martedì 16 marzo 2010
La lontananza sai, è come il vento...
No, ragazzi e ragazze, non fatelo. Vi giuro che, se son stato via, era per una buona causa. Che mi crediate o meno, sto lavorando per voi. E poi ci sono state le cavallette, gli alieni... insomma: lo sapete come vanno queste cose.
Comunque, per riprendere le fila del discorso e illustrarvi lo stato dell'arte, sappiate che il 2011 sarà un anno ricco di novità e sorprese (e mo' che c'entra il 2011? E' appena iniziato il 2010! Eh, comprendo, ma la produzione sarassiana del 2010 si limiterà a J.A.S.T., lo sapete. Mentre per l'anno venturo stiamo preparando degli autentici fuochi d'artificio!). Se tutto andrà come si deve, prenderanno vita quattro progetti nuovi di zecca!
Nessuno dei quattro sarà, ahivoi, il terzo volume della Trilogia Sporca, ma credo che vi divertirete comunque parecchio. Su due dei quattro progetti non posso sbottonarmi troppo (il contratto non ce lo concede), ma vedrò di darvi qualche indizio.
Andiamo con ordine:
1. La prima cosa mia che dovrebbe uscire nel 2011 è uno strano oggetto narrativo che mi vede protagonista insieme a diverse penne talentuose (sì, proprio quelle che piacciono a voi!). Una narrazione corale per raccontare la "possibilità". Lo so, non potrei essere più vago, ma al momento vi tocca accontentarvi...
2. Soldato Regio dovrebbe vedere la luce verso ottobre-novembre. Editore ancora da definirsi, ma intorno al supereroe risorgimentale ribolle del febbrile interesse internazionale. Tra l'altro, visto che siamo in tema, se per caso giovedì 25 marzo siete a Aix-en-Provence, fate un salto alla Salle Mazenaud ,2 bis rue d'italie verso le 20.30. Assisterete alla prima mondiale del reading SOLDATO REGIO - ITALIA ANNO ZERO, ascolteretele mie letture (spero che allora mi sia passata l'influenza, se no le letture le ascolterete con la voce di Rue Paul), la musica di ILMIONOMENONHAIMPORTANZA e potrete ammirare le illustrazioni in edizione limitata del Maestro Rudoni (spaccano di brutto, che ve lo dico a fare...)
3. Terra di Nessuno procede. Siamo a due terzi. Se riesco a lavorci come dico io nei prossimi tre mesi, dovrei finirlo e poi finalmente consegnarlo nelle sapienti mani del mio agente. Si spera che piaccia agli editori tanto quanto piace a me e che veda la luce a metà 2011.
4. L'ultimo progetto, che mi ha visto scomparire letteralmente negli ultimi due mesi, dovrà subire ancora diverse fasi di lavorazione prima di diventare "reale". Fasi in cui io e Daniele Rudoni, che abbiamo lavorato fianco a fianco come i fratelli Derrik di Holly e Benji negli ultimi sessanta giorni (l'influenza me l'ha attaccata lui, tra l'altro...), non abbiamo molta voce in capitolo.
Senza dirvi di che si tratta (davvero non posso), sappiate che sono co-autore di un lavoro per la televisione. Un lavoro prestigioso. E questo vi basti. Come dicevo, se tutto va bene, anche questo vedrà la luce durante il 2011.
E questo è quanto, bella gente.
Ho letto tanto in questo periodo, soprattutto fumetti. Vi butto lì qualche consiglio: comperatevi, non appena uscirà, l'omnibus cartonatissimo di THE LOSERS di Diggle e Jock. E' una bomba atomica. E se poi avete due soldini da spendere e non vi dispiace leggere in inglese, è ucito l'Omnibus del Punitore con le prime storie del nuovo cilo di Frank firmato sua maestà Garth Ennis. Se volete spendere qualcosa meno, ci sono sempre i dodici volumetti di PUNISHER MAX, grandissimo lavoro autoriale del maestro irlandese che porta alla ridefinizione totale del personaggio più violento del panorama Marvel. C'è anche altro di cui vorrei parlarvi, ma il tempo stringe e devo scappare. Ci risentiamo rpesto con dettagliati consigli di lettura, promesso.
Intanto, prima di chiudere, un paio di segnalazioni. Su Affari Italiani è uscita una videointervista in cui Carlo Lucarelli spende belle parole per il mio lavoro, e sull'edizione di alcuni giorni fa del periodico vigevanese LA BARRIERA c'è una mia intervista a firma VINCENZO SGROI.
E' tutto, gente.
Ci sentiamo presto (non è la solita promessa alla marinara. Giuro)
venerdì 6 giugno 2008
Gran bel Tipo...
Da magone anche le facce dei protagonisti...
Più di quindici anni fa. Sembra ieri sera.
Enjoy...
domenica 25 maggio 2008
Prison Break: l’Old (school) American Epic
Questo pezzo ce l’ho in testa da mesi, e a dirla tutta avrei dovuto scriverlo settimane fa.
Un minuto dopo l’ultimo fotogramma.
Un minuto dopo la fine dell’ultima puntata di Prison Break: il top del serial d’azione in 57 episodi.
Ma in mezzo si son messi il libro nuovo, gli articoli per le riviste, le letture arretrate.
E così è passato più di un mese.
Ora, vediamo se riesco a raccapezzarmi.
L’assunto di fondo è semplice: attualmente, in America, la Teoria della Cospirazione è bifronte.
Due sole produzioni sono riuscite a catalizzare, assorbire e stravolgere il protocollo della paranoia che ha invaso il paese dopo l’11 settembre.
La percezione del real country è ben più che allucinatoria: ha assunto – da sette anni a questa parte – le caratteristiche della sindrome da stress post traumatico.
Shock vigile.
24 e Prison Break sono la cronaca in diretta di quello shock.
Senza volermi addentrare troppo nel confronto delle trame (di 24 parlerò un’altra volta, in questo pezzo m’interessa la grammatica di Prison Break), un dato mi pare degno d’essere registrato.
Dato unificante, che si fa latore di una insperata profondità di campo sul reale: il Presidente degli Stati Uniti d’America, in nessuna delle due serie, assomiglia a quello in carica.
In 24 è il focoso David Palmer: uomo di colore, tutto d’un pezzo, emblema indistruttibile del nuovo sogno americano (l’intramontabile, quello sempre di moda)
In Prison Break è l’algida Caroline
Reynolds: bionda, wasp e mica tanto affidabile.
Un nero e una bionda: Barack e Hillary.
Troppo facile.
Consentito dar di gomito (‘sti americani: guardano il tg e poi scrivono le serie di fantapolitica…), peccato che gli sceneggiatori di 24 si siano inventati Palmer nel 2001, quelli di Prison Break abbiano creato Caroline nel 2004.
Prima di ogni legittimo sospetto sulle candidature democratiche.
E qui la prima caratteristica del nuovo modo di narrare: la visione del futuro.
WM1, nel saggio sul New Italian Epic di cui si discute parecchio in questi giorni, ha segnalato come caratteristica distintiva di una certa produzione letteraria di casa nostra degli ultimi quindici anni un ritorno coraggioso e serio al “massimalismo”. Niente più storie d’ombelichi come si usava nei Novanta, ma grandi temi.
Temi importanti, fondanti: la Storia (quella con la S maiuscola, che è ontologicamente fondante) sopra tutti gli altri.
Credo che serie come 24 e Prison Break abbiano (più o meno consciamente) insegnato parecchio ai Nuovi Epici Italiani.
Prison Break parte dal minuto per abbracciare l’universale, utilizza un microdramma per spalancare i confini del complotto.
Si occupa dell’attuale. Lo prefigura, lo iconizza, lo stravolge.
Si occupa del futuro.
