novembre e sciropparsi flying man e Hiro Nakamura in seconda serata il mercoledì. Coppe permettendo.

Dev’essere nel dna delle produzioni fumettistiche. Ventun’anni fa, quando Dylan Dog si affacciò timidamente alle edicole, per i primi mesi vendette un bel niente. Grazie a Dio i lungimiranti di casa Bonelli videro lungo e tennero duro, perché nei mesi successivi l’albo iniziò a diventare il successo editoriale che è oggi.

Back in the days a parte, scendiamo in punta di piedi nell’analisi della serie: credo che ci siano essenzialmente due approcci possibili a questo validissimo prodotto d’intrattenimento.

A) Quello del comics-addicted

B) Quello del profano (poco importa se serial-dipendente)

Lo dico un po’ a malincuore (amo molto la serie), ma pare un dato di fatto: il fumettaro incallito si diverte pochino guardando Heroes, ed è pervaso da un costante senso di déjà vu.

Solo il profano, complice il rodato meccanismo seriale americano (gli sceneggiatori ti sfidano a fare ipotesi e congetture, ti fanno discutere con gli altri appassionati e spesso ti mortificano - tutto quel che pensavi e' sbagliato, riprova a dare un senso a questo casino -) riesce a godersi appieno lo stupore tottiano della atavica freddura.

L’altro tipo di utente è stato svezzato a questo tipo d’intreccio anni or sono (metà anni novanta, all’incirca), quando il fumetto americano mutava per diventare il maturo passatempo che è oggidì.

Vedo di scandagliare i particolari avendo molta cura di non parlare del finale (ancora ignoto a chi segue lo show su Italia 1).

Il concetto stesso del superpotere come una malattia, come difetto da nascondere, è vecchio come il cucco. Stan Lee lo pensò per i suoi X-Men quasi quarant’anni fa ed è stata la fortuna della serie.

L’approccio “i supereroi visti dall’uomo comune”, fichissimo point of view che permette di render conto dello shock dell’uomo della strada di fronte al flying man di turno, lo teorizzò Paul Dini e lo rese opera d’arte Alex Ross nel suo Marvels.

E potrei continuare a lungo.

Heroes è pieno di ottime intuizioni (si pensi, per esempio, alla gestione della tematica del viaggio nel tempo e a quella del futuro alternativo, post-atomico), ma si tratta di intuizioni datate.

Da anni l’industria statunitense del comic book lavora per estirpare l’eroe dalla sua tutina colorata e Heroes è quasi un bilancio di quindici anni di sforzi. Bilancio in attivo, senza ombra di dubbio: fa un certo effetto veder svolazzare il deputato mascellone teo-con per i cieli della Grande Mela o sopra il deserto di Vegas vestito solo di un paio di braghe del pigiama.

Però non basta per stupire l’onnivoro lettore di giornalini americani.

Per ogni personaggio di Heroes potrei citarvi un corrispettivo nell’universo Marvel, in quello DC o negli ultraversi delle editrici minori.

L’editoria a fumetti a stelle e strisce, al momento in cui Heroes appare sul piccolo schermo, ha già stravolto l’icona supereroistica, l’ha rivoltata come un calzino da anni.

E persino l’intuizione del coinvolgimento dei Servizi segreti nel complotto dei mantellati lascia il tempo che trova (se volete leggervi qualcosa di serio sull’argomento, non perdetevi la saga di Sleeper)

Eppure…

Sì, signori, c’è un eppure.

Eppure Heroes mi è piaciuto. E continua a piacermi (la seconda serie è in onda in America da qualche settimana e ho avuto la fortuna di visionare i primi episodi).

Perché, direte voi, se conosci già la storia?

Credo che i motivi siano essenzialmente due.

In primis, nonostante lo spopolare dei supereroi sul grande schermo (Spiderman, i Fantastici Quattro, il nuovo ciclo di Batman milleriano), per chi da anni si nutre di tigri di carta, godersi lo spettacolo degli effetti speciali, con gli uomini volanti, le cheerleader autorigeneranti e i geeks nipponici che viaggiano nel tempo e nello spazio è una gran soddisfazione. Datemi pure del tamarro, ma tant’è…

In secundis, perché Heroes ha nel proprio codice genetico qualcosa che gli Americani conoscono bene e che noi europei ci siamo dimenticati da un pezzo: l’epica.

C’è poco da fare, da duemila anni a questa parte amore, morte, viaggi in tutto il mondo conosciuto, sacrificio e fede incondizionata sono ciò che fa vendere milioni di copie.

Da Omero a Shakespeare, passando per Miller e i supereroi della TV.

