DA DOVE VENGO IO - CENT'ANNI vol.1

venerdì 1 agosto 2008

Lucio Battisti. Due ragazzi attraversano l’estate, Francesco Marchetti, Sterling & Kupfer 2008


Se questa recensione l'avesse scritta Gianni Biondillo, potrebbe risultare sospetta. Per chi non lo sapesse, Biondillo ama Battisti alla follia. Io lo odio.

Odio quelle canzoncine melense, la sua immagine da bravo ragazzo coi ricci. Se in radio passano Acqua azzurra, stai sicuro che cambio stazione; e credo sia colpa de Il tempo di morire (motociclettaaaaaaaa!!! 10 hp!) se non ho mai desiderato una dueruote in vita mia.

Sopporto (poco) solo Pensieri e parole.

Detto questo, perché recensire un libro sul cantante laziale? Proprio ora che, nel decennale della morte, ne esce uno a settimana?

Perché il libro di Marchetti non è un libro su Battisti. O meglio: non sul Battisti che credete voi.

Qui non si racconta di come è nata Un’avventura, non ci sono pagine zeppe di testi delle canzoni (che potrei reperire tranquillamente su wikipedia senza spendere un soldo) per ingrassare il volume e poterlo vendere a venti euro.

Nel libro di Marchetti si narra delle vesciche sul culo di Battisti e Mogol, quella volta che se la fecero a cavallo da Milano a Roma. Di quando i Nomadi ascoltarono le canzoni di Lucio e lo mandarono a stendere.

Di quanto il cantautore s’incazzasse ad avere a che fare con la gente. Del suo spettacolo più bello (all’Istituto Nazionale Tumori di Milano, nei primi Settanta), di fronte a un pubblico che non l’aveva chiamato e finì per innamorarsene.

Dentro a questo libro c’è il Battisti che non ti aspetti. E c’è pure un Mogol sgamato e caciarone. A leggere queste storie, quasi non ci credi che due tipi del genere abbiano potuto scrivere certe lagne (ahia! Sento già gli strali dei fan irriducibili…).

Aggiungeteci che è scritto da Dio, che i capitoli sono un mix beat tra un’opera teatrale, una puntata di Sfide e un pezzo di Tv Sorrisi e Canzoni anni Settanta.

Insomma: queste 150 pagine me le sono bevute d’un fiato.

Poi però, quando il libro l’ho chiuso, un dubbio m’è rimasto. E allora ho preso l’ipod di mia moglie, ho selezionato per artista. Ok, Acqua azzurra l’ho skippata, ma poi ho finito per starmene lì per mezz’ora, ad ascoltare imbambolato parole e voci.

Ha fatto quest’effetto a me. Immaginatevi a un fan del ricciolone…

martedì 29 luglio 2008

Confinen ti Staten: anche Cermania parlare di Herr Sarassonen...

Perdonate il tono faceto, ma non saprei davvero come altro incanalare l'allegria che mi deriva dal sapere che perfino in Germania si parla del mio libello.
Paolo, un lettore di vecchia data, stamattina mi segnala con grande fervore che su questo sito si parla di me.
Io gli rispondo con altrettanto entusiasmo che sono felicissimo e lo ringrazio per la comunicazione.
Do un'altra occhiata all'articolo e, con la faccia sempre più simile a un punto interrogativo, faccio mie le parole dell'immortale ammiraglio Benson di Hot Shots: "Non ho la più pallida idea di quello che sta dicendo, non ho capito un beneamato c...o!"
Perchè l'articolo è in tedesco. E l'unica lingua straniera che mastica il vostro scrittore over 100 preferito è il dialetto vercellese...
Insomma, se qualcuno ci capisce e vuole illuminarmi, gliene sarei eternamente grato.
Se invece, come me, ignorate il teutonico idioma, godetevi la splendida sequenza di caratteri in maestosa alternanza (quasi come spararsi Solaris coi sottotitoli in cirillico).

venerdì 25 luglio 2008

Confine di Stato continua a far parlare di sé: RIVISTA SCONOSCIUTA intervista il vostro scrittore over 100 preferito


INTERVISTA A SIMONE SARASSO

di Max

Prima di tutto, come ti è nata l’idea di un progetto così ambizioso, cioè raccontare quasi 50 anni di storia italiana? Qual è stata la molla che ti è scattata dentro, cosa ti ha fatto dire:”Tò, voglio raccontare mezzo secolo di un paese di terroristi, criminali in doppiopetto, pazzi sadici, neofascisti, comunisti mai domi, spie, servizi segreti deviati, stragi, bombe…a parte gli scherzi sicuramente non è stata così facile, cosa ti ha spinto come scrittore ad affrontare una materia così scottante, ampia e difficilmente interpretabile?

