DA DOVE VENGO IO - CENT'ANNI vol.1

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giovedì 9 ottobre 2008

Amici, lettori, compatrioti...


...post brevissimo per chiedere scusa a coloro che non hanno ricevuto risposta alcuna alle mail inviate in questi giorni.
E' un periodo che definire di fuoco sarebbe un puro eufemismo: il lavoro "top secret" mi sta assorbendo come pochi e non ho nemmeno il proverbiale minuto libero che occuparmi della normale corrispondenza.
Vi chiedo, pertanto, di avere PAZIENZA.
Un mesetto ancora, e dovrei essere fuori dal tunnel.
A novembre inoltrato, promessa solenne, riprenderò le fila di tutti i discorsi lasciati in sospeso con amici, lettori e colleghi.
Se vi può consolare, sappiate che, come sempre, qui si lavora per voi.
Se tutto andrà come si deve, l'anno prossimo inizerà col botto.
Come dicono quelli che conscono gli idiomi,
Thanks for your patience...

giovedì 12 giugno 2008

Tu chiamale, se vuoi, emozioni...

Perdonate le smancerie. Sapete che non sono il tipo, ma questa volta credo che sia importante condividere con voi due momenti particolarmente toccanti, avvenuti negli ultimi giorni.
Dopotutto, in un blog, ci si fa gli affari di chi il blog lo manda avanti.
E stavolta sono affari sdolcinati.
La prima delle due emozioni di battistiana memoria (il titolo suggerisce, noi si segue a ruota) l'ho provata ieri sera in quel di Galliate.
Sarà stato il luogo (la presentazione di Confine si è tenuta nel Castello, sede della Biblioteca Comunale), sarà stato il calore della gente, saranno state le belle parole di Gianluca Mercadante, caro amico venuto apposta da quel di Vercelli per introdurmi...
Fatto sta che a fine serata ero pervaso da un senso di pace e soddisfazione (e probabilmente - non fosse per la zazzera ribelle sarei stato perfetto - avevo persino un aspetto vagamente buddhesco. Controllerò nelle foto che non ho ancora visionato).
Credo che tutti abbiano percepito la magia, quella particolare alchimia che a volte si crea e altre no.
Per farvi capire meglio, vi dirò che persino Sterling è uscito bene dalla serata. Una signora più sui sessanta che sui cinquanta ha acquistato il libro e prima di andarsene mi ha sussurato all'orecchio la pena (del tutto preventiva, immagino, non avendo ancora letto una riga) per il passato manicomiale del mio lercio protagonista.
Per farvela breve, a prefect night in Galliate.
E questa è la cosa più recente.
Alcuni giorni fa, però, me n'è capitata un'altra.
Una di quelle che la lacrimuccia a momenti ci scappa sul serio.
E ho avuto bisogno di un momento per interiorizzarla e poterne parlare con la consueta leggerezza.
Antefatto: quest'anno i miei bimbi della scuola dell'infanzia si "diplomano". Terminato il ciclo triennale, l'anno venturo frequenteranno la primaria (quella che ai miei tempi era la prima elementare).
Il fatto: per festeggiare l'evento c'è stata una mega festa in cui i bambini hanno cantato indossando cappelletti di carta realizzati a mano dal sottoscritto (42 bambini, un sacco di cappelletti...)
Al termine dell'evento, le famiglie dei bambini mi hanno regalato una stupenda stilografica d'altri tempi (qui il link alla ditta che produce questi oggetti straordinari) accompagnando il pacco dono con questo struggente bigliettino.
Ditemi voi se non è roba a rischio commozione.
Bom, dovevo dirvelo e ve l'ho detto.
Da domani si torna a parlare di morti ammazzati...;-)

martedì 15 aprile 2008

Bentornati a Berlusconia...

E così quel signore basso basso è di nuovo sul trono.
Che paese meraviglioso l'Italia, dove anche i nullatenenti sognano di essere facoltosi e coi capelli finti...
Poi c'è la novità, l'Umberto, che non sta tanto bene ma che ce l'ha sempre duro. E pare che a 'sto giro, da 4,5 che era, sia cresciuto: 8 e qualcosa (Maroni, eterno ottimista, grida ai quattro venti 8.8. Quasi 9).
Povero Fausto, fuori dai giochi. Falce e martello son buoni solo più per le t-shirt...
E povero Uolter, che comunque, strigni strigni, qualcosa di buono l'ha fatto: grazie a lui e alla scelta di correre da solo, dopo quattordici anni è finalmente iniziata la Seconda Repubblica. Quattro partiti alla Camera e quattro al Senato.
Vi lascio con un paio di domande:
1) Che succederà adesso? Quel signore non tanto alto userà come sempre la stampa per ingigantire i progressi del suo lavoro? Mi viene in mente una battuta della sbarazzina moglie di Totti che secondo me calza a pennello anche al fintosteronico programma del Cavaliere (che promette di levare tutto, dall'ICI al bollo auto):
Se Francesco ( - ma metteteci pure Silvio, al suo posto) scureggia, i giornalisti dicono che ha cacato...
2) A chi mi diceva di fare previsioni fuori scala nel mio UWS, rispondo con un semplice quesito matematico: 2008+5 quanto fa?
Non ero poi così distante dal reale a immaginarmi lo Psiconano e la sua cricca ancora al potere rea un lustro.
C'è da augurarsi che le cose vadano proprio come le descrivo in UWS (sto parlando della vittoria delle sinistre alla prossima tornata elettorale, non del colpo di Stato... Malpensanti!).
Io, per non saper né leggere né scrivere, avviso Sterling comunque...


sabato 1 marzo 2008

Dai e dai, vedi che lo colmiamo 'sto gap di comunicazione...

Per anni ho pensato che quel signore basso basso comunicasse meglio di noi.
Che avesse un sacco di difetti, ma non certo quello della comunicazione.
Lui, per esempio, quando era ora di votare, il suo nome lo scriveva grande grande sul simbolo.
Noi ci presentavamo con cinque figurine (l'ulivo, l'asinello, la falcettina, il martelletto, ecc...) e nemmeno su una c'era scritto Prodi.
Lui che aveva i cartelloni del Presidente Operaio (che saran stati pure sopra le righe - a dirla tutta una gran cagata - , ma ce li ricordiamo tutti, ad anni di distanza...), noi i manifesti stile corazzata Potemkin.
Mi sa che è finita un'era. E col buon Walter ne inizia un'altra (almeno in tema di comunicazione).
Guardate un po' qua se 'sto video non va al punto...
Confesso che a me e alla mia signora, a momenti, ci scappa la lacrimuccia.

giovedì 7 febbraio 2008

Bologna, Israele, Genova (ma solo di passaggio) e la Milano dei Settanta


Titolo da inserto culturale della domenica, per tentare di comprimere in un pezzo solo le miriadi di cose che devo raccontarvi. Approfitto del bel sole e della febbre finalmente scesa a 37.5, dopo l'azione rullocompressoria di orde di antibiotici per mettere in fila notizie e segnalazioni.
Andiamo con ordine:

1) Ve l'avevo già accennato tempo fa, ma ve lo confermo: se la febbre non risale e tutto si porta come si deve, sabato 9 febbraio, alle 18.30, sarò da Modo InfoShop a Bologna a presentare il mio CONFINE DI STATO. Insieme a me, l'amico fraterno Jadel Andreetto di KAI ZEN. Assente (giustificato) il Magister Evangelisti, in partenza per Puerto Escondido proprio sabato.

2) Su NAZIONE INDIANA (ma non solo: anche su LIPPERATURA, IL PRIMO AMORE e molti altri blog) c'è un appello di Raul Montanari, già firmato da decine di intellettuali e semplici websurfer, tra cui il sottoscritto, di solidarietà nei confronti degli organizzatori della Fiera del Libro di Torino, maltrattati da settimane per aver deciso di ospitare Israele alla prossimo Salone.
Il valore della cultura ebraica è noto. Meno noto invece, fino a che non è scoppiata la polemica, il pessimo gusto di certi Soloni di casa nostra. Qui un esempio. Ma sul sito de La Stampa, se inserite ISRAELE come chiave di ricerca tra i pezzi dell'ultima settimana, ne troverete molti altri.
Firmate, se vi va, l'appello di Montanari. Basta aderire con un commento.
Oppure non firmatelo. Ma trovatevi, vi prego, delle ragioni migliori di quelle di Vattimo. Le sue deve averle acquistate in saldo a fine gennaio.

