DA DOVE VENGO IO - CENT'ANNI vol.1

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lunedì 22 dicembre 2008

Saluti e baci: il Sarassone stacca fino all'anno nuovo


Signore e signori,
ci siamo. E' con orgoglio e un pizzico di sollievo che vi comunico la fine della stesura di SETTANTA.
Proprio ieri ho messo la parola fine al mio nuovo romanzo.
Ora inizierà la girandola delle revisioni, l'attesa spasmodica delle bozze, l'ultimo chilometro alla ricerca del refuso fuggiasco, ma senza dubbio alcuno posso affermare che il più è fatto.
Dopo quasi due anni di lavoro, il bimbo è venuto al mondo. O meglio, è stato concepito. Per venire al mondo ci vorranno altri sei mesi. Se tutto va bene, per giugno dovreste trovarlo sui vostri scaffali, pronto pronto per farvi compagnia durante le vacanze estive.
Certo che parlare di vacanze al mare il secondo giorno d'inverno, col Natale alle porte, sembra proprio assurdo. Forse sarebbe più appropriato fare i proverbiali auguri delle feste, esclamare qualche frase di rito, tipo: "BUONA FINE E BUON PRINCIPIO", cose così.
Siccome io non me la cavo granchè con gli auguri, preferisco lasciar la parola a chi sa come si fa. E dunque vi rigiro prontamente la cartolina natalizia (barbaramente ridicola) che lo staff grafico di UWS ha realizzato per i suoi lettori. Uno Sterling decisamente diverso dal solito, pronto a dispensare i doni di sempre.
Come suggerisce il titolo di questo post, il vostro scrittore over 100 preferito staccherà la spina per un po'. Dopo il tour de force della volata finale di SETTANTA, ho bisogno di qualche giorno per tirare il fiato.
Non per riposare, ben inteso, che per quello c'è tempo dopo morti, ma per riorganizzare le idee e mettere in cantiere nuovi progetti (ce ne sono parecchie di cose che bollono in pentola).
Nel salutarvi e abbracciarvi, vi lascio un ultimo consiglio letterario, un'idea regalo per i ritardatari.
Quest'anno, come ogni anno, ho letto parecchi romanzi; verso la fine di dicembre è mia abitudine chiedermi quale sia il libro che ha lasciato il segno, che mi ha emozionato di più; il romanzo migliore dell'anno insomma.
Al ballottaggio erano arrivati testa a testa AL DIAVUL e IL TEMPO INFRANTO ma, sul filo di lana, un autentivo gioiello li ha superati.
Si tratta di WORLD WAR Z - LA GUERRA MONDIALE DEGLI ZOMBI, di Max Brooks.
Il libro apocalittico più straordinario che mi sia mai capitato di leggere.
Nessuna cronaca della fine ha mai scavato così in profondità.
WWZ è il libro dell'anno. E la cosa fa sorridere perchè è uscito due anni fa.
Regalatelo, leggetelo, rileggetelo.
E' il romanzo che tutti gli amanti della Storia dovrebbero avere sul comodino.
Buone feste e buone letture.
Ci si vede nel 2009

venerdì 19 settembre 2008

Io ve lo dico....





...ma non mettetevi strane idee in testa. Settanta è finito.
Oggi ho posto la fatidica parola FINE al manoscritto del mio nuovo romanzo.
Il che NON significa che il romanzo sia veramente finito, nè che lo vedrete in libreria in tempi brevi.
C'è ancora un sacco di lavoro da fare. Misure da prendere, cose da aggiungere e da togliere, la lingua da rivedere e mille altre cosette.
Ora inizia il periodo più duro, quello del perfezionamento della creatura, della raffinazione del prodotto.
Davanti ci sono un sacco di mesi, prima di poter mettere finalmente un punto.
Prima di quel magico periodo che sta tra la consegna delle ultime bozze e il momento in cui il nuovo nato arriverà sugli scaffali delle librerie.
Come diceva quel genio di Celentano, il meno è fatto.
Ad ogni modo, volevo che lo sapeste.
Non chiedetemi quando uscirà, perchè non lo so davvero.
Dipende.
Dipende da un sacco di cose.
Comunque, la fase dove si butta il sangue è chiusa.
In allegato, quattro foto che ritraggono la mia postazione di lavoro, in condizioni da terremotato curdo dopo un anno e mezzo di impegno metodico e frenetico.
I fogli di Google Calendar sono pieni di rigacce nere.
A ogni riga corrisponde un paragrafo, più o meno.
Ogni giorno, per diciotto mesi, ho scritto un paragrafo (a volte due, a volte nessuno, a dire il vero). Quando il paragrafo era pronto, tracciavo una rigaccia sopra la voce che lo contraddistingueva nella mia agenda.
Il tempo delle rigacce è finito.
Se Dio vuole.
Ci tenevo foste i primi a saperlo.

mercoledì 25 giugno 2008

Giorni di fuoco

Mentre scrivo, nel mio studio ci sono ventisette gradi. Col sessanta per cento di umidità.
Chi si lamentava del freddo polare di sette giorni fa sarà contento. Io, nel frattempo, mi squaglio e lo maledico.
Come al solito, un post che inizia con delle scuse. Scuse per la latitanza, su plurimi fronti.
E' un po' che non vi racconto come procede SETTANTA, che non vi ragguaglio su J.A.S.T. (qualcuno se ne ricorda ancora?) o su UWS. Di Ruby Soho ho taciuto, ma so che molti di voi sono assidui frequentori del blog. E per questo vi ringrazio.
Dunque, tanto per darvi un'idea dello stato dell'arte, le cose stanno così:

- CONFINE DI STATO, forever young, continua a far parlare di sé. Se ne scrive oltremanica (qua l'articolo dell'amico JP Rossano per EUROPOLAR) e se ne continua a scrivere nel BelPaese (qui e qui). Grazie davvero.
- SETTANTA procede: con lentezza pachidermica, ma procede. Voglio fare le cose per bene, non voglio correre per uscire il prima possibile. Non manca molto alla fine della prima stesura. Manca moltissimo alla versione ideale che ho nella testa. In questi giorni sto aggredendo il 1978. Annus terribilis et mirabilis, che mi ha visto venire al mondo e che ha sconvolto il Paese. Non posso andare di fretta, adesso. Ho bisogno di procedere circospetto, documentato.
Informato e prudente.
Sento che questo è l'unico modo di scrivere.
SETTANTA lo leggerete nel 2009. Lo so, avevo detto fine 2008, ma per come la vedo io vale la pena aspettare. Fidatevi di me.
- J.A.S.T., l'oggetto narrativo non identificato a cui sto lavorando con Daniele Rudoni e Lorenza Ghinelli esce finalmente dal proprio letargo e riprende vita. Daniele, archiviata l'impellente scadenza UWS (tra due settimane uscirà il terzo volume) si metterà sotto e tirerà fuori il capitolo mancante. Lo stesso farà Lorenza e poi bisognerà riprendere la creatura, ribaltarla e strigliarla per bene. Forse, allora, sarà pronta da mostrare a un editor.
- UWS gode di ottima salute, in termini di vendite, visite e partecipazione al progetto. Continuano ad arrivare i racconti sull'Omino ai tempi del golpe e io ringrazio tutti i lettori volenterosi che si cimentano nell'opera e sponsorizzano la causa. C'è ancora un mesetto di tempo, più o meno. Poi sceglieremo il racconto vincitore del contest e lo pubblicheremeo sul sito.
Grazie a tutti, di cuore. Nel frattempo segnalo la messa in onda della seconda puntata del fonodiario di Alessia Pozzi. Cronache di guerra dal paese in ginocchio. Qui.
- RUBY SOHO è giunto al giro di boa. Finite le foto, comincia la post produzione. E qui il gioco si fa pesante. In più, proprio ieri sera, è nata l'idea di realizzare anche un dvd-documentario sulla nascita del progetto. Altro lavoro, altri sbattimenti sotto al sole, ma in capo a sei mesi (forse qualcosina in più) saremo pronti per consegnarvi un prodotto da leccarsi i baffi.
Abbiate fede e pensateci molto quando sarete in vacanza. Noi si resta qui a sgobbare, in trincea.
Questo è quanto, per ora.
Io continuo a sudare nell'afa e non vi abbraccio semplicemente perchè non è una gran bella cosa farsi stringere da un omone appicicaticcio quando fuori fan trenta e passa gradi.
Ad ogni modo, you know, ve voeri ben.

lunedì 18 febbraio 2008

Ettore Brivido, un nome che non si dimentica


Oggi è un giorno speciale. Uno di quelli che non si scordano tanto facilmente.

Speciale non tanto per il sottoscritto, che non ha molto da festeggiare (giusto la guarigione dall’influenza più lunga del mondo… Mi scuserete se lo scrivo tra parentesi e associo alla scrittura qualche scongiuro: oramai vivo nel panico da ricaduta…;-)), quanto per uno dei miei personaggi.

La data di nascita di un personaggio è sempre nebulosa, complicata, piuttosto vaga. In genere un autore non presta troppa attenzione a una intuizione, anche se ottima.

Per esempio, ricordo perfettamente quando inciampai nel nome Andrea Sterling. In realtà all’anagrafe era Marco Sterling, ma non mi convinceva granché. Lo trovai su un foglio domenicale di una chiesa di periferia. Di lì a pochi giorni sarebbe stata celebrata una messa in suffragio del povero defunto: Marco Sterling, classe 1920.

Mi ricordo di essermi appuntato il nominativo e l’età. Ma mentirei se vi raccontassi con precisione che giorno era.

C’era il sole, era primavera, forse. Non ricordo altro.

Molto prima di iniziare a scrivere CONFINE DI STATO, questo è sicuro.

E invece a volta capita di avere una grande idea e di essere così lucidi da prendere nota.

Un anno esatto da oggi, il 18 febbraio del 2007, rimuginavo cercando un appellativo per un personaggio molto cool.

Il character era stato creato sulla base di fonti storiche (sapete come lavoro), ma oramai aveva preso la sua strada e aveva un’individualità. Per comodità continuavo a chiamarlo con i nomi dei suoi “antenati”, ma quei nomi iniziavano ad andargli stretti.

Ci misi un pomeriggio intero, poi, durante una ricerca su google, mi apparve l’immagine di un film di qualche anno fa. Il titolo originale, molto più adeguato alla trama dell’italico corrispettivo, era MAXIMUM OVERDRIVE. Ma si sa, gli Ottanta sono stati anni di sperimentazioni golose in fatto di traduzioni (First blood part 2 da noi fu il titanico Rambo 2 la Venedetta), per cui nessuno si stupisca se la pellicola horror con le auto impazzite che davano la caccia agli umani da noi fu smerciata come BRIVIDO.

Al di là dell’evidente distanza concettuale tra titolo e traduzione – assolutamente irrilevante ai fini della mia ricerca – quel titolo, quella semplice parola, racchiudeva tutto quello che stavo cercando per il mio personaggio.

“Si chiamerà Brivido”, pensai.