Ellroy e l’indignazione credo siano stati i principali motori del progetto CDS. Dopo aver letto American Tabloid e Sei pezzi da mille ho pensato cha anche la storia del nostro paese avesse parecchio da offrire per un noir del genere. Ho iniziato a documentarmi e ho passato più di un anno in mezzo alle scartoffie, ai documenti desecretati, alle relazioni della Commissione Stragi. Solo allora l’indignazione si è impadronita del sottoscritto. Prima ancora di scrivere una sola riga, ho realizzato che significasse l’impunità per le famiglie delle vittime. Che significasse, per i parenti dei caduti di Piazza Fontana, l’imputazione delle spese processuali dopo trentasei anni di processi.L’indignazione è divenuta rabbia. E la rabbia, volente o nolente, ha impregnato il linguaggio del narratore.

Nel tuo romanzo è forte l’influenza del cinema e di molta letteratura uscita in questi ultimi anni. Si trovano omaggi al cinema di Tarantino, il dialogo fra Trama e Vega (stesso nome di un personaggio di Pulp Fiction) è ripreso pari pari da una scena del film. Steve Zollo, personaggio che ha una rapida apparizione, viene direttamente da 54 dei Wu Ming, così come Lucky Luciano. Per non parlare dei debiti verso Giuseppe Genna, che tu citi come uno dei tuoi maestri. E poi non si può non vedere l’influenza del maestro americano, James Ellroy. Anche qui c’è un personaggio preso in prestito dai suoi romanzi: Pete Bondurant. Ma anche molte scelte legate al linguaggio, allo stile sono debitrici di Ellroy. Cosa puoi dirmi dei tuoi maestri, delle tue influenze, delle letture che ti hanno portato a scrivere CdS?

Hai appena citato tutta la gente (ed è parecchia) a cui questo libro deve qualcosa. Da Genna ho imparato il mestiere. A Giuseppe e alla sua quadrilogia di Lopez devo le basi del mio lavoro.Ai Wu Ming devo parecchi punti di vista. Uno su tutti, fondante nel recente dibattito sul New Italian Epic, il coraggio di osare sguardi massimalisti sulla storia più o meno recente.Tarantino è quello che mi ha insegnato tutto quello che so sui dialoghi. Un hommage era dovuto.A Ellroy, noi epici italiani, dobbiamo tutti parecchio. Per me i suoi libri sono stata pura rivelazione.Specialmente dal punto di vista linguistico.

LEGGI IL SEGUITO SU RIVISTA SCONOSCIUTA...

lunedì 21 luglio 2008

Arrivano i consigli del Sarassone per le vostre letture estive: si parte con PAN di Francesco Dimitri

Questo pezzo è uscito per SATISFICTION un mesetto fa (o forse due... perdonate il mio unico neurone). Inauguriamo così la rubrica dei consigli letterari (estivi) del Sarassone.
Siccome è tempo d'ombrellone, gite e letture a go go, di settimana in settimana (magari pure un paio a settimana, ma dovete proprio comportarvi bene...) vi segnalerò tutto ciò che ho letto durante quest'anno. Prima della serrata estiva, vedrò anche di confezionare un pdf che funga da breviario. Così non dovete andare a ricercarvi il post, fare copia/incolla...
Poi non dite che non vi voglio bene...;-)
Ad ogni modo, non fatevi idee strane; non iniziate a immaginarvi una selezione fichissima e ultradocumentata come il NANDROPAUSA dei Wu Ming...
Col tono che mi contraddistingue, mi limiterò a servirvi ottimi libri in salsa semiseria.
Nada mas...

Dunque, signore e signori, bando alle ciance.
Andiamo a incominciare...

Francesco Dimitri, Pan, Marsilio 2008

Immaginate.