3) Il mio amico Matteo Zampini, storico editorialista della LibraryZone di Castlerock.it ha appena deciso di "mettersi in proprio". Del mutamento di Castlerock avevamo già parlato in un post di qualche tempo fa. In attesa che lo storico sito evolva, andate a dare un'occhiata al blog di Matteo (leggendoscrivendo.splinder.com): dalle sue parti si parla SOLO di libri. Niente notizie sullo stato di salute del conducente del weblog, niente resoconti delle ferie. ...;-)
Cultura dura: molto fico.

4) Un altro mio amico, il genovese (trapiantato, suo malgrado, a Milano) Ettore Maggi (ecco la ragione del fugace accenno genovese nel titolo) tempo fa mi intervistò per M - LA RIVISTA DEL MISTERO. Non so se quell'intervista sia già uscita su M (avete notato che da un po' di tempo non sono frtissimo con la rassegna stampa? Dev'essere la vecchiaia...). Di sicuro, la potete leggere sul sito MUSICAOS, qui. Enjoy...

5) (e giuro che chiudo...) In questi giorni di forzata permanenza a casa, nei rari momenti di lucidità, ho scritto qualche pagina di Settanta (per i più fetish: sappiate che ho all'incirca una cnquantina di pagine di word pronte. La strada è ancora lunga...). Il lavoro che sto facendo con il linguaggio è davvero gustosissimo. Il romanzo, lo vedrete, sarà un autentico giro d'Italia per quel che riguarda il parlato. Al momento sto facendo tappa a Milano. Nella Milano di Turatello e Vallanzasca. Dove il gergo della vecchia Mala andava scomparendo, ma il dialetto restava ancora la lingua madre della new wave criminale.
Io coi dialetto me la cavo. Non ho problemi da Saint Vincent a Reggio Calabria. Mia moglie dice che ci sono portato. Per come la vedo io, basta avere orecchio. E studiare (o chiedere) quando non si sa.
Da giorni cerco un dizionario della Mala Milanese. Chiederei a Colaprico (comprate, vi prego, lo splendido LA TRILOGIA DELLA CITTA' DI M, che gli valse lo Scerbanenco qualche anno fa), ma non ho grandissima confidenza.
Qualcuno di voi ha idea di dove possa procurarmi un libro del genere.
Mi basta un titolo, o una web source (questo sarebbe un sogno).
Avete voglia di darmi una mano?

martedì 23 ottobre 2007

Quasi mi scordavo: oggi compio 29 anni


Non sono trenta e non sono più ventotto. A momenti mi scordavo.
Capita sempre così: nella settimana del mio compleanno cerco disperatamente di ricordarmi il giorno e poi BAM! Mi passa di mente.
Meno male che ci hanno pensato mia moglie e mia madre a farmi fare mente locale (sms, telefonate, "come stai?"; "un po' più vecchio, vagamente febbrile. Non male, insomma.").
E poi è arrivato anche il regalo. Molto gradito perchè inaspettato.
Ho scoperto navigando alla cieca di essere finalista al Premio De Lollis. Have a look, please.
Dicevo della sorpresa: enorme, dal momento che non sapevo nemmeno di concorrere.
E' meraviglioso!
Tanti auguri a me...

lunedì 22 ottobre 2007

Blog in pausa: il conducente ha la febbre


Giusto ieri parlavo con un amico conosciuto su anobii di questo blog.
Mario (così si chiama l'amico) si complimentava dicendomi che Confinedistato.com non è il solito spazio autoriale (sostitutivo dello psicanalista) ove maestri della penna descrivono per filo e per segno le proprie entusiasmanti esistenze bohémien.
Io gongolavo e rispondevo all'apice della saggezza: "onestamente, credo che ai miei lettori interessi di più della nuova legge truffa sull'editoria che della mia temperatura corporea".
Non sono passate nemmeno ventiquattrore da quando ho scritto questa mail.
E di cosa parla il primo post che scrivo da giorni?
Indovinato (non che il titolo fosse così criptico): ho la febbre, mannaggia la pupazza!
A dire il vero ce l'ho da venerdì, anche se ho tentato d'ignorarla bombandomi di BRUFEN.
Ma stamane era lì pronta ad attendermi.
Febbre, naso chiuso, catarro, voce da bambina dell'Esorcista...
Voi direte: "Ecchissene?"
Sacrosanto.
E io non voglio nemmeno tirare in ballo precedenti illustri di pezzi simili (la Bignardi, l'anno scorso, nel periodo del Salone).
Questo post giusto per dirvi che potrebbe capitare di sentirsi un po' meno nei prossimi giorni.
In tutta questa faccenda c'è di buono che, mal testa permettendo, stando a letto tutto il giorno potrò sorbirmi una quantità mai vista di serie TV, film e libri che il lavoro frenetico di questi giorni mi ha fatto trascurare.
E renderne conto per voi appena sopraggiunta guarigione.
Già nel week end mi sono dato un po' da fare: Ocean's 13, Spiderman III, 300, Dexter e i primi quattro episodi della seconda serie di Heroes.
Questa cosa che continuo a nominare Heroes e non ne scrivo mai si appresta a diventare una barzelletta.
Ora prendo pubblicamente l'impegno: non appena la serie italiana finisce, faccio un pezzo come si deve (ho già il titolo pronto, ma non spiffero nulla, nemmeno sotto tortura).
Statemi bene (almeno voi).

venerdì 19 ottobre 2007

La "longa manus" dell'authority (i blog e la burocrazia parte due)


Non so perchè, ma quando i commenti sono così ben scritti, mi sembra riduttivo rispondere in quattro righe.
Per cui ci faccio un post.
Antonella e Okappa dipingono due scenari completamente diversi sulla proposta di legge che potrebbe rivoluzionare il mondo editoriale. La notizia stmane era in prima pagina su Repubblica.it, al momento è slittata parecchio in fondo.
Antonella sostanzialmente vede la questione come l'ennesima decisone presa da chi comanda senza interpellare l'utente finale. In stile governo despota o terribile golosissima multinazionale.
Okappa ribatte che, nonostante la grancassa che la notizia ha generato per la rete, la proposta di legge deve ancora passare indenne attraverso il Parlamento per entrare in vigore.
E che comunque i blog non vedrebbero lesa la loro indipendenza anche in caso di repentina entrata in vigore del provvedimento.
Siccome la proposta è visionabile da chiunque (qui), mi sono preso la briga di analizzarla un po' più attentamente.
Le contraddizioni appaiono sin dai primi paragrafi:
dapprima si dice che prodotti audio e video sono esclusi dalla presente normativa (in quanto non prodotti editoriali). Trenta righe dopo ci si corregge. Si dice che gli audiovisivi sono prodotti editoriali "integrativi o collaterali" se escono in bundle con un prodotto editoriale.
A questi prodotti si applicano le modificazioni di normativa.
Cioè, non ti sbagliare a fare uscire un cofanetto LIBRO + DVD e promuoverlo con mezzi alternativi (vedi: Lulu.com), se no sono mazzate.
Mazzate nel senso che ti tocca compilar scartoffie, pagare un botto di tasse in più rispetto a quelle che si pagavano sino ad ora (e che rendevano lulu.com competitivo per quanto riguarda il selling al dettaglio, il print on demand.)
Inquietante è (ma che ci si indigna a fare? In questo Paese pare la prassi...) che nella riforma poco o nulla cambi per i finanziamenti pubblici ai giornali, specie quelli politicamente schierati:

Art 17 1. Sono concessi contributi diretti a favore di: (...) b) imprese editrici di quotidiani e periodici, anche su internet, che siano riconosciuti come propria espressione, anche per esplicita menzione riportata in testata, da forze politiche che, nell’anno di riferimento dei contributi, abbiano il proprio gruppo parlamentare in una delle Camere o almeno due rappresentanti eletti nelle proprie liste al Parlamento europeo.
Quindi, vediamo se ho capito bene:
se produco in proprio la mia cosa Audio Video o magari anche solo sulla cara vecchia carta stampata e lo vendo tramite internet divento automaticamente CASA EDITRICE e sono soggetto a tasse e burocrazia (ma soprattutto a tasse). Se lo produco con lulu.com il soggetto a tasse è lulu.com, che se la legge passa finirà per alzare i prezzi.
Se invece domattina mi sveglio e fondo una fanzine hard-core del PD, tra un annetto mi rimborsano fino al 60% (sic, andatevelo a vedere) di quello che ho speso per farla (chi controlla quanto ho speso? Lo dichiaro insieme ai reditti. Ottimo escamotage per non pagar le tasse su altri redditi cumulabili).
Se invece la pubblicazione la faccio a sfondo parafascista o veteroducesca, ci schiaffo su il logo di AN o della Mussolini e presento regolare domanda, i soldi me li cacciano subito, perchè i gruppi politici in questione hanno un rappresentante in Parlamento fin d'ora.

