DA DOVE VENGO IO - CENT'ANNI vol.1

martedì 9 ottobre 2007

Uno contro tutti: un paio di battute sul V-DAY

Ennesimo pezzo della Collezione dell’oblio. Un po’ datato ma doveroso.

Scrivo questo pezzo per rispondere a Marco, che qualche tempo fa mi chiese se avrei pubblicato qualcosa sul V-Day di Grillo. Non era tra le mie priorità, ma considerando che durante il limbo del cambio ADSL in casa se n’è discusso parecchio (non solo, autisticamente, tra me e mia moglie – il gatto non parla, credo che sia apolitico – ma con grande frequenza in compagnia di amici, parenti e conoscenti), val la pena mettere giù un paio di considerazioni che mi girano in testa.

Partiamo dall’ovvio. La domanda: “Sei contento di farti governare da persone condannate per concussione e compagnia bella?” è retorica.

Fa il paio con l’obiezione di Letta in merito alle pensioni d’oro dei parlamentari. In sostanza chiedeva ai cittadini: “Sei contento di pagare i contributi in un certo modo e di andare in pensione a una certa età mentre la classe politica che ti governa – quella che ha scelto per te tempi e modi della contribuzione – adotta per sé un differente (e, ça va sans dire, immensamente più conveniente – ché se no non ci sarebbe ragion di polemica) sistema contributivo e pensionistico?”

Indi per cui, la battaglia di Grillo non può che essere empatizzata dal cittadino.

E la sua proposta di legge per cacciare i delinquenti (e non permettere il futuro accesso al cadreghìn dei loro degni compari) sembra la soluzione perfetta ai problemi del Paese.

Tanto più dopo la diffusione dello strepitoso libro di Stella e Rizzo sugli sprechi della politica nostrana (La casta, Rizzoli, 18 euro spesi bene).

Detto questo, non sono andato a firmare in piazza e non ho mai messo il banner su questo blog.

Dice: “Che non sei d’accordo?”

Per carità. Tutto sacrosanto, però ci sono un paio di cose della faccenda che mi hanno inquietato.

La prima, di un’ovvietà scandalosa ne convengo, è che la denuncia provenga da un outsider, da un uomo di spettacolo. La seconda, forse un po’ meno ovvia, è che si tratti di un uomo solo contro tutti.

Ora, lo so che Grillo non è più solo un comico da qualche anno a questa parte. E il lavoro svolto da questo signore meriterebbe di stare sui libri di storia.

Detto questo, la sua è una voce solitaria. Ed è comunque sempre e solo la sua.

Insomma, mi sarebbe piaciuto di più se intorno a lui si fosse creata una comunità (trecentomila persone – tante sono state le firme raccolte nel V-Day - ne formano una di tutto rispetto). E che questa comunità avesse cominciato a pensare e muoversi con le proprie gambe. Senza più bisogno del leader, che in un Paese come il nostro è sempre una figura problematica (lo so che sono quelli senza capelli, di leader, a dare problemi, e Grillo, bontà sua, fa ancora concorrenza a Branduardi, però…).

A costo di apparire più veterocomunista di quello che sono, dico che indignarsi è uno straordinario punto di partenza.

Però poi occorrerebbe fare.

E a fare (ma soprattutto a decidere) è sempre meglio essere in tanti che uno solo.

Una volta la chiamavano democrazia…

A dirla tutta, però, quello che mi ha fermato sulla strada della firma in piazza sono state le parole di Costanzo, intervistato in merito all’iniziativa.

Disse l’ex massone piduista parlando dalla TV: “Quella di Grillo mi sembra una pensata straordinaria, l’ho sottoscritta, e se fossi più giovane scenderei in piazza con lui”.

Ecco, vedere la propria firma accanto a quella di un vecchio amico di Gelli su un documento pubblico è un po’ troppo per un ragazzo all’antica come me.