Non dimenticando, nemmeno per un attimo, di mantenere l’attenzione focalizzata sulle storie.
Io, che New Italian Epic mi ci sento parecchio, ho sempre avuto una certa difficoltà a occuparmi di Storia senza farmi sfuggire di mano i personaggi. E volente o nolente, credo che questo sia un problema di molti appartenenti alla categoria.
Mi spiego meglio: troppo preoccupato di raccontare i Fatti (sempre quelli con la F maiuscola) per filo e per segno, mi è sembrato naturale bidimensionalizzare i personaggi.
Il mio è stato un peccato d’imperizia (al quale sto cercando di ovviare in Settanta), ma a ragionarci bene mi pare che qualcosa del genere sia successo a tutti i rappresentanti del NIE citati da Bui nel saggio.
Almeno una volta, dico.
Pensate all’imprenditore Ilio Donatoni di De Cataldo in Nelle mani giuste, a Tito in 54 o al Kissinger di Nel nome di Ishmael di Genna. Psicologie sacrificate al grande intreccio, aderenze al reale che depotenziano il personaggio. Character che perdono qualcosa tentando disperatamente di essere troppo reali.
Agli americani questo succede meno.
Ai protagonisti di Prison Break non succede per niente.
La cifra del reale, la cifra di denunzia, quella più strettamente “controinformativa” è presente.
Ma la psicologia è salva. Gli eroi della serie sono tridimensionali: mutano, evolvono, e, nel caso paradigmatico dei cattivi, finiscono comunque per andarti a genio. Nonostante tutto.
Lo dico da sempre, al mio Sterling è difficile affezionarsi. Difficile sviluppare empatia nei suoi confronti.
A T-Bag, lo spietato pedofilo serial killer del serial di Scheuring, invece, ci si affeziona.
Qualche volta si finisce persino per tifare per lui.
Lo stesso succede con Bellick, la guardia carceraria che, per troppa smania di inchiodare i fratelli fuggiaschi, finisce per passare il limite e si ritrova prigioniero a sua volta.
Bellick è, in buona sostanza, un pezzo di merda. Ma anche alla sua storia ci si attacca. Magari non subito. Magari ti ci vanno due serie e mezza, ma alla fine, ancora una volta, fai il tifo per lui.
Dice: come ci riescono?
Prima di tutto è una questione di tempi.
Ogni stagione di Prison Break (PB d’ora in avanti) dura ventidue puntate.
Ogni puntata è di 42 minuti (secondo più, secondo meno).
Una tale dilazione temporale tramuta il cinema in letteratura.
È la rinascita del feuilleton: dura tridimensionalizzare un personaggio in due ore. Per farlo, nel cinema, occorrono il salto temporale, (flashback o flash forward) o l’elemento drammatico, il colpo di scena, il cambio radicale delle carte in tavola.
Nella serie, i cambiamenti possono essere graduali. Si possono usare le stesse tecniche del cinema (Lost, ad esempio, vive di flashback e flash forward) ma con meno ansia da prestazione.
Il tempo dilata la percezione. In PB lo spazio narrativo allarga le prospettive, trasforma gli amici in nemici, i buoni in cattivi, i nemici in alleati.
La vocazione al cambio di fronte, tipicamente ellroyana, è uno degli altri elementi costituenti del serial.
Eccezion fatta per il protagonista tatuato e per suo fratello (ma per suo fratello occorrerebbe fare un discorso a parte), tutti i personaggi cambiano bandiera. Chi, più svelto, nel giro d’una serie (Il direttore del Fox River, la dottoressa Tancredi), chi nel corso delle tre stagioni (Sucre, il romantico compagnone, diventa più cinico e finisce per mettere gli amici in secondo piano; Alexander Mahone è il classico “cattivo giustificato, lo sbirro che si danna per fare il bene e finisce per mandare tutto a rotoli; persino il boss John Abruzzi dimostra un attaccamento à la Soprano per i suoi figli, e l’elenco potrebbe continuare).
Ancora una volta, si dimostra come il cuore dell’epica rimangano i personaggi, e il turning point è il mutamento del character, la sua rivoluzione interiore, l’eterna domanda che stravolge ed eleva: che cosa sei disposto a fare per andare fino in fondo?
PB, però, spinge il limite ancora più in là. Il dualismo, l’ambivalenza di buio e luce diventano cifra estetica.
Tutti si saranno chiesti come fosse possibile che una serie fondata sulla fuga potesse sopravvivere una volta che i protagonisti riescono a mettere (finalmente) il culo oltre le sbarre.
È proprio qui che gli sceneggiatori hanno dato il meglio.
La prima stagione è fredda. Il Fox River è l’antro della strega, la prigione di Dantes, l’archetipo buio e umido della prigione. Nella season two, il mondo esterno esplode in faccia ai nostri eroi. E l’azione si sposta per le strade, al caldo. Sole ovunque, deserti sconfinati, la fuga si muta nella cifra beat del viaggio.
Coast to coast e oltre. Fino a Panama.
E quando oramai tutti, ma proprio tutti, si sono abituati a vedere i Fox River Eight (che nel frattempo sono sempre meno di eight) in libertà, ecco che Michael, il protagonista, finisce un’altra volta dentro.
Ribaltamenti continui, buio e luce in alternanza ponderata, mai frenetica.
Esasperante.
La sorpresa estrema raggiunge lo spettatore all’abbrivio della terza serie. Per tutta la seconda stagione, la prigione è stata solo un ricordo. Quasi si è perso il core stesso del serial.
Ed ecco che torna in gioco il carcere.
Un carcere talmente estremo da mettere in discussione le più ataviche paure del telespettatore.
Seguitemi bene, perché qui sta il fulcro. L’essenza stessa dell’epica americana old school.
Personalmente, sto con Aristotele, che, nella Poetica, dice semplicemente che Omero non scriveva ditirambi, istituendo una continuità tra epica e potenza tragica. L’epica, in effetti, mi pare un assommarsi di tragedie incollate tra loro secondo un magistrale protocollo narrativo.
L’escalation della tragedia in PB è già massima nella prima stagione: che c’è di peggio di essere rinchiusi (magari innocenti) in gabbia con cristoni grandi, grossi e incazzati, che non vedono l’ora di trasformarti nella loro fidanzatina al primo giro di doccia?
Nulla, avrei risposto. Finché non ho visto la prigione di Sona, vero nucleo narrativo della season three.
Il modo in cui Sona viene presentata allo spettatore è agghiacciante.
Totale assenza di guardie, il posto è troppo tosto. I secondini stanno fuori, coi fucili spianati.
Dentro, la legge la fanno i detenuti.
Il corridoio d’ingresso, incrostato di liquami, rottami umani (Bellick rantola nudo sul pavimento), facce truci e lame.
In cortile, sotto la pioggia, due uomini combattono per la vita.
Uno vince, il cadavere dell’altro rimane sotto al sole per giorni.
Né cibo, né acqua, né igiene sono minimamente garantiti.
Welcome to Sona.
Ho reso l’idea? Al confronto, il Fox River diventa il Plaza.
Dopo lo shock iniziale, tutto riprende secondo canoni narrativi consolidati (qualcuno arriva, qualcuno se ne va, Michael deve scappare; in sottofondo il complotto, la solita vecchia teoria della cospirazione). Ma intanto lo shock c’è stato. D tragedia in tragedia.
Così si fa l’epica.
Massimo rispetto agli sceneggiatori americani. Allo stuolo di artisti sottopagati (e per questo giustamente incazzati e scioperanti da un bel pezzo) che dà il meglio in ogni puntata, in ogni singola stagione.
Il vecchio adagio dei nostri professori incartapecoriti è sempre meno valido di fronte a produzioni come PRISON BREAK: una volta ogni tanto, prima di spegnere la tv e rannicchiarti su un libraccio, dai un’occhiata al palinsesto.