A quel punto feci un gioco consueto. Una volta trovato il cognome, in genere sperimento nomi di battesimo come fossero montature da vista. Quello che non stona, rimane.

Ettore calzava a pennello.

Ettore Brivido nacque ufficialmente il 18 febbraio 2007, e aveva in carnet partecipazioni a storie importanti.

Forse ne avevo già accennato di sfuggita su queste pagine, ma è sempre bene rinfrescare la memoria.

Ettore Brivido sarà uno dei personaggi principali di United We Stand. E proprio per festeggiare il suo primo compleanno, abbiamo deciso di pubblicare su www.unitedwestand.it una storia che lo vede protagonista.

Il racconto si intitola Rivolta , è in due puntate e qui trovate la prima.

Inauguriamo, con questa storia, la sezione COLLATERAL. Sezione che, nei mesi a venire, si popolerà di narrazioni importanti, talora firmate da penne d’eccezione.

Da quando il progetto UWS è partito, molti colleghi mi hanno manifestato il loro apprezzamento e hanno deciso di dare il loro contributo alla costruzione del cosmo UWS. Tra un’uscita e l’altra vi delizieremo con racconti unici, e non sarà raro trovare sotto al titolo la firma di grandi autori del panorama nazionale. Qualche nome? Alcuni tra i collettivi più noti della scena potrebbero dire la loro sulle pagine di www.unitedwestand.it. E state certi che saranno in buona compagnia.

Di più non posso veramente dirvi. Per cui, bocca cucita e torniamo a Ettore.

Ettore lo incontrerete al fresco. La location è la Casa circondariale di Novara, l’anno è il 1981.

Non vi voglio raccontare altro, per paura di rovinarvi la sorpresa.

La conclusione della storia la prossima settimana, sulle medesime frequenze.

L’Ettore che conoscerete sulle pagine di UWS ha molto poco a che fare con quello che avrà un ruolo dominante in Settanta.

Avete capito bene. Ettore prenderà parte (e che parte!) al mio prossimo romanzo. Se in UWS, gioco forza, lo conoscerete con qualche primavera sulle spalle, in Settanta vi godrete i suoi esordi.

Il secondo capitolo della mia trilogia sporca, tuttavia, è ancora in fase di lavorazione, e temo che per qualche mese ancora non potrete sfogliarlo.

Nell’attesa, tuttavia, potrete consolarvi con una storia di coltelli e fiori d’arancio, che avrà come protagonista, ancora una volta, il Nostro.

Il racconto (piuttosto voluminoso, a dire il vero) si chiama COMPARI D’ANELLO e fa parte della raccolta MATRIMONI, di recente pubblicazione nella collana LIBRIVOLANTI di Effequ.

Effequ, lo ricorderete, è stato il mio primo editore. E i più affezionati tra voi serberanno memoria delle sue mitiche raccolte a tema (alle quali il sottoscritto partecipò in più di un’occasione, anni or sono).

La raccolta di quest’anno è particolarmente intrigante, vuoi per il tema, vuoi per la maniera in cui se ne discute.

Il mio racconto, al solito, parla la lingua della strada. E la mia storia ha poco a che fare con liste nozze e ristoranti prenotati con un anno d’anticipo. Ad ogni modo, credo di colpito al cuore il tema dei legami forti.

In sottofondo, la Milano dei Settanta che tanto mi è cara.

Il libro non è ancora in libreria, ma sul sito di Effequ lo trovate già. Se lo ordinate adesso, dovreste riceverlo per fine mese, per la modica cifra di 10 euro (senza spese di spedizione. Omaggio della ditta).

Un modo inconsueto per festeggiare una giornata importante. Un giorno speciale per festeggiare un personaggio che, sono sicuro, non scorderete in fretta.

Buon compleanno, Ettore. L’avventura è appena iniziata.

giovedì 7 febbraio 2008

Bologna, Israele, Genova (ma solo di passaggio) e la Milano dei Settanta


Titolo da inserto culturale della domenica, per tentare di comprimere in un pezzo solo le miriadi di cose che devo raccontarvi. Approfitto del bel sole e della febbre finalmente scesa a 37.5, dopo l'azione rullocompressoria di orde di antibiotici per mettere in fila notizie e segnalazioni.
Andiamo con ordine:

1) Ve l'avevo già accennato tempo fa, ma ve lo confermo: se la febbre non risale e tutto si porta come si deve, sabato 9 febbraio, alle 18.30, sarò da Modo InfoShop a Bologna a presentare il mio CONFINE DI STATO. Insieme a me, l'amico fraterno Jadel Andreetto di KAI ZEN. Assente (giustificato) il Magister Evangelisti, in partenza per Puerto Escondido proprio sabato.

2) Su NAZIONE INDIANA (ma non solo: anche su LIPPERATURA, IL PRIMO AMORE e molti altri blog) c'è un appello di Raul Montanari, già firmato da decine di intellettuali e semplici websurfer, tra cui il sottoscritto, di solidarietà nei confronti degli organizzatori della Fiera del Libro di Torino, maltrattati da settimane per aver deciso di ospitare Israele alla prossimo Salone.
Il valore della cultura ebraica è noto. Meno noto invece, fino a che non è scoppiata la polemica, il pessimo gusto di certi Soloni di casa nostra. Qui un esempio. Ma sul sito de La Stampa, se inserite ISRAELE come chiave di ricerca tra i pezzi dell'ultima settimana, ne troverete molti altri.
Firmate, se vi va, l'appello di Montanari. Basta aderire con un commento.
Oppure non firmatelo. Ma trovatevi, vi prego, delle ragioni migliori di quelle di Vattimo. Le sue deve averle acquistate in saldo a fine gennaio.