Dite che faccio male a sgobbare su UNITE WE STAND (a breve ne saprete di più, promesso)? A saperlo mi fondavo Il Giornale del Berlusca in Rete e dormivo lieto come un pascià.
Se avete tempo (e voglia, è un po' noiosa), spulciatela la legge, ci sono un sacco di sorpresine...

Tempi duri per i blogger: burocrazia in arrivo...


Se passa questa legge finisce che ci tocca riempire un sacco di cartaccia. E alla minima parola fuori posto saran dolori...
Cosa ancora più inquietante è l'estensione del concetto editoriale. Quasi si stesse prefigurando una reazione preventiva a rivoluzioni editoriali come quella di Lulu.
Magari sono troppo cospirazionista io...
Ad ogni modo, val la pena starci attenti.

martedì 16 ottobre 2007

Democrazia o pallone? Cul de sac...

Io che di pallone so poco o nulla e che di politica avrei preferito parlare solo attraverso le pagine dei miei romanzi, ho finito per infilarmi in un discreto cul de sac.
Però, direbbe il saggio, "fijo mio bbello, se te le vai a cercà..."
Come dargli torto?
Partiamo dal pallone, così diamo subito saggia prova della mia incompetenza. Di mio sono granata da che mi ricordo, anche se in famiglia del calcio fregava poco o nulla a nessuno.
A parte mio nonno, che era juventino. E siccome mio nonno (il barbiere, lo stesso che mi ha insegnato le canzoni di Buscaglione. Chi si chiedesse di che parlo è pregato di dare un'occhiata al mio TURKEMAR. Che è gratis e in copyleft...) mi era molto ma molto simpatico, non sono cresciuto nella naturale dicotomia da derby.
Se vinceva la Juve ero felice perchè era felice il nonno.
Se vinceva il Toro saltavo di gioia e il nonno che doveva fare? Tenermi il muso? Finiva che, pure col fegato in subbuglio, un mezzo sorriso me lo regalava lo stesso. Dunque, pari e patta.
Per chiudere il quadretto schizofrenico nel quale si è formata la mia coscienza calcistica, mio padre a metà dell'infanzia ebbe la bella idea di regalarmi la maglia del Milan (scusa ufficiale: sulle bancarelle della fiera non c'era altro. Era arrivato troppo tardi).
Il Milan di allora era quello di Gullit e Van Basten, che con tutta la faziosità possibile era dura non entusiasmarsi se avevi dieci anni e a pallone ci giocavi tutti i giorni in cortile.
Oltre tutto, a essere sinceri, a calcio ero anche una discreta pippa, dunque quella maglia rossonera (rigorosamente in flanella. All'epoca i materiali dell'abbigliamento per bimbi eran quel che erano) era l'unico deterrente per avermi in squadra durante i sorteggi nei lunghi pomeriggi estivi.
Vedete ben voi che razza d'inguacchio.
Finita l'epoca del pallone e degli amichetti maschi, sopraggiunta l'età in cui il calcio era diventato un sport el'altra metà del cielo irrompeva brutale nelle nostre vite, il passatempo nazionale sparì per un bel pezzo dalla mia esistenza.
A parte le parentesi mondiali (lì anche la parte più snob del sottoscritto lascia spazio all'hooligan che c'è in me), non ho mai trascorso domeniche o mercoledì di fronte al televisore o allo stadio.
Quando ho iniziato a fare il mestiere che faccio, però, l'interesse per il calcio (specie quello vintage) ha invaso il mio campo di studi. Non si può pretendere di occuparsi della storia di questo paese prescindendo dalla più italiana delle passioni. Molto ho letto sul grande Toro e sulla Juve di Platini e soci. Ho rimescolato i miei primi ricordi alle immagini di repertorio dell'82, mi sono emozionato quando Facchetti se n'è andato, l'anno scorso: la sua carriera l'ho ripercorsa nei libri e tra i racconti della gente, mentre mi documentavo su Confine.
A tutt'oggi non sento l'esigenza di guardare una partita in tv, ma se mi capita per le mani un libro come LA FARFALLA GRANATA di Dalla Chiesa, è facile che lo divori in mezza giornata.
Amo troppo la storia d'Italia, e il pallone ne è parte integrante.
Discorso diverso per la politica.
Mai avuto in tasca tessere (a parte quella della CGIL. Orgoglioso tesserato da anni).
Mai sognato di votare a destra.
Vuoi per colpa della famiglia (nonno, sempre lui, partigiano e comunista. L'altro nonno socialista della prima ora. Grazie a Dio se ne andò nell'83 e non gli toccò assistere allo scempio di Bettino), vuoi per le passioni e le frequentazioni giovanili (le ragazze in gonna e tacchi alti, vai a sapere perchè, non mi son mai piaciute. E se tampini quelle con i jeans strappati, la kefiah e le camicie a quadri - flanella che ritorna prepotente in ogni fase cruciale della mia vita - prima o poi, come insegna Eco, finisci in un Kollettivo).
Per chi è della mia generazione la nascita di Forza Italia segnò il discrimine tra l'essere di sinistra e il non esserlo.
Il partito del Berlusca ci piombò addosso in un pomeriggio piovoso del '94. Seconda liceo: terra di nessuno. L'età in cui ti fai crescere i capelli e smetti di vestirti come piace a mammà.
L'età in cui le tue compagne di classe se la fanno già con quelli più grandi, e quelli più grandi sono solo di due tipi: fighetti o alternativi.
Sorrido alla vacuità delle distinzioni quindici anni dopo, e mi chiedo che mondo aspettarà i bimbi dell'asilo dove insegno, che di anni ne hanno cinque.
Ad ogni modo, a quei tempi là, la discesa in campo di quel signore basso basso spiegò a noi tutti cosa non volevamo essere. E fu diecimila volte più efficace dei discorsi dei padri e dei nonni sui fascisti.
E' quasi ridicolo dirlo, ma il discrimine iniziale fu estetico.
Quelli a modino che cercavano le bamboline senza cervello di là. E noi scafazzoni con Siddartha sotto braccio (per inciso, una palla mostruosa, ma se non lo leggevi avevi scarsissime possibilità di limonare) di qua.
A sinistra.
Penso all'ingenuità d'allora e sono sempre più convinto di quel che dissi riguardo al voto ai sedicenni: val la pena di aspettare un paio d'anni.
Ad ogni modo, partì tutto da lì. Marx e il commercio equo e solidale vennero dopo. Vennero dopo la riscoperta del mito partigiano e la condivisione dell'identià culturale. Arrivarono le scuole di partito per alcuni e i ripensamenti per altri (un vecchio compagno di allora rischiò di farsi prete e adesso è finito per fare il dirigente di cooperativa. Un altro dei Duri e Puri di allora sgobba sedici ore al giorno per una multinazionale giapponese e vota ancora Rifondazione).
Io, da allora, sono cambiato parecchio. Ma due cose sono rimaste intatte:
- Salvo Alzheimer o altre patologie psichiche non voterò mai a destra
- Da allora sogno una grande Sinistra unita.
Ho aspettato tanto, e come dite voi magari anche questa volta si tratterà dell'ennesima bufala dei furbetti del quartierino. Ma credo che valga la pena crederci.
Io credo in questa nuova formazione politica, confido nella sua serietà, ho fiducia nelle migliaia di giovani che fanno prte del movimento.
Dice: "Che, te sei tesserato?"
No, e non è mia intenzione nell'immediato futuro. Ma sono molto orgoglioso della realtà che sta nascendo.
Detto questo, chiusa la parentesi PD.
Nei prossimi post tornerò ad occuparmi di pop culture e forme di entartainment alternativo.
Mica per mancanza di schiettezza, ci mancherebbe.
E' che credo di aver molte più cose da dire sui serial americani che su Veltroni.
Qualche piccola preview: si parlerà di United We Stand, di Heroes e di serialità da American comics.
Graziea tutti voi per il calore che ha aceso questa discussione.