Potresti imparare qualcosa.
giovedì 28 febbraio 2008
Rambo, Terminator e l’inevitabilità degli Ottanta

Meglio partire diretti, così ci leviamo subito il dente: io odio gli anni Ottanta.
Nonostante questo, sono d’accordo con Saverio Fattori che non si possa non fare i conti col deprecabile decennio. In questo periodo di alacre stesura del nuovo romanzo sono così immerso nei Settanta che a momenti mi dimentico quello che è venuto dopo.
Nato nel 1978, del decennio di piombo non ricordo, ça va sans dire, nulla. Ma ho studiato lo studiabile, ascoltato il necessario e visto il fondamentale.
Risultato: amore a prima vista.
Negli Ottanta, invece, ci sono cresciuto. E rimembro con sommo dispiacere la musica orribile, Reagan e quel torbido senso di successo a tutti i costi che serpeggiava nell’aria.
Detto questo, senza gli Ottanta non credo che potrei scrivere ciò che scrivo.
La sofferta riflessione è nata ieri sera, dopo la visione di John Rambo, il quarto capitolo della stallonica saga che dura da più d’un ventennio.
Io e il mio socio Rudoni, lasciate a casa mogli e fidanzate, eravamo in cerca di un filmaccio ammazza ammazza, un paio di panini con salsiccia e due birrone da competizione.
Spettacolo delle 20.00. Numero di persone in sala: 4 (compresi noi due).
Tutto prometteva per il meglio.
Vi spiego: non è masochismo, è pura voglia di trash. Anni fa organizzavo serate analoghe a casa mia, affittando i peggiori Van Damme (quello con Dennis Rodman guest star era il nostro preferito) o rivedendo a ripetizione le puntate registrate di Sledge Hammer (vera chicca per intenditori. Una delle poche cose decenti prodotte negli Ottanta).
Be’, che vi devo dire? Ieri sera si è comunque mangiato pesante, ma si è finiti a vedere un gran bel film.
C’era tutto quello che ci aspettavamo (Stallone con la fascia che spara con un’enorme mitragliatrice), ma in mezzo alle pallottole c’era qualcosa in più. E non mi riferisco all’ambientazione Birmana, con l’ultraviolenza quasi documentaria.
Parlo piuttosto di regia e caratterizzazione del personaggio.
Conscio di addentrarmi in una tematica molto poco per signorine (in gergo: scacciafiga), devo necessariamente essere più preciso. Nell’ultima prova del vecchio e gommoso Sylvester ho scorto importanti connessioni tra il mito per eccellenza dell’anti american heroe e il Punitore di Ennis.
Il Rambo del 2008 è fatto di guerra e d’acciaio, continua a tritare i cattivi con la mitraglia, ma è qualcosa d’altro rispetto al se stesso di vent’anni fa.
È più cattivo, più disilluso, più cosciente del fallimento del sogno americano.
Non che negli Ottanta John non fosse un reietto, ma il paese a stelle e strisce, sullo sfondo della sua esistenza distrutta, era ancora forte e spocchioso.
Ora la bandiera è un ricordo sbiadito. Non c’è più una Causa per la quale valga la pena combattere. È scomparso Trautman e il senso del dovere old school che si portava appresso.
E qui sta il fulcro di questa traballante riflessione.
Senza gli Ottanta, gli Ottanta di Schwarzie e Stallone, non credo ci sarebbe potuto essere Tarantino.
Voglio dire: i Duran Duran non sono stati necessari per passare dai Sex Pistols ai Nirvana.
Senza Rambo e Terminator, invece, la traslazione da Bronson alla sposa di Kill Bill sarebbe stata impossibile.
E qui torna in gioco il Punitore di Ennis. Garth Ennis, nume tutelare del fumetto MADE IN USA, ha ripreso da qualche tempo a sceneggiare la fortunata serie nata a metà dei Settanta.
Il Punitore è, in sostanza, John Rambo: un reduce del Vietnam a cui la vita ha tolto tutto.
Se John è tornato dall’Asia pieno di paure insormontabili, Frank Castle (il Punitore all’anagrafe) era riuscito a lasciarsi il ‘Nam alle spalle. Sfortunatamente dei cattivoni gli sterminarono la famiglia, in Central Park, un pomeriggio qualunque del ’76 (secondo le ultime versioni). Da quel momento Frank smise di essere un civile e ingaggiò la propria guerra personale contro i cattivi.
Iniziò a uccidere mafiosi e finì per diventare il peggior nemico del crimine newyorchese.
Negli anni Il Punitore ha avuto alti e bassi, ma da quando Ennis si occupa di lui è finalmente un personaggio tridimensionale: disilluso, perfettamente addestrato, capace di portare in pagina dialoghi strepitosi.
All’inizio della sua carriera (1986) era solo una pallida imitazione di Rambo. Oggi Rambo è una splendida riproduzione del Punitore.
Chiudo la parentesi scacciafiga ed arrivo al punto.
Gli anni Novanta hanno stravolto il concetto di antieroe. Da Pulp Fiction in poi i duri sono arguti, spiritosi, cattivissimi e determinati. In due parole: moderni. Dannatamente umani.
Ma senza archetipi su cui lavorare, la trasformazione sarebbe stata impossibile.
Il Bronson de Il giustiziere della notte fa paura ma è pressoché muto. Non sai cosa pensa. Ne intuisci la rabbia, la sua determinazione in combattimento è evidente, ma non ti stravolge. Non salta fuori dallo schermo.
Idem per l’Eastwood/Ispettore Callaghan. Non tiriamo nemmeno in ballo gli sbirri settantini di casa nostra (Maurizio Merli o Luc Merenda, ma pure Franco Nero). Io adoro il genere, ma sono obbligato a riconoscere la totale assenza di profondità di quei character.
Pochi anni dopo di loro, invece, ecco che appaiono Schwarzy e Stallone. E insieme a loro si fa largo a spallate Harrison Ford, che con Blade Runner e la serie di Indiana Jones cambierà le cose per sempre.
Dall’81 in poi, come per magia, i duri non si limitano a sparare, ma infarciscono l’azione di battute sagaci. Smettono di essere politicamente corretti senza per questo diventare dei villains.
Mentre Craxi fa quel che gli pare col nostro paese e quel signore basso basso cambia per sempre il modo di comunicare con sue televisioni, al cinema va in scena un terremoto.
I film d’azione diventano per ragazzi (ok, Rambo 2 era ancora vietato all’epoca, ma era un’eccezione. Commando andai a vederlo al cinema…). I bambini (bontà loro) giocano alla guerra nel cortile di casa e immaginano sparatorie tra i palazzi, guerre nella giungla, magiche scoperte nel deserto.
La mia generazione di narratori nasce lì. Cresce col mito (cinematografico) di Schwarzie e Stallone.
Tutti, a diciotto anni, ci siamo vergognati (specie nei collettivi studenteschi) di quel tipo di frequentazioni. Abbiamo rinnegato l’america capitalista e i suoi miti fascistissimi (pensate all’Eastwood di Gunny).
Un po’ più grandini, grazie a Dio, abbiamo fatto pace con la nostra coscienza e ci siamo resi conto che quelle quintalate di pallottole conservatrici in scena sul grande schermo altro non erano che i prodromi di un nuovo modo di narrare.
Poi è arrivato Tarantino e i più coraggiosi tra noi hanno iniziato a mettere nero su bianco le proprie ossessioni.
Il fatto che, a vent’anni di distanza, si senta ancora l’esigenza di portare in scena certi miti è piacevolissimo.
Ma il rischio di “cagata pazzesca” (citando l’immarcescibile Fantozzi Ragionier Ugo) è come sempre dietro l’anno.