3) Il mio amico Matteo Zampini, storico editorialista della LibraryZone di Castlerock.it ha appena deciso di "mettersi in proprio". Del mutamento di Castlerock avevamo già parlato in un post di qualche tempo fa. In attesa che lo storico sito evolva, andate a dare un'occhiata al blog di Matteo (leggendoscrivendo.splinder.com): dalle sue parti si parla SOLO di libri. Niente notizie sullo stato di salute del conducente del weblog, niente resoconti delle ferie. ...;-)
Cultura dura: molto fico.

4) Un altro mio amico, il genovese (trapiantato, suo malgrado, a Milano) Ettore Maggi (ecco la ragione del fugace accenno genovese nel titolo) tempo fa mi intervistò per M - LA RIVISTA DEL MISTERO. Non so se quell'intervista sia già uscita su M (avete notato che da un po' di tempo non sono frtissimo con la rassegna stampa? Dev'essere la vecchiaia...). Di sicuro, la potete leggere sul sito MUSICAOS, qui. Enjoy...

5) (e giuro che chiudo...) In questi giorni di forzata permanenza a casa, nei rari momenti di lucidità, ho scritto qualche pagina di Settanta (per i più fetish: sappiate che ho all'incirca una cnquantina di pagine di word pronte. La strada è ancora lunga...). Il lavoro che sto facendo con il linguaggio è davvero gustosissimo. Il romanzo, lo vedrete, sarà un autentico giro d'Italia per quel che riguarda il parlato. Al momento sto facendo tappa a Milano. Nella Milano di Turatello e Vallanzasca. Dove il gergo della vecchia Mala andava scomparendo, ma il dialetto restava ancora la lingua madre della new wave criminale.
Io coi dialetto me la cavo. Non ho problemi da Saint Vincent a Reggio Calabria. Mia moglie dice che ci sono portato. Per come la vedo io, basta avere orecchio. E studiare (o chiedere) quando non si sa.
Da giorni cerco un dizionario della Mala Milanese. Chiederei a Colaprico (comprate, vi prego, lo splendido LA TRILOGIA DELLA CITTA' DI M, che gli valse lo Scerbanenco qualche anno fa), ma non ho grandissima confidenza.
Qualcuno di voi ha idea di dove possa procurarmi un libro del genere.
Mi basta un titolo, o una web source (questo sarebbe un sogno).
Avete voglia di darmi una mano?

martedì 30 ottobre 2007

Ancora su Vallanzasca: lasciate in pace i morti

Mi scrive Gabriella, postando un commento che ci tengo a pubblicare per esteso, nel caso in cui a qualcuno fosse sfuggito:

Sicuro che "Etica criminale",abbia ricostruito la verità ? Si tratta solo della verità di un assassino e nulla più. Si, chiamiamolo con il suo vero nome ASSASSINO...alis R.V.oops, dimenticavo, grazie a lui le mie figlie sono orfane, io sono vedova e lui, ad ogni intervista, orgogliosamente non si pente. Si vergogni lui e si vergogni chi gli da spazio.

Al suo commento, a strettissimo giro, ne segue un altro, molto più diretto:

La cosa brutta di questo paese è che c'è gente come te che idolatra personaggi inutili di cui un paese civile dovrebbe solo vergognarsi; esempi negativi che diventano miti, scrittori che diventano famosi per aver portato alla luci della ribalta gente che avrebbe dovuto solamente essere lanciata nell'immensità dell'oblio. Vallanzasca è solo un criminale, un assassino, uno che se avesse trovato tua sorella, tua madre tua zia sulla sua strada ad ostacolare i suoi biechi progetti non avrebbe esitato un solo istante a premere il grilletto di una delle tante pistole che sono state nella sua disponibilità.
Hai ragione, ciascuno di noi può pensarla come meglio crede, W la democrazia e lo stato liberale ma dopo aver scritto parole impregnate di cotanta cultura mi piacerebbe sapere se saresti stato in grado di esaltare questo " spregevole mito" se ci fosse stato tuo padre, tuo madre o tua sorella nella lista delle sue vittime.
La cosa che mi rammarica è che esistono tante persone, anche più colte di te, che la pensano come te, addirittura peggio, alcuni erano anche terroristi (forse lo sono ancora)....però VIVADDIO...siamo in democrazia!!!

Grazie per lo spazio

Il Postino

Le parole di Gabriella riaprono una questione delicatissima, nodale per chi fa il mio mestiere e si occupa di storia (nera) recente: il rispetto per le vittime.

A lungo mi interrogai sulla questione durante la stesura di CONFINE DI STATO. In definitiva, nel mio romanzo raccontavo la storia di una banda di assassini, doppiogiochisti e farabutti che hanno maltrattato il nostro paese alle spalle degli innocenti. A lungo mi chiesi se fossi sufficiente rendere i colpevoli il più colpevoli possibile per placare in qualche modo il bisogno di giustizia dei parenti delle vittime uccise dalla bomba di Piazza Fontana.

Non mi seppi rispondere e non mi so rispondere ancora oggi.

Di sicuro non mi sono mai pentito di aver fatto iniziare il mio romanzo con i ricordi dei sopravvissuti.

Con le parole di fratelli, sorelle, madri e figli di coloro che pagarono il prezzo più alto per il folle sogno di alcuni delinquenti ammantati d’idealismo.

Nel caso di Piazza Fontana queste persone non hanno uno Sterling con cui prendersela. Per lo Stato Italiano nessuno è colpevole. E questa gente si è anche vista imputare le spese processuali nel maggio del 2005.

Diverso è il caso di Gabriella.