lunedì 15 ottobre 2007

Entusiasmi democratici e delusioni sportive


Ho visto con piacere che il mio entusiasmo per il nascente PD è stato variamente discusso nei vostri commenti. Ne sono nati spunti gustosi, tanto che secondo me val la pena scrivere qualche riga in più di un semplice commentino di risposta.
Barbara si chiede se sia davvero possibile la conciliazione di identità storiche così diverse (la Margherita e i DS) e Marco, un po' a malincuore, paragona il diffuso sentimento di delusione nei confronti della politica a quello che ha attanagliato centinaia di tifosi (calcistici ma non solo) all'esplodere di scandalacci quali Calciopoli o quello relativo al doping.
Lungi da me fare propaganda "democratica". Ci sono luoghi più indicati e persone molto più adatte (nel bene o nel male) del sottoscritto. Ma visto che se ne parla, tanto vale rendere ragione del mio spregiudicato entusiasmo delle ultime ore.
In un paese in cui Grillo ha svelato le oscenità del Palazzo senza pudori, in un paese dove La Casta ha venduto (e meno male) un milione di copie, appassionarsi alla politica, credere in una sua rinascita improvvisa è quanto meno ostico.
Ma si guardi, per cortesia, che c'è scritto sulla prima pagina del libro di Rizzo e Stella:

A Leone e Sofia,
nella speranza che crescano appassionandosi alla politica.
Diversa, però.


Il Walterone Nazionale non ha vent'anni e nemmeno trenta, questo è certo.
Non li ha nemmeno Letta.
Su Gawronski ed Adinolfi non aprirei bocca.
Il nuovo segretario del partito democratico non è un volto nuovo. Milita da anni ed è cresciuto nella scuola del PCI. Anche con tutto l'entusiasmo possibile nei confronti del suo lavoro di amministratore della Capitale, non si può scorgere in lui il segno del rinnovamento.
Ne convengo.
Dimentichiamoci però per un attimo del vertice e diamo un occhio alla base.
Anni fa (quasi quindici, ormai), quando il carrozzone del Cavaliere muoveva i primi passi nel mondo politico, si aprì un ventaglio inconsueto di opportunità per i giovani che volevano fare la propria parte.
Dai consiglieri provinciali, ai responsabili di quartiere, su su fino alle cariche dirigenziali, nel neonato partito del Berlusca confluì una generosa fetta della nuova classe politica.
E nelle vecchie sedi del PDS che si faceva? Si lavorarava ancora alla maniera di Togliatti. Strutture fortemente gerarchizzate, vecchie carampane che a forza di stare all'opposizione parevano averci preso gusto, al punto da essere incapaci di governare persino le amministrazioni locali per piùdi un semestre.
Ragazzi e ragazze volenterosi (e, ahimè è il caso di dirlo, un po' ciucci) nelle fila di Forza Italia hanno imparato a far politica, a lavorare insieme per un fine comune.
Peccato che il fine fosse quel che era (cercare di tenere quel signore basso basso il più a lungo possibile fuori di galera) e che nel giro di un quinquennio le dirigenze fossero blindate, conservate per i riciclati della DC, per i piessini, per qualche vecchio fascista allo sbando in cerca di casa.
D'altro canto, nella Casa Rossa cosa si faceva durante le transizioni da PCI a PDS e da PDS a DS?
Gran bei comizi e grossi lacrimoni ogni volta che l'ottimo Fassino piangeva per un addio ("Questa è l'ultima volta che parlo da un palco del PCI..."; "Questa è l'ultima volta che parlo da un palco del PDS..." e via discorrendo, come disegnava Vauro qualche giorno fa), ma di fatto non si è mai rinnovata la struttura. Le gerarchie e la scuola del Partito sono rimaste la stesse da quando Baffone era ancora vivo.
Qualcosa di nuovo sembrò affacciarsi con la Margherita, ma molti come il sottoscritto si sentirono troppo a sinistra per votare il neonato partito del mascellone Rutelli.
Sempre per parlare di come stavano le cose alla base, nemmeno a casa del bellissimo sindaco di Roma c'erno le possibilità che aveva offerto Forza Italia ai tempi della propria assemblea costituente. Un po' più dispazio per le donne, questo va riconosciuto, ma quelle giovani (leggi: sui trenta e magari un po' più vecchierelle) - didascalicamente - al massimo venivano inquadrate nei comitati giovanili (leggi: nessun potere, nemmeno a livello cittadino). Quelle un po' più in là con gli anni, bene che gli andasse, facevano i gregari.
Adesso, finalmente, qualcosa è cambiato.
A suo tempo mi ero arrabbiato sulla blindatura delle liste elettorali da parte di un partito che ha, tra gli obiettivi della propria costituente, la riforma della legge elettorale. Che senso ha andare a fare le primarie col vecchio sistema elettorale se siam qui per cambiarlo? Bell'esempio che diamo.
Poi, venerdì sera, Luciano Violante mi ha svelato l'arcano.
Non è che l'abbia svelato proprio a me. L'ha spiegato alle trenta persone che si erano radunate al Conservatorio di Novara per sentirlo. E tra quei trenta fortunati c'era anche il vostro Sarassone.
Senza troppi giri di parole, se si uniscono le liste blindate (ossia, senza la possibilità di esprimere preferenza diretta per il candidato) alla legge sulle pari opportunità (accolta alla lettera dalla costituente del nuovo PD), si ha la possibilità (rivoluzionaria sino ad ora) di costruire la neonata dirigenza di un partito con il 50% garantito di presenze femminili.
Se le liste non fossero state bloccate, diceva Violante, indovinate un po' chi sarebbe stato spinto in avanti? I soliti maschietti.
Perchè non è che in Parlamento non ci sia posto per le signore. Ma il punto è che per far entrare una signora bisogna cacciare un uomo. E già lo sai come vanno a finire queste cose.
Già solo con questa miglioria si sorpassano vetusti comportamenti da scuola di partito marxista-leninista.
Se ci aggiungete le quote riservate ai giovani, vi renderete conto in fretta di quanta gente tra i venticinque e i trentacinque entri a far parte del direttivo del nascente PD.
E le dirigenze, signori, saranno votate, mica caleranno dall'alto come accadde per la setta del Berlusca (o come capitava già solo per il vecchio PCI).
Quindi ci sarà la possibilità non così remota di vedere, nel giro di un quinquennio, la Sinistra italiana completamente rivoluzionata.
Roba come questa (mica solo il bel faccione di Walter) mi scalda il cuore.
Così come me lo scaldano i ragazzini della Sanmartinese Calcio (squadretta di quartiere dei dintorni di casa mia) o la primavera del Toro (Marco, hai a che fare con un vecchio granata, I'm really sorry).
Quanti di loro arriveranno in serie A?
Quanti di loro si perderanno per strada?
Quanti di loro si faranno rovinare dal marciume del mondo corrotto dello sport più venduto del mondo?
Non ne ho idea. Ma so che molti di loro continueranno a giocare con passione, talento e metodo finchè le ginocchia li terranno in piedi. E questo mi basta.
Se poi capitasse di vederne qualcuno in Nazionale (o in Parlamento) , allora vorrà dire che il mio entusiasmo era speso bene.

domenica 14 ottobre 2007

Tre milioni e fischia di elettori: mica cotica...


Torno adesso dalla sede novarese dei DS (anzi, ex sede dei DS e da stanotte nuova sede del Parito Democratico) e devo dire di aver provato emozioni d'altri tempi. Focacce e spumantini, ma soprattutto sorrisi, sorrisi, sorrisi.
A mia memoria, che la politica l'ho sempre vissuta di riflesso e per vie traverse, era dai tempi dell'elezione del primo sindaco non di destra (da che fossi al mondo) nella mia città natale (Vercelli) che non provavo niente del genere.
Ok, ammetto di aver tirato tardi e fatto qualche balletto alle ultime politiche, però viverla così da vicino è un'altra cosa.
Sono felice.
Felice che un Paese abbia scelto di crederci ancora. Felice di esserci mentre qualcosa di grande sta nascendo.
Felice, davvero.
A dire il vero ero un po' scettico fino a stasera. Scettico che ci fosse ancora un grande elettorato di sinistra. Un elettorato pronto a resistere a quel signore basso basso e agli amici suoi con le mortadelle da tre metri e le camicie nere sbiadite.
Eppure...
Eppure tre milioni e mezzo di persone consentono di sperare ancora.
Stasera me ne vado a letto col sorriso sulle labbra.
Le polemiche sui dati gonfiati e sulla "fotografia del Paese reale" le rimandiamo a domani, ok?