Grazie a Dio esistono produzioni come John Rambo e Terminator – The Sarah Connor Chronicles (serie americana di cui, ve lo prometto, a breve scriverò diffusamente).
Guardandole si ha la sensazione che gli “anni di merda” di Paolo Rossi abbiano lasciato qualcosa di buono.
sabato 3 novembre 2007
Seee, mo’ vola! Heroes e la mitopoiesi supereroistica in 16:9

Vieri,Del Piero e Totti sono all'aeroporto e dalla vetrata fissano un aereo.
Ad un certo punto Vieri esclama "Secondo me quell'aereo va a 600 km/h."
Del Piero ribatte "Secondo me invece va a 800 km/h."
Totti, sbigottito, chiosa: "Seee, mo’ vola !"
Questa vergognosa barzelletta deve avere all’incirca trent’anni. Con alterni interpreti nelle parti dei tre divi del pallone, circola più o meno da quando indossavo il grembiulino per andare a scuola.
Battuta vergognosa ma utile per far chiarezza su un paio di approcci possibili alla serie del momento.
Heroes ha fatto impazzire l’America e sta ben viaggiando anche da noi. Anche se, è opportuno ricordarlo, l’esordio in prima serata non è stato dei più fortunati. A sentire i ben informati, il direttore di Italia Uno Tiraboschi ha predisposto il 25 ottobre la sospensione della serie dal prime time.
Niente più eroi della domenica. Gli aficionados dovranno aspettare fino alla fine di novembre e sciropparsi flying man e Hiro Nakamura in seconda serata il mercoledì. Coppe permettendo.
Dev’essere nel dna delle produzioni fumettistiche. Ventun’anni fa, quando Dylan Dog si affacciò timidamente alle edicole, per i primi mesi vendette un bel niente. Grazie a Dio i lungimiranti di casa Bonelli videro lungo e tennero duro, perché nei mesi successivi l’albo iniziò a diventare il successo editoriale che è oggi.
Back in the days a parte, scendiamo in punta di piedi nell’analisi della serie: credo che ci siano essenzialmente due approcci possibili a questo validissimo prodotto d’intrattenimento.
A) Quello del comics-addicted
B) Quello del profano (poco importa se serial-dipendente)
Lo dico un po’ a malincuore (amo molto la serie), ma pare un dato di fatto: il fumettaro incallito si diverte pochino guardando Heroes, ed è pervaso da un costante senso di déjà vu.
Solo il profano, complice il rodato meccanismo seriale americano (gli sceneggiatori ti sfidano a fare ipotesi e congetture, ti fanno discutere con gli altri appassionati e spesso ti mortificano - tutto quel che pensavi e' sbagliato, riprova a dare un senso a questo casino -) riesce a godersi appieno lo stupore tottiano della atavica freddura.
L’altro tipo di utente è stato svezzato a questo tipo d’intreccio anni or sono (metà anni novanta, all’incirca), quando il fumetto americano mutava per diventare il maturo passatempo che è oggidì.
Vedo di scandagliare i particolari avendo molta cura di non parlare del finale (ancora ignoto a chi segue lo show su Italia 1).
Il concetto stesso del superpotere come una malattia, come difetto da nascondere, è vecchio come il cucco. Stan Lee lo pensò per i suoi X-Men quasi quarant’anni fa ed è stata la fortuna della serie.
L’approccio “i supereroi visti dall’uomo comune”, fichissimo point of view che permette di render conto dello shock dell’uomo della strada di fronte al flying man di turno, lo teorizzò Paul Dini e lo rese opera d’arte Alex Ross nel suo Marvels.
E potrei continuare a lungo.
Heroes è pieno di ottime intuizioni (si pensi, per esempio, alla gestione della tematica del viaggio nel tempo e a quella del futuro alternativo, post-atomico), ma si tratta di intuizioni datate.
Da anni l’industria statunitense del comic book lavora per estirpare l’eroe dalla sua tutina colorata e Heroes è quasi un bilancio di quindici anni di sforzi. Bilancio in attivo, senza ombra di dubbio: fa un certo effetto veder svolazzare il deputato mascellone teo-con per i cieli della Grande Mela o sopra il deserto di Vegas vestito solo di un paio di braghe del pigiama.
Però non basta per stupire l’onnivoro lettore di giornalini americani.
Per ogni personaggio di Heroes potrei citarvi un corrispettivo nell’universo Marvel, in quello DC o negli ultraversi delle editrici minori.
L’editoria a fumetti a stelle e strisce, al momento in cui Heroes appare sul piccolo schermo, ha già stravolto l’icona supereroistica, l’ha rivoltata come un calzino da anni.
E persino l’intuizione del coinvolgimento dei Servizi segreti nel complotto dei mantellati lascia il tempo che trova (se volete leggervi qualcosa di serio sull’argomento, non perdetevi la saga di Sleeper)
Eppure…
Sì, signori, c’è un eppure.
Eppure Heroes mi è piaciuto. E continua a piacermi (la seconda serie è in onda in America da qualche settimana e ho avuto la fortuna di visionare i primi episodi).
Perché, direte voi, se conosci già la storia?
Credo che i motivi siano essenzialmente due.
In primis, nonostante lo spopolare dei supereroi sul grande schermo (Spiderman, i Fantastici Quattro, il nuovo ciclo di Batman milleriano), per chi da anni si nutre di tigri di carta, godersi lo spettacolo degli effetti speciali, con gli uomini volanti, le cheerleader autorigeneranti e i geeks nipponici che viaggiano nel tempo e nello spazio è una gran soddisfazione. Datemi pure del tamarro, ma tant’è…
In secundis, perché Heroes ha nel proprio codice genetico qualcosa che gli Americani conoscono bene e che noi europei ci siamo dimenticati da un pezzo: l’epica.
C’è poco da fare, da duemila anni a questa parte amore, morte, viaggi in tutto il mondo conosciuto, sacrificio e fede incondizionata sono ciò che fa vendere milioni di copie.
Da Omero a Shakespeare, passando per Miller e i supereroi della TV.
Personaggi non troppo tridimensiali che compiono imprese grandiose. Che mettono in gioco se stessi per il futuro del pianeta.
Con tutta l’autoironia e il distacco che ci si aspetta dagli abitanti del XXI secolo, ci mancherebbe.
Ma pure sempre, in fondo, eroi.
Poche storie, nel panorama dell’intrattenimento, hanno avuto negli ultimi anni il respiro di Heroes. Persino gli Spider Man di Raimi sono troppo spompi in questo senso.
L’unica cosa che si avvicina a un sogno così ambizioso come quello della serie di Kring è l’ultimo romanzo dei KAI ZEN, La strategia dell’Ariete.
Nessuno, a parte Chabon con il libro che gli valse il Pulitzer (The Amazing adventures of Kavalier and Clay) si era spinto così in là negli ultimi due lustri (e comunque Chabon era rimasto sempre un passo indietro. Adesso un po’ sta recuperando con le storie dell’Escapista…)
Dunque, poco importa se le idee sono un po’ datate.
Le emozioni che suscita Heroes sono eterne, transgenerazionali.
Seguite la serie fino in fondo, datemi retta. E non perdetevi la prossima stagione.
Se avete sete d’assoluto, i supereroi di Kring fanno proprio al caso vostro.
martedì 25 settembre 2007
Due parole su Dalla Chiesa e Giannini
Questo post, oramai, è stravecchio, ma co
nserva una sua dignità dal momento che è stato scritto il giorno prima che Cheapnet mi staccasse la spina.
L’argomento, di per sé, non è più così attuale (è passata qualche settimana), ma credo che valga la pena spenderci un paio di parole. Specie perché ha molta attinenza con ciò di cui parlo in Settanta.
La fiction su Dalla Chiesa. Parto diretto, così ci capiamo subito: non mi è piaciuta.