Renato Vallanzasca, condannato a quattro ergastoli, prima di finire dietro le sbarre si è lasciato appresso una scia di sangue. Molti sono rimasti sul selciato per mano sua e dei suoi.

Io non so chi di voi lettori abbia perso una persona cara.

Io, a diciotto anni, persi mio padre. Lo persi in modo assurdo e violento. Una caduta da dodici metri se lo portò via in pochi minuti.

Se vivete in una piccola città saprete come una morte improvvisa diventi di colpo la storia del giorno.

Io e mio fratello ci trovammo, in questura, assediati dai giornalisti locali (forse assediati è una parola eccessiva. Un paio di scribacchini ci ronzarono intorno). Rifiutammo di lasciar dichiarazioni.

Nei giorni successivi su mio padre si scrisse molto. Ed è fisiologico che qualche imprecisione si annidasse negli articoli. Fisiologico: anche adesso che nono sono più così misconosciuto come lo era mio padre allora, ho letto su di me cose straordinarie (tipo che sarei salernitano o che di nome farei Alessandro…).

Be’, signori miei, quelle imprecisioni (cose banali: tipo la professione o le circostanze dell’accaduto) mi fecero male all’epoca. Mi diedero fastidio. Ci rimuginai per giorni.

Posso solo immaginare cosa voglia dire per chi ha perso qualcuno per mano di un delinquente sentirsi raccontare la storia dell’assassino invece che quella della vittima.

E magari sentire parlare dell’assassino come di una rockstar.

Sulla stessa questione, da anni, martellano il figlio di Calabresi (leggete il suo libro) e gli eredi di Moro: smettetela di parlare di come sono morti i nostri padri. Iniziate a parlare di com’erano in vita.

Tutto legittimo e sacrosanto.

Però. Un però rimane, volenti o nolenti…

Se si sceglie di scrivere del malaffare di questo paese, e si sceglie di farlo usando un doppiofondo storico, non si può prescindere dai cattivi, ma soprattutto dall’immagine dei cattivi che ha attraversato gli anni per arrivare fino a qui.

Lungi da me mettermi in cattedra. Io nemmeno ero nato quando il marito di Gabriella perì per mano di Renato e dei suoi. Però non si può ignorare quello che è successo intorno alla figura di Vallanzasca.

Non si può, specialmente se si scrive crime novel, specialmente se si raccontano i Settanta.

Non per la feticistica (e squallida) archeologia del mito del “Bandito dagli occhi di ghiaccio”, bensì per arrivare a comprendere quale fu il folle meccanismo che spettacolarizzò la morte. Che trasformò un criminale in un personaggio da romanzo.

Lo scrissi nel post precedente, lo ribadisco ora. L’informazione, in questo paese, non è mai stata un granchè. Ma è piuttosto imbarazzante pensare all’ingenuità con cui i pennivendoli trasformarono Vallanzasca in divo mediatico.

Se si scende nei meandri di questo meccanismo perverso (lo stesso che trasformò il caso Montesi in un evento da ribalta e lo stesso che ancora oggi ha mutato il caso Cogne in una soap opera di quart’ordine) si conosce un pezzetto in più del marcio di questo paese. Se si riesce a spiegare un’assurdità come questa ai propri figli grazie alle pagine di un libro, allora credo che valga la pena di scriverli ancora, quei libri.

Io credo che Polidoro abbia dato un contributo in questo senso. Le ore passate in emeroteca trasudano dalla pagina.

Nel mestiere di crime novelist il rischio dell’indelicatezza nei confronti di chi non c’è più è sempre in agguato.

Grazie a Dio, la vita di uno scrittore non finisce nelle pagine dei propri romanzi. Grazie a Dio ci sono spazi dove rendere conto del proprio mestiere.

Sembra che faccia l’apologia del libro di Massimo, e invece parlo di me (Massimo non ha bisogno di essere difeso. Si sa difendere benissimo da solo).

L’avrete capito, in Settanta si parlerà (tra le altre cose) della Milano criminale. Ed è impossibile raccontare quel periodo senza parlare dell’ambiente in cui crebbero Vallanzasca e Turatello.

Io in questo paese, nonostante tutto, ci credo ancora. E credo che valga la pena di parlare di tutto il putrido che c’è stato per evitare di non riconoscerlo nel caso ci ricapitasse sotto il naso.

Non credo che l’oblio sia la strada giusta per lasciarsi le cose alle spalle.

Però, si sa, a parlare di certe cose si rischia di essere fraintesi, di fare grossolani errori o di parlare a sproposito.

E talvolta qualcuno può ritenersi offeso dalle tue parole.

Per quel che può contare, io sarò sempre qua, pronto a render conto di ciò che scrivo.

sabato 27 ottobre 2007

Renato blogger e gli animi infiammati


Ho guardato con una certa curiosità alla diatriba che ha scatenato la notizia del debutto online del quadriergastolano Vallanzasca Renato, da quasi quarant’anni ospite delle patrie galere.

Senza voler entrare nel merito della discussione sviluppatasi nei commenti (da queste parti ognuno è libero di dire la propria) ci terrei a precisare perché Vallanzasca è diventato, nel corso degli anni, materia d’interesse quasi feticistico per il sottoscritto.

Se si scrive crime novel a sfondo storico, rimestando nella palta dei misteri de noantri, il tipo di cattivo a cui ci si trova davanti corrisponde a un numero molto limitato d’esemplari: il violento alla Brusca o alla Provenzano, ferino nella sua crudeltà; il violento sognatore (o idealista) – e qui, si noti bene, parlo ancora del movimento extraparlamentare, sia rosso che nero, prima del passaggio alla lotta armata -; e infine l’uomo nero. Quello che non puoi inquadrare. Perché, come nel peggior film di spionaggi di serie Z (questo erano le porcate dell’intelligence degli anni Sessanta-Settanta), il suo operato è coperto da Segreto di Stato. E qui ti tocca immaginare (così nacque Sterling).