Ah, per la cronaca. Ho votato Veltroni (ma credo si fosse capito...)

martedì 9 ottobre 2007

Uno contro tutti: un paio di battute sul V-DAY

Ennesimo pezzo della Collezione dell’oblio. Un po’ datato ma doveroso.

Scrivo questo pezzo per rispondere a Marco, che qualche tempo fa mi chiese se avrei pubblicato qualcosa sul V-Day di Grillo. Non era tra le mie priorità, ma considerando che durante il limbo del cambio ADSL in casa se n’è discusso parecchio (non solo, autisticamente, tra me e mia moglie – il gatto non parla, credo che sia apolitico – ma con grande frequenza in compagnia di amici, parenti e conoscenti), val la pena mettere giù un paio di considerazioni che mi girano in testa.

Partiamo dall’ovvio. La domanda: “Sei contento di farti governare da persone condannate per concussione e compagnia bella?” è retorica.

Fa il paio con l’obiezione di Letta in merito alle pensioni d’oro dei parlamentari. In sostanza chiedeva ai cittadini: “Sei contento di pagare i contributi in un certo modo e di andare in pensione a una certa età mentre la classe politica che ti governa – quella che ha scelto per te tempi e modi della contribuzione – adotta per sé un differente (e, ça va sans dire, immensamente più conveniente – ché se no non ci sarebbe ragion di polemica) sistema contributivo e pensionistico?”

Indi per cui, la battaglia di Grillo non può che essere empatizzata dal cittadino.

E la sua proposta di legge per cacciare i delinquenti (e non permettere il futuro accesso al cadreghìn dei loro degni compari) sembra la soluzione perfetta ai problemi del Paese.

Tanto più dopo la diffusione dello strepitoso libro di Stella e Rizzo sugli sprechi della politica nostrana (La casta, Rizzoli, 18 euro spesi bene).

Detto questo, non sono andato a firmare in piazza e non ho mai messo il banner su questo blog.

Dice: “Che non sei d’accordo?”

Per carità. Tutto sacrosanto, però ci sono un paio di cose della faccenda che mi hanno inquietato.

La prima, di un’ovvietà scandalosa ne convengo, è che la denuncia provenga da un outsider, da un uomo di spettacolo. La seconda, forse un po’ meno ovvia, è che si tratti di un uomo solo contro tutti.

Ora, lo so che Grillo non è più solo un comico da qualche anno a questa parte. E il lavoro svolto da questo signore meriterebbe di stare sui libri di storia.

Detto questo, la sua è una voce solitaria. Ed è comunque sempre e solo la sua.

Insomma, mi sarebbe piaciuto di più se intorno a lui si fosse creata una comunità (trecentomila persone – tante sono state le firme raccolte nel V-Day - ne formano una di tutto rispetto). E che questa comunità avesse cominciato a pensare e muoversi con le proprie gambe. Senza più bisogno del leader, che in un Paese come il nostro è sempre una figura problematica (lo so che sono quelli senza capelli, di leader, a dare problemi, e Grillo, bontà sua, fa ancora concorrenza a Branduardi, però…).

A costo di apparire più veterocomunista di quello che sono, dico che indignarsi è uno straordinario punto di partenza.

Però poi occorrerebbe fare.

E a fare (ma soprattutto a decidere) è sempre meglio essere in tanti che uno solo.

Una volta la chiamavano democrazia…

A dirla tutta, però, quello che mi ha fermato sulla strada della firma in piazza sono state le parole di Costanzo, intervistato in merito all’iniziativa.

Disse l’ex massone piduista parlando dalla TV: “Quella di Grillo mi sembra una pensata straordinaria, l’ho sottoscritta, e se fossi più giovane scenderei in piazza con lui”.

Ecco, vedere la propria firma accanto a quella di un vecchio amico di Gelli su un documento pubblico è un po’ troppo per un ragazzo all’antica come me.

È una sorta di campanello d’allarme. Se ora anche i vecchi tromboni da Prima Repubblica, gli stessi che neanche trent’anni fa si trovavano la sera, in grembiule e guanti bianchi, a fantasticar di golpe e nuovo ordine mondiale, si affrettano a salire sul carro del vincitore (il successo di Grillo è indiscutibile), significa che quel carro, ancor prima d’essere partito, rischia di fare una brutta fine. Quella che hanno fatto tutti gli altri.

E qui si torna al discorso della mobilitazione collettiva.

Churchill diceva che il potere corrompe. E che il potere assoluto corrompe assolutamente.

È innegabile che chiunque (anche con le migliori intenzioni), insieme a una grande visibilità si porti a casa lo spostamento dell’attenzione da quello che dice a chi lo dice.

Il fatto che la gente ti ascolti e ti venga dietro è una bella responsabilità. Nel microscopico lo vede chiunque abbia un blog (sottoscritto compreso): tu scrivi, la gente ti risponde. Se molta gente è d’accordo con te, è molto probabile che tu venga indicato come simpatico a terzi. Se fai di tutto per inimicarti il prossimo, prima o poi girerà la voce che sei uno stronzo.

Immaginatevi, dopo tutto ‘sto marasma, cosa c’è sulle spalle di Grillo.

Diventare il portavoce dell’incazzatura di un paese contro la classe dirigente può trasformare questo brillante signore di mezza età in quello che non ha mai desiderato essere: un simbolo.

E i simboli, si sa, prima finiscono sulle magliette, e poi sulle schede elettorali.

Grillo ha fatto la sua parte.

Ora è tempo di farsi da parte

È tempo per la comunità creatasi intorno a lui di fare da sola. Di eleggere i propri rappresentanti (fosse anche solo per andare a tirare le uova ai rammendatori d’arazzi di Palazzo Chigi, quelli da 3000 e passa euro al mese per quindici mensilità).

Perché è sempre meglio decidere dal basso chi comanda che ritrovarsi un leader apolitico che finisce per candidarsi alle elezioni. E non fate quella faccia, succede di continuo: Di Pietro, Berlusconi… Do you remember?

Io lo so che Grillo è di un’altra pasta, ma non si sa mai…

venerdì 5 ottobre 2007

Capirsi un po’ di più: l’integrazione comincia a quattro anni


Questo pezzo è da ascrivere alla collezione dell’esilio, ossia al periodo del passaggio da Cheapnet a Fastweb.

Io scrivo ora, in questo limbo d’incomunicabilità, e voi leggete che sono già passati un sacco di giorni (quanti? Non ne ho idea. La signorina di Fastweb insiste a dirmi che un tecnico, prima o poi, mi chiamerà. Intanto io invecchio…).

Insomma, si perde un po’ l’immediatezza che rende il blog lo strumento privilegiato dell’instant communication, ma ci sono cose su cui vale la pena di riflettere nel momento preciso in cui ti arrivano all’orecchio.

Molti di voi sanno che, per campare, non faccio solo il professional writer, come c’è scritto in alto a destra nel box di bio. Il terzo stipendio di casa Sarasso (il secondo lo porta a casa da mia moglie, non allarmatevi. La gatta la lasciamo poltrire nella sua pasciuta innocenza) proviene dall’insegnamento.

Cinque giorni a settimana, più o meno quattro ore al giorno, lavoro in una scuola dell’infanzia come insegnante di sostegno.

A dirla tutta non sono un vero insegnante di sostegno, sono un educatore part-time affiancato dal comune all’insegnante di sostegno in ruolo.

E se proprio vogliamo essere precisi, non sono nemmeno un parastatale puro, nel senso che lavoro per una cooperativa a cui il comune ha appaltato il servizio.

In pratica faccio parte, insieme agli operatori di call center e ai clienti fissi delle agenzie interinali (operai, autisti di pullman, impiegati, ecc.) del nuovo proletariato urbano.