Doverosa premessa: mi sono fermato alla prima puntata. La seconda non l’ho vista perché ero fuori a cena.
Mi riprometto di guardarla prima o poi, ma temo che non possa cambiare radicalmente le mie impressioni.
Il mio riferimento assoluto, in termini di fiction italiana, è ancora l’inarrivabile PAOLO BORSELLINO alla cui sceneggiatura collaborò De Cataldo. È uno standard piuttosto alto, ne sono conscio. Ma credo che tra tanta paccottiglia sia l’unico tentativo riuscito. Almeno fino ad oggi.
Nel lavoro di De Cataldo e soci i protagonisti sono estremamente reali e i dialoghi sono piccole opere d’arte (uno su tutti, quello tra Falcone e il boss all’Ucciardone).
Non discuto gli aspetti squisitamente cinematografici (fotografia, regia, ecc.), ma l’ensamble regge per tre ore e fischia, con momenti di grande pathos ed emozioni forti da blockbuster “ammerigano”.
Se veniamo al Dalla Chiesa di Canale Cinque, invece, l’impressione non è tanto diversa da quella che mi lascia in bocca il R.I.S.: vorrei ma non posso.
Come ho già scritto altrove, trovo controproducente scimmiottare una grammatica che non ci appartiene.
Riproporre pedestremente inquadrature, dialoghi e situazioni che in mano a Bruce Willis fanno sognare, messe in scena dai nostri attori fanno a malapena sorridere.
Mi riferisco, nello specifico, all’irruzione nel covo delle BR, alle sparatorie, alle semplici risse, agli inseguimenti.
Maurizio Merli e Luc Merenda parevano divi di Hollywood a confronto delle guardie e dei ladri che ho visto l’altra sera.
Inoltre, se la buonanima del Maurizione nazionale se la doveva vedere al massimo con Milian (ai tempi di Roma violenta ancora serio e compassato nei panni del Gobbo), questo manipolo di attori così così proprio non poteva reggere il confronto con Giannini. Sfida impari: quattro a zero e tutti a casa.
Giannini, oltre ad avere la voce più bella del panorama del doppiaggio italiano (dopo la dipartita del buon Ferruccio, tocca a lui tirare la carretta), è un signore che il mestiere lo fa da qualche anno. E per inciso l’ha sempre fatto da Dio: se pensate al passaggio dal mozzo terroncello di wertmulleriana memoria all’ispettore malandato che dà la caccia ad Hannibal Lecter, capirete di che parlo.
Giannini è un’interprete vecchio stile con una voce da un milione di dollari. Se non gli affianchi al Pacino (e già… E poi chi lo doppia?), la sua presenza triterà chiunque. Per cui, i comprimari con l’accento di Portici o del Testaccio paiono fuori luogo a fianco di cotanta raffinatezza, rendono la scena surreale.
L’unica interpretazione che vale qualcosa è quella del folle intervistatore al citofono di Parla con lei. Geniale: il suo è un brigatista hard-core. Di quelli veri. Gli altri (Curcio per primo) sono macchiette finto U.S.A.
L’insieme è “vorrei ma non posso” perché la storia del movimento e delle Brigate Rosse è eccessivamente stigmatizzata. E Dalla Chiesa è vittima del solito approccio delle fiction biografiche di casa nostra: l’agiografia.
Ora, sono conscio che scrivere un lungometraggio su un uomo di Stato sia sempre un casino. Specie se si tratta del tipo di uomo di Stato che piace a tutti, perché combatteva i cattivi ed è pure morto sul lavoro.
Creerebbe problemi un personaggio come Pertini, di cui nessuno s’azzarderebbe a dir male (e invece, a sentir chi l’ha conosciuto, non era ‘sto stinco di santo e nemmeno ‘sto gran statista. Pare preferisse le strisce di Tex e Nembo Kid a Levi e Pavese e che avesse il terribile viziaccio di barare al gioco). Figuriamoci un’icona come Dalla Chiesa.
Però, come mi hanno fatto notare i Wu Ming a proposito di Confine, se fiction e storia devono andare a braccetto (e la fiction vuole accollarsi una funzione pseudo-didattica), allora bisogna contarla giusta.
Dalla Chiesa è stato un immenso servitore dello Stato. Ma nel suo passato ci sono macchie pesanti, come l’iscrizione alla P2. E nel tv show sembra che ci sia costretto dagli eventi. Addirittura passa una notte insonne e il mattino dopo va a levarsi d’impiccio. Ma mi sa che la questione era un po’ più complicata…
Dalla Chiesa è stato un duro avversario della criminalità organizzata e del terrorismo rosso. E da combattente sapeva che in guerra nessuno risparmia nessuno. L’introduzione degli Speciali non fu una semplice reazione alla eccessiva violabilità delle carceri nostrane. Fu un atto di guerra.
Stesso discorso vale per la durezza della sua repressione nei confronti delle BR. Dalla Chiesa non si tirò indietro quando fu ora di dimostrare a quegli uomini di ferro quanto fosse tutta d’un pezzo la sua volontà di schiacciarli. A Genova, si macchiò dello sterminio di un intero commando terrorista. Sorpreso nel sonno e trucidato senza il minimo ripensamento. Anche quello fu giudicato come atto legittimo. Perché a tutti gli effetti si trattava di un’azione di guerra.
Guerra sul suolo italiano. Guerra di Italiani contro Italiani.
Questi erano i Settanta e questo era il lavoro che toccò a quell’uomo. Lavoro da soldato, non da sbirro.
E invece in tv lo si vede sempre e solo come un uomo per bene che faceva ciò per cui era pagato. Che non sparava mai per primo o alle spalle.
Stesso discorso si può fare sulle BR.
La realtà del movimento non era quella del commando da operetta che abbiamo visto in tele.
Pare di stare a guardare i terroristi che si affannano a non far dormire Jack Bauer. Soldatini pazzi e determinati che mettono in scena una rivoluzione blasé, tutta palle e mai un passo indietro.
La complessità del movimento sfugge all’icona televisiva. L’aria irrequieta dei covi non arriva allo spettatore. Non arriva la determinazione degli organizzatori e non arrivano i dubbi degli operativi. Non c’è la polemica sull’innalzamento dello scontro che portò al sequestro e all’uccisione di Moro. Non ci sono le vittorie fortuite dei terroristi che si trasformano in bandiera per il reclutamento. Non c’è la strafottenza dello Stato nei confronti dell’organizzazione. Non c’è la manipolazione dei dirigenti di colonna sui ragazzi che fecero fuoco.
Non c’è l’immagine nitida del folle sogno di pochi che si tramutò in un grido disperato: in Inghilterra i Pistols suonavano nei giradischi dei ventenni arrabbiati. Da noi, in quegli anni, la rabbia si tramutò in P38, in mano ai coetanei dei fan di Rotten e soci. E lo Stato se ne accorse quando oramai era tutto fuori controllo.
Tutto questo non l’ho visto in tv l’altra sera. Ho visto solo un’occasione presa al volo da sceneggiatori e producer: trasformare in un clone di CSI trent’anni di storia recente.
I‘m so sorry, folks, ma non è questa la fiction che ho in mente.
venerdì 7 settembre 2007
La serie tv ai tempi di Emule parte due: un approfondimento
La discussione sui serial è talmente interessante e ricca di contributi, che vale la pena di spendere un post in più per tirare un po’ le fila del discorso.
Vladi (commentando il mio primo articolo in merito) chiede perché in Italia non ci sia spazio per fiction come si deve, fatte all’americana, con trame complesse e con un potenziale attrattivo sul pubblico tale da accaparrarselo per venti e più puntate a serie.
Personalmente credo che, oltre agli ovvi discorsi di budget (da noi non ci saranno mai i mezzi di una produzione americana, a meno di non coinvolgere in coproduzione gli studios), la questione abbia a che vedere col pubblico e con la nostra tradizione cinematografica.