Chiudete gli occhi e immaginate. Questo non è il genere di libro che si legge senza immaginazione.

Immaginate Roma.

Non la Roma di piazza Fiume, fatta di palazzine pulite, studenti universitari e gen­te che passeggia a qualsiasi ora del giorno e della notte. Questa è la Roma del quartiere di San Basilio, una Roma ventosa e fredda, in cui gli alberi in inverno sono creature smunte di un altro mondo, in cui il silenzio è una forza con cui fare i conti, i palazzi crollano sotto l’umidità e il buio spaventa ancora.”

Ora aggiungete, che questo è un libro che si racconta solo per addizione: aggiungete pirati, galeoni, uno splendido angelo caduto di nome Wendy e una banda di marmocchi con pessime intenzioni.

Meravigliati? Siamo solo all’inizio: "Chi alla Meraviglia chiude gli occhi, di Morte sente tredici rintocchi".

Quindi, occhio a come vi comportate.

Arrivano un paio di morti ammazzati e si sente il soffio del passato: “Dì loro che sta tornando”.

Chi stia tornando si fa presto a immaginarlo: qualcuno lo vuol chiamare Peter; un tempo era noto come Pan.

Questa non è una storia semplice, questa è una favola nera.

In poco più di 460 pagine Francesco Dimitri fa qualcosa che non riusciva più a nessuno da un sacco di tempo: fa sognare.

E fa battere i denti, tremare i polsi.

Spalanca mondi orribili e meravigliosi.

Sembra di leggere il Gaiman migliore, quello di American gods. Non c’è pietà per i miti né per la società contemporanea. La scrittura è agile e tagliente come la lama di un rasoio.

Combinare il mito di Pan – il dio greco dei baccanali primordiali, della pulsione vitale, libera, del rifiuto di ogni dogmatismo – e il Peter Pan di Barrie non è un gioco da ragazzi.

Ma Dimitri, nonostante la giovane età (classe 1981) non è un ragazzino.

Scrive con una forza e un’acribia uniche, ha l’autentico dono dei cantastorie d’un tempo. Fa grandissima letteratura popolare raccontando storie eterne.

Il ragnarök nei cieli della capitale, divinità arrabbiate e decadute che se le danno di santa ragione, vecchi e bambini cattivi (mica tanto sperduti, a dirla tutta) che formano un affresco inusuale.

Il romanzo di Dimitri è L’Apocalypse panoramique di Lachappelle in prosa. Leggendolo si ha la medesima sensazione di straniamento che si prova di fronte agli scatti del fotografo americano.

La profondità è epica, la scena è minuziosamente calcolata. Sono perfette le luci, gli accostamenti cromatici.

Sembra Michelangelo. Poi ci si avvicina e saltano agli occhi tatuaggi e piercing, i modelli sono popstar, homeless e donne incinte.

Il risultato non è mai grottesco.

Il risultato è Tim Burton. Il migliore, quello di Nightmare before christmas.

Fatevi un favore: procuratevi il libro di Dimitri e leggetelo di sera, quando la città ha smesso di strillare.

Sarà come tornare bambini.

martedì 15 luglio 2008

E' arrivato il terzo volume di UWS


Si chiama INFAMI e assomiglia a un film di Maurizio Merli.
Anzi, a dirla tutta, in una scena c'è pure Maurizio Merli che prende a schiaffoni il sottoscritto (cioè... il mio alter ego Talento).
Per questo numero abbiamo veramente buttato il sangue.
Più di così...;-)
Compratelo qui o cliccando sull'immagine (o sul bannerone).
Buona lettura!

lunedì 14 luglio 2008

Sarasso vs De Cataldo: un'intervista per MilanoNera

Per chi se la fosse persa, ecco l'intervista del vostro scrittore over 100 preferito a uno dei big del panorama noir: Giancarlo De Cataldo.
Il pezzo è uno degli articoli di copertina del secondo numero di MILANONERA WEB PRESS, il nuovo free press giallo-noir diretto dal mio amico Paolo Roversi e scaricabile gratuitamente qui.
Buona lettura!

A pochi giorni dall’uscita dell’antologia Crimini Italiani (Einaudi, 2008, a cura sua, ça va sans dire) riesco a fare due parole col vero maestro della letteratura criminale. Tra il serio e il faceto, tra nomignoli e toni rilassati, si parla di New Italian Epic, alta montagna e persino di dieta.