Condizione proletaria dalla quale non mi strappa nemmeno la letteratura. È un delizioso aiuto ad arrivare a fine mese, ma per carità non immaginatevi anticipi milionari o vagonate di diritti d’autore.

Questo per amor di precisione e come doverosa premessa al discorso sull’integrazione sociale che sto per tirare fuori.

Siccome in questa casa di scuole se ne frequentano parecchie, tra me e mia moglie (insegnante pure lei), capita talvolta di sentire frasi da scompisciarsi.

Roba che va ben oltre l’allievo non proprio attentissimo all’ortografia che invece di “in bocca al lupo” ti scrive “imbocca al lupo”, dialettale invito alla prova di coraggio suprema, l’impavido nutrire la feria delle fiere introducendole il cibo nelle fauci a mani nude; o l’allieva distratta, che riconosce l’espressione “Nel Paleolitico” come complemento di luogo. E giù a fantasticare di questo regno meraviglioso, popolato di dinosauri e pietre antiche, metà Therabithia e metà Jurassic Park.

Le cose più divertenti, di solito, capita di sentirle in bocca ai genitori, piuttosto che ai figli.

Tipo quella madre magrebina, orgogliosa per i risultati eccelsi del pargolo nella scuola di quartiere (quartiere a maggioranza immigrata: trenta per cento di studenti extracomunitari), ma sinceramente preoccupata per la progressione del suo apprendimento. Al punto da chiedere alla direttrice di spostarlo in un’altra sezione: “Sa, con tutti quei marocchini che ha in classe, la maestra è costretta ad andare a rilento. E finisce che il mio rimane indietro per colpa di quelli là…”

O quel padre, meridionale e da poco trasferitosi al nord, che implorò la dirigente scolastica di eliminare dalla mensa quel piatto etnico “che tanto non ci piace ai bambini, lo avanzano sempre”: la polenta.

Ora, anch’io preferisco il satizzo alla bagna cauda, ma non ne ho mai fatto una questione di Stato. E soprattutto non mi è mai passato per la testa che il bollito monferrino o il tapulòn fossero un patrimonio culturale da salvaguardare e che gli abitanti di Canelli fossero un’antica tribù dedita al culto del Dio Prosecco.

È anche vero che per sentir baggianate non serve andare a scuola.

A mia madre, che vive ancora nel quartiere popolare dove sono nato, è capitata una situazione da Helzapoppin’. Il quartiere in questione, tra i Sessanta e gli Ottanta, era abitato per la maggiorparte da meridionali. Piemontesi pochi (mio padre spiccava per il suo accento esotico) e qualche veneto (ancora più inviso dei meridionali alla massa benpensante biugia nèn), impiegato per lo più nell’edilizia (mio nonno, guarda caso).

Nei cortili dove giocavo da bambino si faceva la salsa, non la polenta. E dalle nostre parti si mangiava la miglior pastiera della città.

Negli anni il quartiere è cambiato, i meridionali sono andati in pensione e i loro figli hanno studiato e perso l’accento dei padri. Intere famiglie si sono trasferite dalla periferia al centro. Nessuno dei miei compagni di scuola abita più nel quartiere.

Quelle case popolari, vuote, non hanno dovuto aspettare molto per trovare nuovi inquilini. La prima ondata magrebina arrivò all’inizio dei Novanta. Poi fu il turno della grande immigrazione marocchina e di quella albanese. Morale della favola: mia madre (che non s’è mai sognata di spostarsi di cento metri) abita tra una famiglia albanese e una marocchina, e cucina un couscous montone e peperoni che levati.

La situazione da Helzapoppin’ è di qualche settimana fa, quando mammà ha chiamato un paio di ragazzi del quartiere per farsi dare una mano a spostare dei mobili (noi figli degeneri oziavamo al sole greco).

Hamed (chiameremo così per convenienza il suo vicino) si è affrettato a suonarle il campanello con gli occhi fuori dalle orbite: “Nadia, tutto bene? Sai, ho visto due marocchini in cortile che trafficavano con la tua roba…” Testuali parole.

Giorni fa, un signore alla tv ringraziava l’immigrazione extracomunitaria perché, da quando c’erano gli albanesi, lui aveva smesso di sentirsi dare del terrone.

In quartieri come il mio (ennesimo inciso: ho cambiato città, ma la fissa del proletariato hard-core m’è rimasta addosso. Mentre scrivo, il signor Kocirai è appena rientrato col furgone e la techno a palla, e Carmine e Domenico cantano ancora popopopopopò con la maglia azzurra indosso) l’integrazione era roba per i nostri vecchi. E c’era chi non aveva problemi e chi la risolveva a coltellate.

Noi ragazzini, ad ogni modo, si andava a scuola insieme e il pallone era lo stesso per tutti, pure se in casa non si parlavano italiano (mia nonna, from Scardovari, Italy, non lo parla ancora adesso).

E se butto l’occhio nel cortile della mia scuola e vedo Gaetano, Bai-Xiao e Micheal (Gaetano è di colore, Micheal è appena tornato dal mare di Posillipo e Bai-Xiao dice solo “ciao”. È arrivata da Canton da venti giorni e vive con la zia) che litigano per la palla e poi si mettono a disegnare con gli stessi colori, penso che c’è ancora speranza per questo paese malandato.

Nonostante le polente etniche e i marocchini che si cambierebbero il cognome in Brambilla, se potessero.

Serve tempo, mi dico. Servono anni, generazioni. E se continueremo a non dimenticarci la lezione di Gaetano, Bai-Xiao e Micheal, magari ce li ritroveremo in Nazionale o in Parlamento senza troppi drammi. Alla guida di una paese, grazie a Dio, molto diverso da quello dei nostri nonni.

sabato 25 agosto 2007

Per vedere ‘sta cazzata: cronaca greca di una settimana bollente


“…Per vedere ‘sta cazzata!” è una frase ricorrente dei viaggi miei e di mia moglie. È la frase che di solito pronuncio dopo aver percorso chilometri sotto il sole o nel freddo, giungendo sconsolato di fronte a qualche reperto storico magnificato dalla guida di turno. Negli anni è diventato un modo di vivere, quasi un cliché narrativo, e nessuno si offende più se io, a metà percorso, inizio a canticchiare: “Per vedere… Per vedere…” (esiste anche un motivetto abbinato allo slogan: lo inciderò in mp3 e lo posterò sul sito, promesso).

A questo giro, l’espressione di famiglia si è sprecata, ed è stata una Grecia un po’ meno convincente del solito.

Non sono mancate, ad ogni modo, le piacevoli sorprese.

Ma andiamo con ordine.

Partenza traumatica da Malpensa vecchia all’alba e alle otto, freschi come delle rose (rose che non hanno dormito per trentasei ore), appoggiamo le valigie sul suolo greco. Ritiro la macchina in cinque minuti (l’uomo dell’AVIS è efficiente ovunque, da Bangalore a Punta Raisi. Effetti collaterali della globalizzazione) e alle nove siamo già in viaggio verso il nulla.

Lo dico per chi non c’è mai stato: nei piccoli paesi ellenici dare un nome alle strade pare sia peccato. Per cui l’unico modo di trovare l’hotel è andare a chiedere in qualche bar e tentare di farsi spiegare la strada in un esperanto dei viaggiatori che sa d’inglese, greco e turco.

Così facciamo, ma l’uomo, in cambio dell’indicazione, pretende che ci si fermi ad abboffarsi nella sua taverna.

Calamari, insalata greca e un lontano parente del frico di cui ora mi sfugge il nome.

Il tutto innaffiato dalla locale Mythos e da due dosi da portuale di raki.

Per farvela breve: niente turismo culturale il primo giorno; pisolino e cenetta leggera. E arrivederci.

Da venerdì inizia il tour de force, altresì detto nazi tourism: se si va in un posto occorre vedere TUTTO. E poco importa se occorra svegliarsi alle sette e sciropparsi duemila miglia in macchina.

Per cui, vai col MUSEO ARCHEOLOGICO di Heraklion (chiuso per metà: dieci euro di biglietto per quattro frammenti di mosaico e una brocca – pure bellina – a forma di toro), la GROTTA DI ZEUS (saltata a piè pari: di fronte all’impervia salita preferisco una birra sotto le fresche frasche, mando la dolce metà in avanscoperta e mi accontento delle foto sulla digitale), le città di CANDIA e RETHIMNOS con quaranta gradi all’ombra.