Il pubblico del Dottor House non è lo stesso di Incantesimo, non ci piove. E all’utente medio di Incantesimo (mia nonna) basta molto poco per tornare. Una bella e romantica storia d’amore, un pizzico d’intrigo (ma non troppo, ché se no ci si perde) e, se avanzano i soldi, uno sfondo sfizioso (di solito storico: vedi Elisa di Rivombrosa, piuttosto che il già citato Garibaldi).
Questo perché, come afferma Steven Johnson in Tutto quello che fa male ti fa bene (Mondadori, la segnalazione è sempre dell’ottimo Vladi), quel pubblico non viene dai videogiochi, ma dai fotoromanzi, dagli Harmony, da Beautiful e dai romanzi di Rosemary Altea.
Senza negare l’impatto culturale che quarant’anni di fiction rosa hanno avuto su quattro generazioni, è evidente il peso specifico di questo tipo di prodotti.
Totalmente diverso da quelli di cui si discute in queste righe.
In America la spettatrice di Beautiful è anche la spettatrice di CSI. E novanta su cento è stata al cinema a vedere Matrix. L’influsso della fiction mainstream sul pubblico americano è assolutamente trasversale.
Perché parliamo di persone che si possono permettere la TV via cavo.
Senza cable tv, in America vedi solo notiziari (zeppi di cronaca locale e privi di accenni al contesto non americano), film vecchi e tv show low budget.
Da noi la cosa è diversa: benché Sky si stia diffondendo a macchia d’olio, lo spettatore tipo di Incantesimo, a meno che non abbia un marito tifoso di calcio, non sottoscrive un abbonamento Sky. E, conseguentemente, non ha accesso al mainstream americano.
L’alternativa che resta a questo tipo di spettatore, è per l’appunto Incantesimo e compagnia bella.
Pur essendo conscio che la mia è una generalizzazione da spender poco, rimane un dato di fatto: la penetrazione della pay tv nel nostro paese (e dunque l’accesso a fiction di elevato standard americano) è recente. E ancora più recente è quella dei canali tematici per i serial (Fox Crime, FX,ecc.).
Il pubblico italiano non è quello americano. E gli attuali fruitori di House e soci, vent’anni fa, erano potenziali s
pettatori da Incantesimo (mia nonna mi piazzava, piccinino, a giocare coi Transformers mentre lei si sparava Sentieri - “This is the tiiiiiiiiiime! To remember…”, il motivetto echeggerà nelle orecchie di molti – e devo dire che poco o tanto la storia m’intrigava. Dopo i primi dieci minuti era una specie di droga. E quasi quasi appoggiavo sul tappeto Megatron per fissare lo schermo).
Di mezzo, come racconta Johnson, ci sono stati PacMan, SuperMario e giù giù fino a Metal Gear. Aggiungici Tarantino, I soliti sospetti e Fight Club ed eccoci a sbavare per LOST.
Noi, questo nuovo tipo di pubblico italiano, storciamo il naso con La Squadra ma andiamo matti per Romanzo criminale. E qui arrivo al punto.
Lodevole ma fallito il tentativo del RIS di scimmiottare grammatiche che non ci appartengono. Il capitano Venturi che guarda in camera e dice: “mettiamoci al lavoro” ogni dieci minuti, i jingle tesi e le inquadrature volanti alla CSI ci fanno sorridere. E forse apprezziamo di più CSI Cologno, la parodia di Sputnik con Gianni Fantoni, del simil Grissom di Alexis Sweet (già assistente alla regia di quel capolavoro che fu Il silenzio dei prosciutti di Ezio Greggio).
E allora?
E allora occorre prova
re a percorrere una strada diversa. Quella che, per esempio, ha percorso Placido in Romanzo criminale. I nostri criminali possono essere duri come quelli americani. Ma non devono parlare come in un film USA. Devono parlare romanesco, napoletano, milanese se sono i ladri della Milano Settanta.
Vediamo però di non scadere ancora in una nuova generazione di poliziottesco à la Maurizio Merli. Che trent’anni fa ci poteva pure stare (ma già gli americani facevano Scarface mentre noi giravamo Milano violenta), ma ora il pubblico è cresciuto.
Adesso mi accuserete di tirare l’acqua al mio mulino, ma è possibile che noi non si riesca a raccontare in maniera decente il marcio del nostro paese? Dopotutto, Spike Lee sta girando un film sulla strage di S. Anna di Stazzena. Perché noi non dovremmo essere in grado di fare una serie su Piazza Fontana? Una serie che sia in grado di catturare gli stessi spettatori di Romanzo criminale (che poi siamo noi, quelli che guardano Heroes e LOST).
E qui il cerchio si chiude: si ritorna al budget. Ma non si tratta necessariamente di un cane che si morde la coda. Se RAI e Mediaset hanno il braccino troppo corto, forse è il caso di andare a bussare alla porta del sciur Murdock, che di soldini per le nuove idee è più prodigo.
Per cui non sarebbe male mettere in piedi un bel progettino (la presente è un invito ad alta voce per i miei maestri e i miei illustri colleghi: leggi Wu Ming, Kai Zen, Valerio Evangelisti e potrei continuare…) di fiction seria per SKY. Che, non me ne voglia il mio mentore Giuseppe Genna, ma Suor Jo, la “Twin Peaks dei poveri”, come lui stesso l’ha definita, faceva cascare le braccia pure a me…
Scusate, ma questa dovevo proprio dirvela. L'aggiungo in coda, per non farci un altro post e togliere visibilità a questo.
Cercando immagini per questo post, ho scoperto una cosa allucinante su Sentieri.
La Marvel Comics ha fatto un cross-over tra i suoi personaggi (Woverine, Spidy, ecc.) e i personaggi di Sentieri (in originale Guiding light). Cliccare per credere (il riquadro in cui c'è scritto Marvel/Guiding Light crossover).
Se non hard-core-pop-culture questa...
mercoledì 5 settembre 2007
La serie TV ai tempi di Emule: come cambia il mondo, signora mia

C’era una volta Happy Days alle otto di sera. E il giovedì, alle otto e mezza, prima davano l’A-Team e poi MacGyver.
Oggi, invece, c’è un palinsesto che da settembre sembra quello della Fox: ogni sera una serie diversa (Heroes, Doctor House, Grey’s Anatomy, Ugly Betty, C.S.I.). E mica su Sky: tutto MADE IN ITALIA UNO.
E la RAI che deve fare? Si adegua. A breve, ripartiranno E.R. e Desperate Housewives.
Ora, lo so che una volta qua era tutta campagna, signora mia, ma mi piacerebbe andare un po’ più a fondo alla questione e cercare di capire cosa rende le serie TV contemporanee dei veri fenomeni di massa mentre i suoi prodromi di vent’anni fa erano poco più che passatempi per ragazzetti brufolosi.
Inizierei con una distinzione tanto banale quanto fondamentale: la continuity.
Nelle serie contemporanee (in quasi tutte: C.S.I. fa eccezione) si è prediletta la scelta della long-story a capitoli ai danni del format che negli Ottanta ha fatto la fortuna di molti serial, da Supercar a Ripide.
Niente più single-shot ripetitivo da quaranta minuti (in cui l’azione è consolidata secondo domestiche e rassicuranti linee guida: 1) succede qualcosa di terribile e qualcuno è nei guai 2) L’eroe è chiamato in causa – in genere da vecchi amici - o si ritrova nel bel mezzo dell’azione 3) L’eroe risolve il pasticcio), ma una ventina di capitoli (sempre da quaranta minuti, perché i tempi del broadcasting sono quelli dagli anni Cinquanta: spazi da un’ora per serial e pubblicità) attraverso i quali una complessa trama pluri-personaggio si dipana.