È una sorta di campanello d’allarme. Se ora anche i vecchi tromboni da Prima Repubblica, gli stessi che neanche trent’anni fa si trovavano la sera, in grembiule e guanti bianchi, a fantasticar di golpe e nuovo ordine mondiale, si affrettano a salire sul carro del vincitore (il successo di Grillo è indiscutibile), significa che quel carro, ancor prima d’essere partito, rischia di fare una brutta fine. Quella che hanno fatto tutti gli altri.

E qui si torna al discorso della mobilitazione collettiva.

Churchill diceva che il potere corrompe. E che il potere assoluto corrompe assolutamente.

È innegabile che chiunque (anche con le migliori intenzioni), insieme a una grande visibilità si porti a casa lo spostamento dell’attenzione da quello che dice a chi lo dice.

Il fatto che la gente ti ascolti e ti venga dietro è una bella responsabilità. Nel microscopico lo vede chiunque abbia un blog (sottoscritto compreso): tu scrivi, la gente ti risponde. Se molta gente è d’accordo con te, è molto probabile che tu venga indicato come simpatico a terzi. Se fai di tutto per inimicarti il prossimo, prima o poi girerà la voce che sei uno stronzo.

Immaginatevi, dopo tutto ‘sto marasma, cosa c’è sulle spalle di Grillo.

Diventare il portavoce dell’incazzatura di un paese contro la classe dirigente può trasformare questo brillante signore di mezza età in quello che non ha mai desiderato essere: un simbolo.

E i simboli, si sa, prima finiscono sulle magliette, e poi sulle schede elettorali.

Grillo ha fatto la sua parte.

Ora è tempo di farsi da parte

È tempo per la comunità creatasi intorno a lui di fare da sola. Di eleggere i propri rappresentanti (fosse anche solo per andare a tirare le uova ai rammendatori d’arazzi di Palazzo Chigi, quelli da 3000 e passa euro al mese per quindici mensilità).

Perché è sempre meglio decidere dal basso chi comanda che ritrovarsi un leader apolitico che finisce per candidarsi alle elezioni. E non fate quella faccia, succede di continuo: Di Pietro, Berlusconi… Do you remember?

Io lo so che Grillo è di un’altra pasta, ma non si sa mai…

lunedì 8 ottobre 2007

“La mi porti un bacione”: microcronaca semiseria di tre giorni toscani


Dovevamo partire alle undici.

Abbiamo imboccato l’autostrada alle 12.20.

Il noi constava di due sole unità: il sottoscritto e il maestro Daniele Rudoni.

Dal momento che era venerdì, la mia mogliettina lavorava e non poteva accompagnarmi, si è partiti noi uomini.

In condizioni normali, Novara-Firenze sarebbe un viaggio da quattro ore, quattro ore e mezza al massimo.

Con me alla guida e una coda infinita in entrata al capoluogo toscano, di ore ce ne abbiamo messe sette.

“No, è che ci siamo fermati a mangiare…”

Questa la scusa ufficiale. In realtà non abbiamo idea di come ci possa essere voluto così tanto per arrivare a destinazione.

Ad ogni buon conto parcheggiamo a Piazzale Michelangiolo (dove il navigatore nuovo di pacca ci conduce non senza qualche incertezza – l’unico satellitare che prende male al chiuso. E per chiuso intendo l’abitacolo della Clio) e scendiamo all’imbrunire verso la città.

L’editore Fernando Quatraro, suo figlio Federico e l’amico Andrea ci attendono già da mezz’oretta fuori dalla splendida libreria Edison.

Io e il maestro, assetati a morte, ci facciamo attendere ancora qualche minuto: un bianco in Via dei Neri (si noti l’ossimoro ska) è d’obbligo.

La vetrina della libreria parla da sola e a momenti mi commuovo: venti Turkemar campeggiano in bella mostra contornati (vai tu a sapere perché) dalle Lezioni semiserie di Severgnini.

Il colpo d’occhio è gustoso. Al punto che, non appena mi faranno avere la foto, la manderò anche all’ottimo Severgnini.