Domande a raffica, risposte taglienti.

1) Il saggio di Roberto Bui (WM1) sul New Italian Epic ha finalmente dato forma teorica al lavoro di una generazione di scrittori che ha stravolto il modo di narrare del BelPaese. Tu, che di questa generazione sei uno degli esponenti illustri, all’epica ci sei arrivato tardi, con Romanzo Criminale prima e poi col superbo Nelle mani giuste. Come si è evoluta la tua scrittura in questo senso? Quando e perché hai sentito la necessità di dare un respiro diverso alle tue storie criminali? Com’è nata l’esigenza (per citare un tuo articolo recentemente apparso su Repubblica) di “sporcarsi le mani”, di narrare il marcio del paese, di andare alle radici del lato oscuro della nostra storia recente?

L’idea di Romanzo Criminale, in germe, risale al 1996. Scrissi un capitolo – che poi nel romanzo divenne Il Funerale del Dandi – e lo pubblicai sullo Straniero, la rivista diretta da Goffredo Fofi. Il libro fu dunque frutto di una lunga gestazione, visto che uscì nel 2002. L’evoluzione della scrittura è un dato comune a tutti gli scrittori più o meno citati da Roberto Bui (e anche da me). Si inizia con un genere, si prendono le misure dei suoi limiti, se ne estrae il succo, e poi lo si distilla innestandolo, come un feconda contaminazione, in altri generi. “Epico” è un racconto corale, a suo modo eroico, che veda la centralità del rapporto fra l’individuo e la storia del proprio tempo (o anche di quello passato, ma comunque in relazione con l’individuo). Da questo punto di vista, esiste in Italia una grande tradizione, che ha attraversato il Risorgimento, la letteratura postunitaria, la letteratura dell’Italia Umbertina, poi il Fascismo (almeno sino a Silone e Alvaro), la Resistenza e il boom (da Calvino, a Moravia, a Bianciardi, a Pasolini). Poi, dopo la morte di Pasolini, tutto si è fermato, in apparenza, solo in apparenza. L’epica è trasmigrata nel genere, è stata scacciata dal salotto buono, termini come intellettuale o impegno sono diventati odiosi, lo scrivano postmoderno è diventato esperto di moda, di sport, di vini e cocktail, s’è seduto al bar della Pace di Roma (o all’equivalente di San Babila o di Brera o di San Petronio) e ha cominciato a teorizzare, con molta ironia e un grande cinismo di fondo, sul proprio ombelico. Intanto, l’Italia sta marcendo sotto gli occhi di tutti. E questo non può lasciarci indifferenti, non credi?

2) Dalla pubblicazione di Crimini (Einaudi, 2004), la prima antologia “nera” che hai curato, all’uscita del recente Crimini Italiani (Einuadi, 2008) sono passati quattro anni. Come è cambiato Il modo di rapportarsi dei maggiori narratori italiani alla crime-novel? E come è mutato (se è mutato) il tuo approccio alla “regia” di queste opere corali?

Il giallo italiano, ha ragione Carlotto, è tornato a rassicurare e a immergerci in un’atmosfera anni Cinquanta, un po’ da fiction. Il noir è ormai una formula per dire che stiamo parlando di tutt’altro, ma usiamo ancora la chiave criminale per comprendere questo altro (o almeno per cercare di intaccarne la complessità). Crimini Italiani è un’antologia più matura e consapevole, che fotografa il nostro modo di vedere l’Italia di oggi: chi con nostalgia, chi con rabbia, chi cercando la fuga nel delirio, chi aggrappandosi all’illusione che qualche eroe vagabondo e solitario, a questo sporco mondo, esista ancora. La regia ha segnato due défaillance perché ho perso, per mia colpa, Camilleri e Ammaniti, e me ne rammarico... scherzi a parte, non sono stato capace di convincerli a darmi un altro racconto, e dunque mea culpa. Ma abbiamo nuovi e formidabili acquisti, ancora una volta tutti uomini, e quindi anche di questo mi assumo ogni responsabilità. Che vuoi che ti dica? E’ un po’ un a questione di feeling, un po’ di professionismo, molto di comunanza e rapidità negli scambi... se avessi avuto carta bianca, avrei realizzato un volume alto il doppio, perché di scrittori bravi e interessanti esclusi ce ne sono, eccome. Ma spero che alla fine, in un ipotetico giudizio, la bilancia finisca col pendere dalla nostra parte... su una cosa sola siamo rimasti irremovibili: abbiamo deciso di completare il giro d’Italia del crimine occupandoci delle regioni e città non trattate da Crimini. Ma a parte questo, ogni scrittore è libero di scrivere quello che gli pare. E i temi si raccolgono alla fine, non si impongono prima.