Come? Mare, dite voi? Nei ritagli di tempo.

Sì perché c’è ancora da vedere l’ultima e la più strepitosa delle bellezze dell’isola di Creta: IL PALAZZO DI CNOSSO.

Premesso che temendo l’insolazione si punta la sveglia alle sette e mezzo (e già la giornata non ti sorride…), al palazzo è comunque impossibile arrivare prima di mezzogiorno.

Lontano, direte voi… Per nulla.

Il problema sono le autostrade greche. Il greco, fiero e rigoroso, non concede seconda possibilità: se a Roncobilaccio non vedi le indicazioni, puoi uscire e rientrare nel senso di marcia opposto.

Se a Creta ranzi l’indicazione KNOSSOS (scritta in greco e grande quanto un Gronchi rosa), affaracci tuoi.

Puoi solo fare inversione in piena autostrada (ma magari ti stuzzica l’idea di tornare vivo) o rassegnarti: l’unica via che ti riporterà al punto di partenza è una mulattiera spersa nei campi. Ti toccherà attraversare un mare d’ulivi e sentieri sterrati, farti quasi sparare dalla sentinella d’una base segretissima immersa nei boschi e stare molto attento a non investire la classica nonna greca (modello base: completo nero e fazzoletto in tinta legato sotto il mento).

Così, a mezzogiorno, quando il sole è allo zenith, ti ritroverai nel bel mezzo del Palazzo.

La storia la conoscono anche i bambini, e mia moglie me la ricorda per lenirmi l’insolazione e far sembrare meno scema la mia bocca spalancata per l’arsura: mi dice di Teseo e Arianna, ma soprattutto di Pasifae, che per capriccio divino, s’invaghì di una bestiola da tre quintali destinata al sacrificio e ci fece pure un figlio.

Chi non fosse sazio di dettagli pulp, può cliccare qui.

La visita dura una mezz’oretta, non di più. E non ricordo, giuro, quanto ho sborsato per il biglietto (l’ho comprato in bundle con quello del museo archeologico).

Ma quando finalmente guadagno la sommità del palazzo, mi appoggio tronfio a una delle due colonne ridipinte di rosso per i turisti (quella vera, l’altra è di cemento armato) e scruto finalmente l’enorme distesa di vasi finti, pietre vere interpolate da ferro, cemento e plexiglas e prato all’inglese, non posso che esclamare il più soddisfatto e fragoroso dei PER VEDERE ‘STA CAZZATA!

Questa la parte buffa e meno soddisfacente del viaggio.

Ma, come dicevo in principio, qualche soddisfazione c’è stata.

Il cibo, per esempio, ma soprattutto i prezzi. A pranzo non si è mai speso più di dieci euro per ingurgitare dell’ottima Pita farcita.

E a cena, è il caso di dirlo: mollami…

Il meglio fritto di pesce e la meglio moussaka, col meglio vino a prezzi ridicoli: trentacinque euro massimo. In due, s’intende.

E infine, gran godimento estivo sotto l’ombrellone (che, per inciso, con due sdraio costava sei euro al giorno. Quasi come a Forte dei Marmi…): la lettura.

In una settimana scarsa ho divorato due libri e mezzo (l’ultimo lo sto finendo in questi giorni).

KAI ZEN, LA STRATEGIA DELL’ARIETE

RIZZO-STELLA, LA CASTA

BRIZZI, IL PELLEGRINO DALLE BRACCIA D’INCHIOSTRO

E su questi libri, potete giurarci, ci scapperà qualcosa in più d’un post…

venerdì 24 agosto 2007

Tornato: un po' provato...

Gentili lettori,
ho rimesso piede sul suolo italico da ben più di ventiquattrore, ma non ho ancora avuto un secondo per scrivere... Chiedo venia.
E di cose da dirvi ne avrei pure un bel po', tra costumi greci, letture e riflessioni in riva al mare.
Giuro che domani posto qualcosa di decente.
Per ora, contentatevi di queste quattro misere rigacce strascicate...

martedì 14 agosto 2007

Chiuso per ferie: stavolta è vero


Questo è definitivamente l'ultimo posto prima della (breve) serrata estiva.
Domani si parte (in realtà domani notte, quasi dopodomani) e per una settimana non sarò rintracciabile nè presente sul web.
Un ultimo aggiornamento sui lavori in corso:
- Ho terminato di scrivere la mia parte di J.A.S.T.
- Ho iniziato il restyling della scaletta di Settanta e il plot ha fatto notevoli passi avanti. Conto di averne una versione definitiva per il 31 agosto, primi di settembre. Da lì in poi, una volta che il boss l'avrà approvata, si partirà a scrivere.
- Sono in stand by con United We Stand. Ma a ottobre secondo me qualcosa uscirà. Tenetevi forte, perchè se tutto va per il verso giusto, vi bombarderemo con una campagna marketing degna di Star Wars...
Questo è quanto.
Godetevi Ferragosto e le ultime del mese.
Io vado a strafogarmi di mussaka e gyro-pita.
Ci si risente dal 24.

giovedì 9 agosto 2007

Irene Grandi e il post-berlusconismo


Non che questo blog abbia volontà di diventare un simil wittgenstein bruttarello in cui una notizia su due si parla di musica e politica (insieme).
Però questa ve la dovevo proprio dire.
A pranzo ho discusso, con una persona di cui non farò il nome per l’estremo rispetto che nutro nei suoi confronti, dell’articolo di Sofri su Bruci la città di Irene Grandi.
Sofri la magnifica come il pezzo dell’estate. A me personalmente non dice niente.
Dice poco anche al mio interlocutore. Ma non è questo il punto.
Il punto è che se ne esce con una frase del tipo: “Comunque Irene Grandi non mi piace perché bruci la città/crolli il grattacielo vuol dire “Fanculo tutti, c’è spazio solo per noi due”. E questa è una visione della vita tipicamente berlusconiana: viva la felicità del singolo, dimentichiamoci delle persone, chiudiamoci in casa al calduccio e cerchiamo di essere felici per conto nostro. E invece Veltroni (ancora lui, poverino) nella lettera programmatica ai quotidiani ha detto che la felicità del singolo non può prescindere dalla felicità di tutti.
Quindi Irene Grandi è fascista e io non l’ascolto più.
Ecco.”

Ecco…
Povera Irene e povero Walter (sempre in mezzo).
E, mi consenta, povera Italia…

mercoledì 8 agosto 2007

Luca Sofri, i Finley e il Partito Democratico

Alle prossime elezioni voterò Partito Democratico. E il 14 di ottobre andrò alle primarie per scegliere il segretario.

Veltroni o Letta, non ho ancora deciso. E siccome non ho ancora deciso, da un po’ giro per assembramenti democratici, ove fondatori di mille colori si danno convegno.

Ieri sera io e la mia mogliettina siamo andati alla Festa dell’Unità di un paese dei dintorni.

Ci siamo sbafati un ottimo stinco e una birrona per un prezzo ridicolo, e sul più bello del caffè, proprio mentre alla radio i Finley urlavano Soffro di dipendenza / da una strana sostanza.... / io non posso star senza...
LA MIA DOSE DI ADRENALINA
(ché Bandiera Rossa non va più di moda nemmeno alla Festa dell’Unità), il presidente del circolin
o ha richiamato gli “interessati – e spero siano molti! –” in un bunker sotterraneo per la Riunione Propagandistica del Partito.

Gli interessati, per inciso, non erano molti. Una trentina.

E l’età media si aggirava più sui sessanta che sui cinquanta (perché c’eravamo anche noi “giovani”: una mezza dozzina di trentenni e un ragazzino del liceo).

Gli interventi sono stati tre. E si è parlato delle stesse cose che ho sentito in bocca a Veltroni a Torino:

- NO alla legge elettorale attuale. Che è una porcata.

- SI alle pari opportunità: 50% di presenza femminile nelle liste locali per le primarie.

- Le infrastrutture ecocompatibili, che ce n’è tanto bisogno.

- Il voto (alle primarie ma non solo) anche per i sedicenni.

Sul subito, avrei già avuto il mio bel da ridire.

Ad esempio: se la legge elettorale attuale fa così schifo (d’accordo, l’ha voluta il centro destra e grazie a ‘sta benedetta legge se le pure pijata ‘n saccoccia alle ultime elezioni), forse non era il caso di riproporla alle nostre primarie. E invece il 14 ottobre ci saranno 6 liste con 6 candidati piovuti dal cielo. Assolutamente non decisi a base popolare. E passi.