Insomma, anche scandagliando la storia recente per costruire della fiction di qualità, il nostro paese non offre granchè. O forse è colpa solo della nostra epica, della nostra limitata capacità mitopoietica, che il male è folle e insensato ovunque, che solo gli americani (o i giapponesi) riescono a costruirci sopra mondi ammalianti.

In questo pattume, la figura di Renato Vallanzasca stravolge ogni tipo d’archetipo.

Non sto parlando né dell’uomo né del criminale, ma dell’oggetto mediatico.

Le imprese di Vallanzasca non sono molto diverse da quelle di dozzine di criminali comuni suoi coetanei.

La vita di quest’uomo, cresciuto ai margini ma nemmeno troppo, non è di certo materia da romanzo.

Ma il Vallanzasca creato dalla carta stampata, il “Bandito dagli occhi di ghiaccio”, il “Bel René”, questo sì che è interessante.

È l’immagine stessa di un’estetica grossolana e spietata che la fece da padrona per tutto il decennio: se in America avevano Bronson, noi avevamo Maurizio Merli. E proprio il caso Vallanzasca rende l’idea di come un bandito possa trasformarsi in un’icona nel giro di tre o quattro editoriali.

Renato stesso ha contribuito ad alimentare il mito. Io credo che all’epoca amasse pensare a se stesso come un divo del cinema.

Certi atteggiamenti vennero esasperati nel prosieguo della sua carriera, ma tutto e sempre in funzione di quell’immagine mediatica che i giornalisti (i pennivendoli, direbbe Renato) regalarono al grande pubblico.

Con tutti i giustificativi del caso, non si parla più della stampa tontarella dell’epoca del caso Montesi. Negli anni Settanta l’Italia era un paese moderno, con un’economia in costante crescita e una maturità editoriale invidiabile (pensate a cos’era la stampa spagnola nel 1975, all’indomani della fine del franchismo).

Eppure…

Eppure è italianissimo il gusto per l’eccessivo, lo smodato.

E’ italianissimo il gusto per il romanzo d’appendice.

Questo tipo di processo mi ha reso molto interessato alla figura di Renato. La sua carriera da divo del cinema fake. Il suo rispecchiare l’Italietta che lo volle mito (pensate alle migliaia di donne che gli spedivano missive d’amore in carcere).

E devo dire che il libro di Massimo Polidoro ha aperto orizzonti d’indagine in tal senso impensabili anche solo dieci anni fa. Su Renato esistevano, lo dissi anche qualche post fa, solo il libro di Bonini, il volumetto dell’Arceri e un capitolo nel saggio di Fasanotti e Gandus.

Poca roba. Intrigante, vero. Ma datata. Quei libri cercavano l’uomo. O magari il criminale.

E ingeneravano dibattiti simili a quello a cui abbiamo assistito su questo blog. Sì, perché se si esclude la dimensione mediatica di Vallanzasca, restano solo l’essere umano e il bandito. E se si sceglie di trovarne simpatico uno dei due ci si mette nei guai. È una palese contraddizione in termini

Renato Vallanzasca è simpatico. Lo si evince dalla sua penna.

Renato Vallanzasca è, al contempo, un assassino. Un pluriergastolano.

E trovar simpatico un ergastolano, ne converrete, è un bel problema.

Ma torniamo a Polidoro: ciò che Massimo ha fatto, nel suo splendido libro, è trascorrere un sacco di tempo in emeroteca. Ha riportato alla luce il Vallanzasca che la stampa costruì ad uso e consumo dei propri lettori.

Certo, ha parlato anche dell’uomo e delle persone che si è circondato. E pure del malfattore.

Ma credo che il recupero del Vallanzasca dei giornali sia il picco più alto dell’opera di Massimo.

Il suo studio ha ridato vigore ai miei.

Ecco perché mi sento di consigliarlo, soprattutto a coloro che hanno curiosità di conoscere la faccia tronfia e troppo truccata – da starlet – dei Settanta.

giovedì 30 agosto 2007

Moro (quasi) trent’anni dopo: la vita umana non vale un paio di braghe calate? Calate, poi…


Sono giorni di lavoro intenso per il sottoscritto. Giorni a vivere nei documenti e a spulciare carte di processi, memoriali di trent’anni fa. Ho preso a pieno ritmo a lavorare a Settanta, e uno degli argomenti che devo affrontare, volente o nolente, è l’affaire Moro.

Sul peso che la questione avrà nel mio secondo romanzo, dico poco o nulla. La data di uscita è molto in là (manca poco meno di un anno), e quello che succederà nel libro non sono (per il momento) affari vostri.

O meglio, sono ancora e solo affari miei (e del mio editor), visto che la parte è in piena fase di stesura.

Ci mancherebbe pure che mi metta a spoilerare sull’incompiuto.

Affare di tutti, credo, invece, la memoria civile.

Più rileggo i memoriali di Moro, le lettere alla famiglia, le testimonianze degli ex Br, più è forte la sensazione di dolore, di disagio.

Più mi calo nella testa di Moro, più è intensa la domanda che rimbomba in testa: PERCHE’?

Non voglio disquisire di dietrologie politiche, per quelle ci sarà tempo e luogo nelle pagine del nuovo romanzo.

Quello che mi chiedo è semplice: si poteva evitare di sparare al Presidente?