Personalmente non ho mai amato la formula single-shot.
Ma credo che ci siano delle concause nella mia preferenza.
Troppo facile sarebbe sparare sulla Croce Rossa degli sceneggiatori: per forza di cose, vent’anni fa gli script erano più ingenui e bacchettoni (anche se certi episodi di Starsky & Hutch fanno ancora drizzare i capelli in testa), le tecniche di ripresa erano quello che erano (c’era una differenza di budget colossale tra i blockbuster e i serial) e, soprattutto, il pubblico era troppo inesperto per gestire trame come quelle odierne.
Film come I soliti sospetti o Fight club ci hanno resi il pubblico che siamo. Guardando The Prestige mezzo inganno l’ho capito prima della fine; vent’anni fa avrei avuto difficoltà a starci dietro.
Parlando di pubblico, si apre la parentesi Emule, che molto ha a che vedere con la fruizione delle serie nel XXI secolo. I giornali la vedono ancora come un fenomeno di nicchia, ma io non la bevo.
Grazie a internet è nato un nuovo modo di fruire il serial.
Il p2p permette cose che dieci anni fa erano impensabili: seguire le serie in contemporanea con l’uscita U.S.A., vederle in originale e, soprattutto, vederle in blocco.
Se per LOST il giorno dopo la proiezione americana in rete recuperi già la puntata sottotitolata (merito anche di Itunes, che la vende a un euro), ci sono seriali (vedi The Shield) che ci mettono un po’ di più ad arrivare online.
Comunità intere si occupano delle release delle stagioni. La qualità dei divx è impressionante.
E l’utente paziente dotato di ADSL può ritrovarsi per le mani tutte le puntate di una season in una botta sola.
Questo succede da noi, ma nella patria del Presidente Bush stanno avanti di qualche anno (uno dei protagonisti di LOST ha candidamente ammesso con la stampa che i suoi amici e la sua ragazza si scaricano le puntate dello show).
E a questo nuovo fenomeno le major non sono indifferenti.
Prendete Heroes. È costruito esattamente per essere visto “di seguito”.
Qui c’entra anche la parentela coi comics: leggere una serie in volume è meglio che farsela a puntate.
Ma il senso non cambia: se in 24 o in Prisonbreak l’attenzione a fare di ogni episodio un gioiello perfetto che va a incastonarsi nel diadema della serie è altissima, nel nuovo serial di supereroi è minore.
Le singole storie respirano se godute nella soluzione one-shot. Divertono pochino se prese a piccole dosi.
E questo l’hanno capito anche i nostri programmatori.
Di base, qui da noi, per un retaggio degli Eighties che voleva che la prima serata in tv durasse due ore (allora si mandavano in onda cinque volte i film che si proiettano ora), le serie si è iniziato a venderle due episodi alla volta.
E guarda caso, Heroes è stato proposto in una formula insolita: quattro puntate tra domenica e lunedì scorsi.
Questo perché Heroes non parte a bomba. E a parte l’addicted, il fan sfegatato – che la guarderebbe comunque - l’utente italico medio si spalla e non torna. Ecco perché servono quattro puntate in fila: per far sentire gli spettatori di Italia Uno come i geeks (tra cui il sottoscritto) che la serie se la sono sparata di seguito e in anteprima (leggi: minimo due/tre puntate a sera).
Pubblico e fruizione hanno dunque un peso specifico sul successo della nuova generazione di telefilm.
Ma credo che il valore intrinseco di questa deliziosa (seppur datata) forma di entertainment sia dato dalle opportunità di sviluppo della trama che al cinema sono, per forza di cose precluse.
Grazie a Dio l’establishment degli Studios si rinnova e ricalcola il tiro in base alle nuove esigenze del pubblico. E dunque, da qualche anno a questa parte, al botteghino spuntano come funghi trilogie assolutamente memorabili (ultima in ordine di tempo – una vera bomba atomica per trasversalità di pubblico – I pirati dei Caraibi).
L’allungamento dei tempi narrativi permette profondità mai raggiunte prima dal cinema mainstream. Raccontare una storia in due ore è un conto. Farlo in venti, come direbbe Jules Winnfield in Pulp Fiction “non e' lo stesso fottuto campo da gioco, non e' lo stesso campionato e non e' nemmeno lo stesso sport”.
In questo senso, 24, la serie con Kiefer Sutherland, è il capolavoro assoluto. L’idea della narrazione in tempo reale rende fondamentale ogni passaggio scenico: non esistono tempi morti.
E si ha tutto il tempo per conoscere i personaggi in profondità. Dopo un paio di stagioni (sono un po’ indietro col ruolino di marcia: in America stanno iniziando la sesta) ho la sensazione di conoscere Jack Bauer quasi come il commissario Montalbano.
La tempistica narrativa del serial avvicina TV e letteratura.
Se hai venti puntate a disposizione, il flashback da dieci minuti sul passato del personaggio non è uno spreco. Anzi. E i prota
gonisti sembrano quelli di un romanzo.
All’attuale configurazione di entertainment superiore si è giunti per una molteplicità di fattori (prevalenza della long-story, pubblico più scaltro, internet e peer 2 peer), ma non sempre il passaggio è stato traumatico. Serie piuttosto datate, tipo E.R. (che, ridendo e scherzando, sta per compiere tredici anni) nate nell’epoca a cavallo tra il single-shot e la long-story sono riuscite ad evolvere e sopravvivere.
La scelta della continuity non era così chiara nelle prime due serie. Il format era nuovo, ma comunque ripetitivo: i personaggi interagivano pochissimo, e l’azione era costituita al novanta per cento da chi entrava in pronto soccorso bisognoso di cure.
Negli anni, la spina dorsale del serial (sangue e morte sotto i ferri) è restata intatta, ma i personaggi si sono evoluti: alcuni se ne sono andati, altri si sono sposati, altri ancora sono morti. E lo show è rimasto vivo in un periodo mortifero (Beverly Hills e Melmose place implosi dopo un pugno di stagioni).
Chiudo citando quello che a mio parere è il vero anello di giunzione tra il passato e il futuro di quelli che una volta si chiamavano telefilm.
Nel 1991 un signore di nome Michael Chiklis interpretava The Commish (Il commissario Scali, da noi). Il format era orribile ma divertente: Scali, commissario ciccione e col riportino unto, con una moglie ricciolina e sensibile, combatteva il crimine tra una ciambella e l’altra, con senso dell’umorismo e moralità pseudo-maccartista da sbirro per bene.
Dieci anni dopo Chiklis si reinventò nei panni di un altro poliziotto: Vic Makey. Niente più quartieri residenziali per lui: benvenuto a Los Angeles. E niente più buoni propositi. Il Mackey di The Shield è muscoloso e rapato a zero (ma comunque appesantito. E a guardarlo non si può non pensare a Scali…).
È marcio fino al midollo: ammazza, ruba, smercia roba. Il tutto, rigorosamente in nome della legge. Avete presente Denzel Washington in Training day? U
na signorina, in confronto.
Il coraggio dell’attore e il livello dell’interpretazione non è passato inosservato: nel 2002, Chicklis ha vinto l'Emmy e il Golden Globe per il miglior attore protagonista. E The Shield, a tutt’oggi, dopo sei anni e picco di longevità (avete indovinato: è una long-story), è la meglio serie poliziesca in circolazione.
Altro che Grissom e compagnia briscola…
mercoledì 29 agosto 2007
Da Arnold a Tarantino: vintage sì, ma non troppo

Se questo pezzo esiste, la colpa è di una delle mie pessime abitudini: il pisolino.
Lo so che fa vecchia zia in pensione, ma quando non lavoro (a scuola), dopo pranzo non so resistere: il richiamo del divano è troppo forte.