Sette e mezzo: prestino, visto che la presentazione comincia alle nove.

Allora, dagli col bere (che tanto guidare si è guidato, arrivati si è arrivati): un rosso delizioso all’antica vineria dei Fratellini. Qui ci arriviamo trascinati da Fernando, che rimembra nostalgicamente i tempi dell’università e quasi si commuove a ritrovare intatto il locale così come lo lasciò venticinque anni fa.

Un pelo fuori luogo la domanda al gestore: “Ma siete sempre voi? È tutto come nel '77! (gli anni son già diventati trenta, n.d.r.) Uguale uguale…”

Il trentenne che ha rilevato il posto mal guarda il dottor Quatraro, non si capisce se offeso per sentirsi dar dell’anziano precoce o per i supposti riferimenti allo stato d’abbandono del luogo.

Dunque, niente secondo giro: serranda sul muso.

Un’occhiata all’orologio: avanza un’oretta per mangiare.

Una pessima pizza surgelata al salame piccante ed eccoci di nuovo in libreria.

Atmosfera da pelle d’oca.

Qualche presentazione l’ho fatta e l’affluenza ai miei reading, diciamocelo pure, non ha mai superato i quaranta, quarantacinque spettatori.

Al primo piano della Edison, di ascoltatori ce n’erano almeno settanta seduti, qualcuno in piedi e molti gironzolanti nei dintorni.

Grandissima emozione.

Tra i “pervenuti” merita una menzione speciale la signora A., che io e mia moglie conoscemmo durante il viaggio in aereo verso Creta (sedeva tra noi due).

La signora non solo ha mantenuto la promessa d’agosto (cercherò di esserci…), ma si è pure portata appresso marito e figlio.

Colgo l’occasione per ringraziarla di cuore. È il genere di cose che genera la lacrimuccia.

Ci sarebbe da dir grazie anche agli amici novaresi trapiantati nella terra dei Medici, anche loro presenti nonostante infreddature e mali di stagione.

E già che siamo, grazie anche a Giovanni Bruni, che l’evento l’ha organizzato. Senza di lui non sarei ancora stato a sciacquare i panni in Arno.

La presentazione fila liscia fino in fondo, la gente sorseggia spumante e addenta stuzzichini mentre il sottoscritto racconta del negozio del nonno e della musica di Buscaglione (per i curiosi: date un’occhiata alle FAQ in fondo a Turkemar. È copyleft, non costa nulla…).

Sul finale, un imprevisto lascia tutti di stucco.

Un ascoltatore anziano, graziosamente vestito come Robin Hood (giuro!), alza la mano mitagliandomi di nonsense. Del tipo: “Avete detto che Latilla beveva. L’ho sentito bene! Ma anche Buscaglione beveva! E come la mettiamo?”

L’abbiamo messa a tarallucci e vino.

Tarallucci pochi, vino abbondante. Il bicchiere di Robin si è svuotato e riempito per tre volte almeno.

Dribblato il “principe dei ladri de noantri”, abbiamo inforcato la voiture (è francese…) e dopo sole tre ore siamo approdati in quel di Orbetello.

Dodici ore più tardi (forse qualcosina in più) abbiamo ripreso conoscenza.

Casa Quatraro era accogliente come sempre (la frequento da qualche anno, ormai), e la cucina maremmana è roba forte.

Pici al sugo di cefalo e spigola a pranzo, carbonara e “taccone” (un tacchino incrociato con uno struzzo, a giudicare dalle dimensioni) a cena. Il tutto innaffiato dall’intramontabile Morellino.

Ah, quasi dimenticavo la strepitosa torta paradiso di Susanna (la moglie dell’editore). Deliziosa: io e il maestro Rudoni ne abbiamo sbafata mezza teglia.

La sera, da veri eroi della cultura contemporanea, abbiamo visto (con manifesti scopi digestivi) Cemento Armato, con Vaporidis e Faletti.

Vabbè, lasciamo perdere…

E l’indomani, di buon ora, via verso casa.