E con tutta la malafede di cui sono capace, credo che la risposta sia comunque SI’.

Se si ripescano le testimonianze della Faranda, senza cedere troppo il fianco alla suo postumo pentimento “dissociato”, viene da pensare che, anche all’interno della dirigenza della Colonna Romana, alla vigilia del 9 maggio (nonostante la durezza dei comunicati), speranza ce ne fosse ancora.

Non si discute sull’azione dei Brigatisti: la loro è storia criminale. Niente giustifica il rapimento del Presidente. Né le gambizzazioni e le azioni terroristiche precedenti. Figurarsi un omicidio.

Eppure, quello che c’era sul piatto, alla vigilia del massacro, a modesto parere del sottoscritto, era sufficiente per concludere la vicenda senza spargimento di sangue.

A sentire la Faranda (ma pure a sentire Moretti), bastava uno scambio di prigionieri per salvare la vita a un uomo. I prigionieri avevano nome e cognome: Alberto Buonoconto e Paola Besuschio.

A dispetto del muro del silenzio che fece la DC, i socialisti avevano aperto un canale per trattare coi brigatisti. Poca roba, ne sono conscio, sei o sette incontri di Pace (ex simpatizzante BR) con la Faranda e Morucci. Incontri non ufficiali che si risolsero in un nulla di fatto.

Craxi il 30 aprile parlò con il leader socialista francese Mitterand e disse: “Moro può essere salvato; si può arrivare allo scambio uno contro uno; ma a qualcuno occorre del sangue. Quello di Moro giustificherà l’emorragia”.

Uno contro uno. Una vita per una vita. Anzi: nessuna vita sprecata.

Moro, dalla prigione di via Montalcini, così scriveva al collega socialista: “Caro Craxi, poiché ho colto pur tra le notizie frammentarie che mi pervengono, una forte sensibilità umanitaria del tuo partito in questa dolorosa vicenda, sono qui a scongiurarti di continuare e anzi accentuare la tua importante iniziativa…”

Una vita per una vita, e invece…

Cosa chiedevano le BR? Legittimazione politica. E uno dei loro, condannato a otto anni e mezzo, libero.

Erano giusti i metodi delle BR? No. Erano criminali.

Era brava gente quella che chiedeva la liberazione del Presidente. Erano brava gente Craxi e i suoi? Per niente, e il Paese se ne sarebbe accorto presto.

Come non era brava gente la parte di DC che lasciò Moro crepare da solo.

Ma, in un Paese che di lì a qualche anno si sarebbe rubato persino gli spicci degli elettori (e poi ai ladri sarebbe toccato scappare con la coda tra le gambe all’estero), dove sarebbero state fatte leggi ad hoc per parare il culo a privati pieni di debiti, dove, trent’anni dopo, l’indulto avrebbe svuotato le carceri, signori, mi chiedo? La vita di un uomo (un santo? Un uomo per bene? Magari non meglio dei suoi compari, ma pur sempre un uomo) non valeva la scarcerazione di un delinquente comune?

E mi chiedo anche: di cosa aveva paura mamma DC? Se anche avesse formalmente riconosciuto le BR come forza politica, pensate davvero che di lì a poche ore si sarebbe ritrovata dieci parlamentari della stella a cinque punte fianco a fianco a Montecitorio?

Ma andiamo, questo non è un paese di verginelle e non lo era trent’anni fa.

Dove è convenuto (il mio maestro De Cataldo direbbe dove c’è stata convenienza) c’è sempre stato spazio per i riconoscimenti, le braccia aperte, gli “accomodasse”. Per poi voltar gabbana al primo intoppo.

E invece, trent’anni fa, nessuno mosse un dito per salvare una vita.

E adesso, mentre gli ex BR scrivono libri e vanno ospiti ai convegni, e fanno i documentari faccia a faccia con gli ex ministri dell’interno, qualcuno dei DC di allora (indovinate chi…) siede ancora in Parlamento.

Tutto è cambiato per rimanere uguale, nel BelPaese.

L’unica voce immutata è quella della famiglia di Moro. Di sua figlia Maria Fida.

La voce delle vittime: rotta dal pianto.

Anche quella, in Italia, è sempre uguale a se stessa.

sabato 4 agosto 2007

Mani avanti: Settanta e qualche post in meno. Vacanza?


Cari amici, cari lettori occasionali,
da oggi è molto probabile che il numero di post su questo blog diminuisca.
Vuoi che è agosto, vuoi che tra qualche giorno, tutta la sacra famiglia (gatto escluso: per Puffetta, vacanze in città) se ne volerà una settimana in Grecia, vuoi che c'è la scaletta di Settanta da stravolgere e ritoccare, vuoi che anche voi (bene o male) andrete a godervi della sana villeggiatura senza internet appresso.
A settembre si ripartirà a ritmo sostenuto, le Officine sbufferanno fumo e parole, vi terrò informati su come procedono i lavori e magari ci sarà anche un restyling del blog (ci sto lavorando con delle persone competenti. Rimarrete sorpresi!)
Per ora, quindi, buone ferie (a chi le fa) o buon quel che vi pare in città (avviso per chi non parte: Le Trottoir, a Milano, è aperto tutto agosto, quindici compreso. Per chi ama folleggiare...).
Da questo momento (più o meno, poi magari il posticino ci scappa lo stesso...), silenzio radio.
Arrivederci a settembre.
Se proprio non potete fare a meno del sottoscritto e avete comunciazioni urgenti, la mail è sempre la stessa: simonesarasso@tiscali.it