D’altronde (lo dico per darmi un tono) lo dice anche Stephen King che nel lasso di tempo immediatamente post-prandiale si sente come un boa che ha appena inghiottito una gazzella, e la pennica è l’unica possibilità.
Divano e tv, si diceva.
E verso le due la scelta non è ‘sto granchè. Su Italia Uno c’è l’ultimo strascico di Slam Ball e ti viene da seguir l’azione e saltare in piedi sul sofà. Su MTV le biondine in bikini di Laguna Beach e non chiudi occhio neanche a parlarne.
Meglio i cari, vecchi cartoni. Che sia DragonBall o Naruto, cinque minuti cinque e sono già nel mondo dei sogni.
Che poi, se cartoni devono essere, il digitale terrestre che l’hai preso a fare? Che quel signore basso basso e l’amico suo della Lazio hanno fatto una legge apposta.
E dunque: Boing. Ventiquattrore su ventiquattro di anime old school e ricicli Mediaset.
Niente da dire, perfetti per appisolarsi.
Il punto è quando ti svegli.
Ancora nel dormiveglia una musichetta mi catapulta indietro di vent’anni (guardate un po’ se anche a voi fa lo stesso effetto…). E mi ritrovo a pensare a me stesso su un tappeto di pelo arancione nel salotto di casa di mia nonna. A giocare col Lego e bere Estathé.
Ora, col vintage in qualche modo ci campo e ho abbastanza confidenza col passato da non farmi travolgere da facili entusiasmi alla Notte prima degli esami.
Però questo è davvero un colpo basso e non c’è santo che tenga: quando appare il faccino paffuto di Arnold non posso fare a meno di godermi l’intera puntata in religioso silenzio.
Oltretutto sono anche fortunato, perché l’episodio è una chicca. Quello in cui Arnold e il suo amico, in trasferta a Hollywood si perdono negli Universal Studios tentando di infilarsi sul set di Supercar.
C’è pure un ovvio cammeo di David Hasselof e del suo destriero parlante a quattro ruote.
Mi piacerebbe potervi dire che l’emozione mi ha travolto e “com’erano belli i telefilm di una volta, signora mia…”.
Ma racconterei delle balle.
Il tv show risente dell’età, e succedono cose improbabili: KITT parla davvero, anche se la guardia degli Studios chiama Hasseloff per nome e non “Micheal”. Arnold e il suo compare vagano per i teatri di posa deserti e a un certo punto un animatrone dello Squalo li spaventa a morte. E poi finiscono sul set della Famiglia Addams e un simil Lerch li mette in fuga…
Ok, il telefilm è di vent’anni fa. Ma per l’utente attuale la supposta sospensione d’incredulità è veramente troppo. Non la voglio fare troppo semplice, non fraintendetemi. Il telefilm era tutto da ridere e lo spettatore medio (dell’Ohio o di Rozzano, poco importa) non si poneva il problema. Il punto è che queste esagerazioni inquadrano il prodotto per quello che è. Negandogli l’immortalità.
Immortalità che serie come Star Trek o Spazio 1999, pur con le loro mille oscene ingenuità, hanno ottenuto.
La distanza tra le serie di ieri e quelle di oggi è sotto gli occhi di tutti. E non mi sognerei di affiancare nemmeno per un istante Arnold a Lost (ambiti troppo diversi).
Ad ogni modo, pur nello stesso campo da gioco, Arnold troverà un paio di righe in qualche dizionario dei telefilm, FRIENDS rimarrà nella storia.
Come c’è rimasto SUPERCAR.
Ci sono produzioni che diventano immortali. Altre che vanno a ingrassare il bagaglio retrò dell’appassionato di modernariato.
Uno dei fattori principali che influiscono sull’eternità di una serie è, io credo, la continuity.
Vent’anni fa gli show erano studiati per intrattenere a orari fissi con format rigidi, statici. La stessa scenetta che si ripete più o meno in loop puntata dopo puntata. Lo show funziona, ma non evolve.
In serie come Happy Days (cito questa per rimanere nel mainstream, ma potrei citare BlueMoon, la serie che lanciò Bruce Willis), invece, dopo un paio di stagioni, si scelse la linea della continuity, dell’evoluzione dei personaggi (Ricky va in Vietnam, si sposa e mette su famiglia. Chucky e Joanie si innamorano, convolano a giuste nozze e guadagnano anche la dignità di un spin-off, mai andato – credo; l’ho visto solo in inglese – in onda da noi).
Passa di lì la strada che ha portato alla costruzione del serial moderno.
Senza continuity, Lost non sarebbe niente.
Detto questo, arrivo finalmente a Tarantino, che occhieggia dal titolo e che ancora non ha avuto un minuto per dire la sua. E se parli di Tarantino non puoi ignorare il discorso sul vintage.
La Seventies-mania che ha investito il mondo globalizzato negli ultimi dieci anni ha fatto muovere i primi passi verso la riscoperta del nostro recente passato. Un passato essenzialmente pop (e tutto è pronto per il ritorno in pompa magna dei temibili Ottanta).
Il vintage, che negli Eighties era di pessimo gusto, ha recuperato dignità. E il futuro, che nell’ottantacinque scherzavamo a mascelle spalancate, assomiglia davvero a quello rappresentato in capolavori come Rollerball, dove le case del duemila sono piene di modernariato Anni Settanta e per ascoltare la musica si usa uno strano aggeggio rettangolare con una rotella in centro.
Un conto è, però, il recupero della memoria, un conto è il consumo critico.
Vintage sì, ma con jiuicio. Non vale la regola che se una cosa ha venti o trent’anni allora è cool di default.
Viva Bruce Lee, viva l’A-Team. Ma, vi prego, abbasso Arnold e abbasso Automan.
Un discorso simile deve averlo ben chiaro in testa Quentin Tarantino da almeno una quindicina d’anni.
Kill Bill è un capolavoro citazionistico. Mai pesante, ma sopra le righe (anche se, costantemente, oltre ogni riga). È un tributo al passato. Ma con uno sguardo insindacabile al futuro. La direzione in cui Kill Bill guarda è chiara. E il capolavoro di Mr. T. non assomiglia all’angelo della storia di Benjamin (non ha la capoccia storta à rebours).
E lo stesso discorso vale per il maltrattatissimo Grindhouse.
La versione mozzata che è arrivata in Europa presta maggiormente il fianco alle critiche. Le due ore di Kurt Russel che arrota passanti e belle sgnacchere è fuori contesto.
Consiglio agli appassionati di attendere il dvd americano in cui Grindhouse e Planet Terror non sono divisi.
Oppure di scaricarsi la versione originale del double feature col caro vecchio mulo.
Alla fine delle tre ore di spettacolo, la sensazione che rimane in bocca è ben diversa da quella che trasmette la proiezione del surrogato apparso nelle nostre sale.
Le due pellicole, tanto per cominciare, sono collegate (da minuscoli particolari, come accadeva nei nostri film a episodi degli Anni Settanta). E le storie sono buone storie. Con fascino retrò, questo è indubbio, ma modernissime (le ragazze di Grindhouse ascoltano l’ipod e mandano sms).
E queste storie estreme e ultraviolente, come solo Mr. T. sa creare, galleggiano in una cornice supercool, intervallate da finti trailer di finti film d’azione o de paura, da spot gustosamente antiquari che avvisano che il contenuto delle pellicole non è adatto ai più piccini, e altre mille chicche.
E esci dal cinema con la sensazione che i veri grindhouse, quelli di trent’anni fa, non fossero così divertenti (se li riguardi te ne accorgi subito). Così come i film di Bruce Lee erano molto più pallosi di Kill Bill.
Per cui, signore e signori: Vintage sì, ma non troppo.
E soprattutto con gusto e cabeza.