Personaggi non troppo tridimensiali che compiono imprese grandiose. Che mettono in gioco se stessi per il futuro del pianeta.

Con tutta l’autoironia e il distacco che ci si aspetta dagli abitanti del XXI secolo, ci mancherebbe.

Ma pure sempre, in fondo, eroi.

Poche storie, nel panorama dell’intrattenimento, hanno avuto negli ultimi anni il respiro di Heroes. Persino gli Spider Man di Raimi sono troppo spompi in questo senso.

L’unica cosa che si avvicina a un sogno così ambizioso come quello della serie di Kring è l’ultimo romanzo dei KAI ZEN, La strategia dell’Ariete.

Nessuno, a parte Chabon con il libro che gli valse il Pulitzer (The Amazing adventures of Kavalier and Clay) si era spinto così in là negli ultimi due lustri (e comunque Chabon era rimasto sempre un passo indietro. Adesso un po’ sta recuperando con le storie dell’Escapista…)

Dunque, poco importa se le idee sono un po’ datate.

Le emozioni che suscita Heroes sono eterne, transgenerazionali.

Seguite la serie fino in fondo, datemi retta. E non perdetevi la prossima stagione.

Se avete sete d’assoluto, i supereroi di Kring fanno proprio al caso vostro.

martedì 30 ottobre 2007

Ancora su Vallanzasca: lasciate in pace i morti

Mi scrive Gabriella, postando un commento che ci tengo a pubblicare per esteso, nel caso in cui a qualcuno fosse sfuggito:

Sicuro che "Etica criminale",abbia ricostruito la verità ? Si tratta solo della verità di un assassino e nulla più. Si, chiamiamolo con il suo vero nome ASSASSINO...alis R.V.oops, dimenticavo, grazie a lui le mie figlie sono orfane, io sono vedova e lui, ad ogni intervista, orgogliosamente non si pente. Si vergogni lui e si vergogni chi gli da spazio.

Al suo commento, a strettissimo giro, ne segue un altro, molto più diretto:

La cosa brutta di questo paese è che c'è gente come te che idolatra personaggi inutili di cui un paese civile dovrebbe solo vergognarsi; esempi negativi che diventano miti, scrittori che diventano famosi per aver portato alla luci della ribalta gente che avrebbe dovuto solamente essere lanciata nell'immensità dell'oblio. Vallanzasca è solo un criminale, un assassino, uno che se avesse trovato tua sorella, tua madre tua zia sulla sua strada ad ostacolare i suoi biechi progetti non avrebbe esitato un solo istante a premere il grilletto di una delle tante pistole che sono state nella sua disponibilità.
Hai ragione, ciascuno di noi può pensarla come meglio crede, W la democrazia e lo stato liberale ma dopo aver scritto parole impregnate di cotanta cultura mi piacerebbe sapere se saresti stato in grado di esaltare questo " spregevole mito" se ci fosse stato tuo padre, tuo madre o tua sorella nella lista delle sue vittime.
La cosa che mi rammarica è che esistono tante persone, anche più colte di te, che la pensano come te, addirittura peggio, alcuni erano anche terroristi (forse lo sono ancora)....però VIVADDIO...siamo in democrazia!!!

Grazie per lo spazio

Il Postino

Le parole di Gabriella riaprono una questione delicatissima, nodale per chi fa il mio mestiere e si occupa di storia (nera) recente: il rispetto per le vittime.

A lungo mi interrogai sulla questione durante la stesura di CONFINE DI STATO. In definitiva, nel mio romanzo raccontavo la storia di una banda di assassini, doppiogiochisti e farabutti che hanno maltrattato il nostro paese alle spalle degli innocenti. A lungo mi chiesi se fossi sufficiente rendere i colpevoli il più colpevoli possibile per placare in qualche modo il bisogno di giustizia dei parenti delle vittime uccise dalla bomba di Piazza Fontana.

Non mi seppi rispondere e non mi so rispondere ancora oggi.

Di sicuro non mi sono mai pentito di aver fatto iniziare il mio romanzo con i ricordi dei sopravvissuti.

Con le parole di fratelli, sorelle, madri e figli di coloro che pagarono il prezzo più alto per il folle sogno di alcuni delinquenti ammantati d’idealismo.

Nel caso di Piazza Fontana queste persone non hanno uno Sterling con cui prendersela. Per lo Stato Italiano nessuno è colpevole. E questa gente si è anche vista imputare le spese processuali nel maggio del 2005.

Diverso è il caso di Gabriella.

Renato Vallanzasca, condannato a quattro ergastoli, prima di finire dietro le sbarre si è lasciato appresso una scia di sangue. Molti sono rimasti sul selciato per mano sua e dei suoi.