3) Ancora su Crimini Italiani. Domanda impertinente e curiosetta, te lo dico subito.

Il tuo racconto, Neve sporca, è ambientato a Courmayeur. La stessa Courmayeur in cui sei stato incoronato, nel giro di pochi anni, indiscusso signore del noir vincendo il prestigioso Premio Scerbanenco e la sua edizione Super (quella riservata ai precedenti vincitori del titolo).

La doppia “incoronazione” c’entra qualcosa con la scelta della location per il racconto o si tratta di pura casualità?

No, nessun caso... La storia è ambientata a Courmayeur per omaggio e tributo a una capitale del noir italiano... per riconoscenza allo Scerbanenco... e perché è un posto emblematico di tante contraddizioni italiane: pensa che agiscono dei commercialisti bastardi, un ex-galeotto eroe, ragazzi sbandati, un carabiniere locale molto più saggio del segugio antidroga inviato da Roma e tanta, tanta neve. In tutti i sensi.

4) Nelle mani giuste si chiude alla vigilia del primo governo Berlusconi. Scialoja scompare e nessuno sa che fine ha fatto. Questo, narrativamente, lascia una porta aperta. Da fan sfegatato ti chiedo se hai intenzione di proseguire la saga e di aggiungere un terzo capitolo al dittico. Credo che molti dei tuoi lettori sarebbero curiosi (io lo sono prepotentemente) di un tuo sguardo sul presente (1994-2008, guarda caso i quindici anni che vedono nascere e definirsi il New Italian Epic).

C’è qualche speranza per noi aficionados assetati di pagine?

Vuoi la sincerità o la diplomazia, giovane turco? Diplomaticamente direi che ci sto pensando. Sinceramente ti dico: no, sto lavorando a una cosa completamente diversa. Il presente, se proprio ci tieni a saperlo, ma con dentro un po’ di futuro...

5) Ultima domanda, inevitabile. Nell’immediato, che bolle in pentola?

Un réportage dall’India e un graphic novel con Giuseppe Palumbo per Rizzoli. Una spy-story

scritta a quattro mani con il regista e sceneggiatore Mimmo Rafele. E una sana e (poco) robusta dieta.

mercoledì 9 luglio 2008

Ieri era il mio anniversario di matrimonio...

Il secondo, per la precisione.
Gli amici ricorderano che gran bella idea sia stata, nel clou della torrida estate 2006, quella di sposarsi l'8 di luglio e di organizzare il rinfresco in un agriturismo sperso in mezzo alle risaie.
Senza condizionatori nè zanzariere...
Ieri io e la mia mia mogliettina ci siamo presi una giornata per festeggiare e siamo stati a vedere questa mostra. Più che la mostra, ho gradito tantissimo il documentario che, a metà dell'esposizione, girava in loop. Mi è venuta voglia di scrivere della Vienna dei primi del Novecento, dove l'industria del porno era più fiorente di quella dell'abbigliamento e dove girava più coca che a casa di Sam Giancana (Freud stesso ne inalava quantità sufficienti a stendere un pony).
Dopo la mostra, ci siamo sfamati qui. La strada per raggiungere il posto è invisibile a qualunque navigatore. Ma se mai riuscirete ad arrivarci, conoscerete inusitate prelibatezze. Tipo l'ossobuco col risotto. Magnifico.
Tra le varie cosucce che ho donato a mia moglie in occasione dell'anniversario (facendomi estrema violenza), c'è anche il libro di Giordano.
E' inutile ficcare la testa sotto la sabbia. Prima o poi dovremo parlarne.
Statevi bbuono e godetevi il fresco.