E passi pure che il 50% delle donne in lista è una gran cosa. Fico davvero. Però, guarda caso, su 6 candidati per la segreteria c’è una sola donna: la Bindi (e non dico altro).

Viva le infrastrutture ecocompatibili, ma a me basterebbe sapere quando finiranno i lavori sulla A4, che se mi sbaglio ad andare a Milano una sera, non posso tornare in autostrada perché duecento operai in notturna la stanno sventrando.

Evviva pure il voto ai sedicenni. Che però sospetto preferirebbero andare al concerto dei Finley domenica 14 ottobre, piuttosto che essere trascinati alla ex sede del PCI con mamma e papà.

Ma su questo ci torniamo, don’t worry.

Come ho detto, sono tante le cose su cui mi piacerebbe dire la mia. Ma sono venuto per ascoltare e ascolto. In silenzio. Qualcuno degli energici ragazzi del ’34 in platea, però, non è dello stesso avviso.

Se ne alza uno gridando ai tre sul palco: “DEH! VOLETE FARE IL PARTITO DEL FUTURO COI DE MITA E I DE MICHELIS???!!!!”

E un altro si accoda dicendo che “I Cattolici sono integralisti peggio dei musulmani! Ché lo Stato è LAICO e non si può fare il partito coi baciapile!”

E l’ultimo – il vero campione del mondo – ricorda che una formazione popolare così vasta non può avere futuro, “perché è dal 1921 a Livorno che comunisti e socialisti sono divisi. E adesso vogliamo tirar dentro anche i democristi e fare il pastone e alora…”

Panico. Sudore freddo.

E non sul volto dei tre in cattedra.

Sul mio.

A parte aver realizzato che da queste parti il nascente PD non farà gran fortuna. E che gli altri (Rifondazione e quel signore basso basso con pochi capelli) si riempiranno le tasche di voti a spese nostre.

A parte tutto ciò, non è questo il punto.

Il punto è che sembra di stare ancora nel ’68.

Di scene così, di assemblee proletarie, ne sto descrivendo a bizzeffe in Settanta.

Il punto è che quelle scene sono ambientate nel ’76, nel ’77.

Non trent’anni dopo, mannaggia.

A fine serata io e mia moglie finiamo a scambiar due parole con una ragazza dell’ambiente.

La ragazza è in giunta (o in consiglio comunale, non ricordo) e dopo due ore di discussione su intrighi e maneggi delle cose di casa nostra, su candidature spinte per tornaconti personali, sulle stesse cose di sempre, me ne vado a casa con tanto amaro in bocca.

E penso: ma che cazzo? È davvero questo l’unico modo di far politica nel XXI secolo?

Grazie a Dio, mi rispondo quasi subito di no.

E questo succede perché penso a Luca Sofri.

Luca Sofri è figlio di Adriano. Sì, di quell’Adriano Sofri.

Luca Sofri appoggia la costruzione del Partito Democratico. Ha fondato il comitato dei Mille.

Ha coinvolto un sacco di persone. Ha detto la sua.

Ha detto come vorrebbe il PD. Ha parlato di costruzione dal basso. Quella vera.

E come lo ha fatto?

Per radio, in tv?

Neanche per sogno. Lo ha fatto parlando dal suo blog.

Lo ha fatto attraverso WITTGENSTEIN.IT. Un’isola sperduta nella rete. Dove ci va chi ne ha voglia e ci torna solo per sentire la voce di Luca.

Che a volte ci azzecca, a volte no. Che è sempre onesta e l’amaro in bocca non te lo lascia mai.

Sofri aveva tante opzioni: non fare politica, farla male, farsi schiacciare dall’ombra del padre.

Ma il coraggio e il cervello hanno fatto sì che si mettesse in gioco per la migliore delle cause possibili.

Il futuro della sinistra, signori e signore, passa dal PD. Mettetevelo in testa.

Il comunismo è morto e sepolto e pure la DC si è squagliata senza più rossi a cui dare la caccia.

Se vi va, possiamo continuare a scannarci come nei film di don Camillo, oppure rimboccarci le maniche e tentare di costruire un Paese nuovo.

Luca su questo sogno ci ha messo la faccia.

E l’ha messa nel posto giusto: in rete, non in tv.

La gente a cui quella faccia piace si è fatta sotto. Si è posta le domande che Luca e i Mille, per primi, si sono posti.

Alcuni sono rimasti, altri no.

Questa è democrazia. Questo è fare politica nel XXI secolo.

I bunker asfittici coi veterocomunisti contro gli ex ciellini lasciamoli ai romanzetti storici come quelli del sottoscritto.

Perché, come dice Sofri, qui o si fa l’Italia o si vivacchia…

Chiudo con un’ultima considerazione sui sedicenni.

Ce l’avete presente un concerto dei Finley? Andate a vederne uno, per cortesia.

Fatevi travolgere da duemila ragazzine brufolose e che si strappano le corde vocali urlando DIVENTERAI UNA STAAAAR! UNA CELEBRIIITAAAAAA’!

E chiedetevi due cose:

1) A queste anime candide fregherà qualcosa di pensioni, D.I.C.O. e cuneo fiscale (Intendiamoci: ben venga che non gliene importi ancora nulla…)?

2) Siete sicuri di volere che il LORO voto influisca sul futuro del NOSTRO paese?

Spero non me ne vogliano Pedro, Ka, Ste e Dani: il loro disco, alla fine, l’ho pure comprato.

lunedì 6 agosto 2007

Il caldo dà alla testa: Beirut, la Palestina e il mare d'agosto...


Da queste parti fa parecchio caldo.
E parecchio vuol dire TRENTADUE PUNTO CINQUE. All'ombra.
Dunque se il post risulta un po' delirante, perdonatemi.
Ho voglia di andare al mare. Ma proprio a far niente, a starmene in spiaggia sotto l'ombrellone col libro dei KAI ZEN (mi sto violentando per centellinarlo. Deve durare almeno mezza vacanza greca).
E invece manca ancora qualche giorno (dieci), sono blindato in casa a scrivere e ho una montagna di lavoro.
Da dove sono seduto ora, scorgo una enorme catasta di penne. Papermate, per l'esattezza. Duecentoquaranta circa. E domani partiranno per il Perù.
Duecento bambini (si sa che le penne a sfera sono quel che sono, una su tot non funziona) da mercoledì potranno scrivere. Con quelle penne.
Dunque, ricapitolando, io borghesuccio sovrappeso me ne sto seduto nel mio bello studiolo (senza aria condizionata) a scrivere e sudare. E penso ai bimbi del Perù e alle penne che gli manderemo.
Intanto in Perù non ci vado. E sogno il mare "da ricchi".
E continuo a scrivere. Ma di che?
Di Palestina. E di Beirut 1983. E di bambini. Che non se la passavano tanto bene neppure loro.
Poi arriva una mail. E' un messaggio da Anobii che mi dice che qualcuno vuole parlarmi. Quel qualcuno è un ragazzo simpatico che ha un blog. In quel blog c'è un link al sito dei Giovani Comunisti. E su quel sito che ti becco?
Una proposta per i campi di lavoro in Palestina. Campi estivi, quelli in cui si va a giocare coi bambini e si cerca di tirargli su il morale, che avete capito?
Campi gestiti da arabi e israeliani insieme.
Ancora bambini. Senza un soldo. Che saprebbero che farci con quel mucchio di penne che ho qui davanti.
Insomma, io me ne sto qua a scrivere di Palestina (è un capitolo di J.A.S.T., nel caso ve lo steste chiedendo) a trenta e passa gradi. A cercare di immaginarmi la sabbia, il rumore dei carrormati, il vento caldo che trapassa i vestiti. La fame e le bombe.
Ma in Palestina non ci vado. E nemmeno in Perù.
Ci mando delle penne a sfera, al massimo.
In Grecia me ne vado. A "rilassarmi". A magnare, leggere e prendere il sole.
A volte sono convinto che la letteratura e l'arte possano fare tanto per parlare alle persone.
Altre volte, come adesso, mi chiedo se non farei meglio ad alzare il culo e rimboccarmi le maniche.
Ok, fine del piagnisteo.
Torno al "duro" lavoro.