Io non so chi di voi lettori abbia perso una persona cara.

Io, a diciotto anni, persi mio padre. Lo persi in modo assurdo e violento. Una caduta da dodici metri se lo portò via in pochi minuti.

Se vivete in una piccola città saprete come una morte improvvisa diventi di colpo la storia del giorno.

Io e mio fratello ci trovammo, in questura, assediati dai giornalisti locali (forse assediati è una parola eccessiva. Un paio di scribacchini ci ronzarono intorno). Rifiutammo di lasciar dichiarazioni.

Nei giorni successivi su mio padre si scrisse molto. Ed è fisiologico che qualche imprecisione si annidasse negli articoli. Fisiologico: anche adesso che nono sono più così misconosciuto come lo era mio padre allora, ho letto su di me cose straordinarie (tipo che sarei salernitano o che di nome farei Alessandro…).

Be’, signori miei, quelle imprecisioni (cose banali: tipo la professione o le circostanze dell’accaduto) mi fecero male all’epoca. Mi diedero fastidio. Ci rimuginai per giorni.

Posso solo immaginare cosa voglia dire per chi ha perso qualcuno per mano di un delinquente sentirsi raccontare la storia dell’assassino invece che quella della vittima.

E magari sentire parlare dell’assassino come di una rockstar.

Sulla stessa questione, da anni, martellano il figlio di Calabresi (leggete il suo libro) e gli eredi di Moro: smettetela di parlare di come sono morti i nostri padri. Iniziate a parlare di com’erano in vita.

Tutto legittimo e sacrosanto.

Però. Un però rimane, volenti o nolenti…

Se si sceglie di scrivere del malaffare di questo paese, e si sceglie di farlo usando un doppiofondo storico, non si può prescindere dai cattivi, ma soprattutto dall’immagine dei cattivi che ha attraversato gli anni per arrivare fino a qui.

Lungi da me mettermi in cattedra. Io nemmeno ero nato quando il marito di Gabriella perì per mano di Renato e dei suoi. Però non si può ignorare quello che è successo intorno alla figura di Vallanzasca.

Non si può, specialmente se si scrive crime novel, specialmente se si raccontano i Settanta.

Non per la feticistica (e squallida) archeologia del mito del “Bandito dagli occhi di ghiaccio”, bensì per arrivare a comprendere quale fu il folle meccanismo che spettacolarizzò la morte. Che trasformò un criminale in un personaggio da romanzo.

Lo scrissi nel post precedente, lo ribadisco ora. L’informazione, in questo paese, non è mai stata un granchè. Ma è piuttosto imbarazzante pensare all’ingenuità con cui i pennivendoli trasformarono Vallanzasca in divo mediatico.

Se si scende nei meandri di questo meccanismo perverso (lo stesso che trasformò il caso Montesi in un evento da ribalta e lo stesso che ancora oggi ha mutato il caso Cogne in una soap opera di quart’ordine) si conosce un pezzetto in più del marcio di questo paese. Se si riesce a spiegare un’assurdità come questa ai propri figli grazie alle pagine di un libro, allora credo che valga la pena di scriverli ancora, quei libri.

Io credo che Polidoro abbia dato un contributo in questo senso. Le ore passate in emeroteca trasudano dalla pagina.

Nel mestiere di crime novelist il rischio dell’indelicatezza nei confronti di chi non c’è più è sempre in agguato.

Grazie a Dio, la vita di uno scrittore non finisce nelle pagine dei propri romanzi. Grazie a Dio ci sono spazi dove rendere conto del proprio mestiere.

Sembra che faccia l’apologia del libro di Massimo, e invece parlo di me (Massimo non ha bisogno di essere difeso. Si sa difendere benissimo da solo).

L’avrete capito, in Settanta si parlerà (tra le altre cose) della Milano criminale. Ed è impossibile raccontare quel periodo senza parlare dell’ambiente in cui crebbero Vallanzasca e Turatello.

Io in questo paese, nonostante tutto, ci credo ancora. E credo che valga la pena di parlare di tutto il putrido che c’è stato per evitare di non riconoscerlo nel caso ci ricapitasse sotto il naso.

Non credo che l’oblio sia la strada giusta per lasciarsi le cose alle spalle.

Però, si sa, a parlare di certe cose si rischia di essere fraintesi, di fare grossolani errori o di parlare a sproposito.

E talvolta qualcuno può ritenersi offeso dalle tue parole.

Per quel che può contare, io sarò sempre qua, pronto a render conto di ciò che scrivo.