giovedì 2 agosto 2007

Bologna


Succedeva adesso.
Ventisette anni fa. Qualcosa sventrava la stazione di Bologna e cambiava il Paese, per sempre.
Qualcuno, come undici anni prima in Piazza Fontana, aveva deciso che il sangue innocente è meglio di ogni propaganda politica.
Vale più dell'oro.
Il 1980 crolla addosso alla gente, a ricordare che il decennio del terrore non è finito.
Prima Ustica, poi questo.
Il governo a Cinque stringe i denti per sorreggere un Paese che affonda nel sangue.
Dopo ventisette anni, ancora una volta, nessuno è colpevole. Qualcuno è in galera e si dice innocente.
Dopo ventisette anni, ancora a discutere se fosse strage fascista o meno.
Dopo ventisette anni, sull'asfalto restano solo un orologio fermo per sempre alle 10.25 e i nomi dei morti:
  • Antonella Ceci, anni 19
  • Angela Marino, anni 23
  • Leo Luca Marino, anni 24
  • Domenica Marino, anni 26
  • Errica Frigerio In Diomede Fresa, anni 57
  • Vito Diomede Fresa, anni 62
  • Cesare Francesco Diomede Fresa, anni 14
  • Anna Maria Bosio In Mauri, anni 28
  • Carlo Mauri, anni 32
  • Luca Mauri, anni 6
  • Eckhardt Mader, anni 14
  • Margret Rohrs In Mader, anni 39
  • Kai Mader, anni 8
  • Sonia Burri, anni 7
  • Patrizia Messineo, anni 18
  • Silvana Serravalli In Barbera, anni 34
  • Manuela Gallon, anni 11
  • Natalia Agostini In Gallon, anni 40
  • Marina Antonella Trolese, anni 16
  • Anna Maria Salvagnini In Trolese, anni 51
  • Roberto De Marchi, anni 21
  • Elisabetta Manea Ved. De Marchi, anni 60
  • Eleonora Geraci In Vaccaro, anni 46
  • Vittorio Vaccaro, anni 24
  • Velia Carli In Lauro, anni 50
  • Salvatore Lauro, anni 57
  • Paolo Zecchi, anni 23
  • Viviana Bugamelli In Zecchi, anni 23
  • Catherine Helen Mitchell, anni 22
  • John Andrew Kolpinski, anni 22
  • Angela Fresu, anni 3
  • Maria Fresu, anni 24
  • Loredana Molina In Sacrati, anni 44
  • Angelica Tarsi, anni 72
  • Katia Bertasi, anni 34
  • Mirella Fornasari, anni 36
  • Euridia Bergianti, anni 49
  • Nilla Natali, anni 25
  • Franca Dall'olio, anni 20
  • Rita Verde, anni 23
  • Flavia Casadei, anni 18
  • Giuseppe Patruno, anni 18
  • Rossella Marceddu, anni 19
  • Davide Caprioli, anni 20
  • Vito Ales, anni 20
  • Iwao Sekiguchi, anni 20
  • Brigitte Drouhard, anni 21
  • Roberto Procelli, anni 21
  • Mauro Alganon, anni 22
  • Maria Angela Marangon, anni 22
  • Verdiana Bivona, anni 22
  • Francesco Gomez Martinez, anni 23
  • Mauro Di Vittorio, anni 24
  • Sergio Secci, anni 24
  • Roberto Gaiola, anni 25
  • Angelo Priore, anni 26
  • Onofrio Zappala', anni 27
  • Pio Carmine Remollino, anni 31
  • Gaetano Roda, anni 31
  • Antonino Di Paola, anni 32
  • Mirco Castellaro, anni 33
  • Nazzareno Basso, anni 33
  • Vincenzo Petteni, anni 34
  • Salvatore Seminara, anni 34
  • Carla Gozzi, anni 36
  • Umberto Lugli, anni 38
  • Fausto Venturi, anni 38
  • Argeo Bonora, anni 42
  • Francesco Betti, anni 44
  • Mario Sica, anni 44
  • Pier Francesco Laurenti, anni 44
  • Paolino Bianchi, anni 50
  • Vincenzina Sala In Zanetti, anni 50
  • Berta Ebner, anni 50
  • Vincenzo Lanconelli, anni 51
  • Lina Ferretti In Mannocci, anni 53
  • Romeo Ruozi, anni 54
  • Amorveno Marzagalli, anni 54
  • Antonio Francesco Lascala, anni 56
  • Rosina Barbaro In Montani, anni 58
  • Irene Breton In Boudouban, anni 61
  • Pietro Galassi, anni 66
  • Lidia Olla In Cardillo, anni 67
  • Maria Idria Avati, anni 80
  • Antonio Montanari, anni 86

mercoledì 1 agosto 2007

Bologna choc: ventisette anni dopo


Cliccate qui, fate la cortesia.
Cliccate qui adesso, per non dimenticarvi, domani, di puntare il videoregistratore.
Domani, 2 agosto, ventisettesimo anniversario della strage di Bologna, alle 10.25 (ora in cui la bomba esplose, ventisette anni fa) su History Channel andrà in onda il documentario di Enzo Cicco e Giorgio Lolli su quel giorno orribile.
Più che di documentario sarebbe più corretto parlare di documento, dal momento che Cicco e Lolli, nemmeno ventenni, quel giorno si fecero strada tra la polvere, il sangue e le macerie per dare una mano.
E, più o meno consapevolmente, con le loro videocamere fecero testimonianza. Immortalarono storia e tragedia.
Non dimenticatevi, domani, di Bologna.
E tenete gli occhi aperti sullo schermo finchè ci riuscite, chè immagini come queste valgono più delle mille parole degli scribacchini come il sottoscritto.