Trasfertina un po’ faticosella (quindici ore di macchina in tre giorni), ma assolutamente deliziosa.

Un pizzico di vanità: quattro recensioni di CONFINE e un pezzo su VOGUE

Durante il limbo telematico sono usciti un bel po' di articoli sul mio libello.
Ora, è sempre viva la scintilla della vanagloria nel giovane autore (pure in quello anziano, sient'a mme), ma non sempre il lettore anela a sorbirsi la venticinquesima recensione di un libro che ha letto due mesi fa.
Tuttavia, a questo giro ci tengo a menzionare i pezzi usciti soprattutto per nominare i loro autori.
Barbara Gozzi ha scritto di me su LANKELOT e sul sito di PROGETTO BUTTERFLY.
Con Barbara ci si è conosciuti proprio qua, su questo blog. Senza questo strumento non l'avrei mai incontrata. E a conti fatti, adesso, avrei un'amica di meno...
Di JP Rossano, collega, vi ho già parlato qualche volta. Ci siamo conosciuti in rete e abbiamo scoperto di avere gli stessi gusti in fatto di libri e film. Dici poco...
La sua recensione è qui.
Non conosco personalmente Nicole Cavazzuti né Benedetta Giorgi Pompilio, ma è ancora una volta merito della rete (e dell'ufficio stampa Marsilio...:-)) se ho scoperto le testate a cui lavorano: AFFARI ITALIANI e TICINO NEWS. Vi consiglio di farci un salto. Non sono pochi gli articoli di interesse in merito agli argomenti che ci sono cari.
Chiudo con Giancarlo De Cataldo, che mi cita dalle pagine di VOGUE.
Su Giancarlo non c'è molto da dire, se non che è il signore indiscusso del noir di casa nostra.
Grazie Maestro, per le belle parole, ma soprattutto per avermi permesso di comparire su una rivista di moda.
Mai e poi mai mia madre, spesso ipercritica verso le mie rotondità over 100, si sarebbe immaginata cotanta fortuna per il suo figliolo più piccino (figuratevi l'altro...).

venerdì 5 ottobre 2007

Capirsi un po’ di più: l’integrazione comincia a quattro anni


Questo pezzo è da ascrivere alla collezione dell’esilio, ossia al periodo del passaggio da Cheapnet a Fastweb.

Io scrivo ora, in questo limbo d’incomunicabilità, e voi leggete che sono già passati un sacco di giorni (quanti? Non ne ho idea. La signorina di Fastweb insiste a dirmi che un tecnico, prima o poi, mi chiamerà. Intanto io invecchio…).

Insomma, si perde un po’ l’immediatezza che rende il blog lo strumento privilegiato dell’instant communication, ma ci sono cose su cui vale la pena di riflettere nel momento preciso in cui ti arrivano all’orecchio.

Molti di voi sanno che, per campare, non faccio solo il professional writer, come c’è scritto in alto a destra nel box di bio. Il terzo stipendio di casa Sarasso (il secondo lo porta a casa da mia moglie, non allarmatevi. La gatta la lasciamo poltrire nella sua pasciuta innocenza) proviene dall’insegnamento.

Cinque giorni a settimana, più o meno quattro ore al giorno, lavoro in una scuola dell’infanzia come insegnante di sostegno.

A dirla tutta non sono un vero insegnante di sostegno, sono un educatore part-time affiancato dal comune all’insegnante di sostegno in ruolo.

E se proprio vogliamo essere precisi, non sono nemmeno un parastatale puro, nel senso che lavoro per una cooperativa a cui il comune ha appaltato il servizio.

In pratica faccio parte, insieme agli operatori di call center e ai clienti fissi delle agenzie interinali (operai, autisti di pullman, impiegati, ecc.) del nuovo proletariato urbano.

Condizione proletaria dalla quale non mi strappa nemmeno la letteratura. È un delizioso aiuto ad arrivare a fine mese, ma per carità non immaginatevi anticipi milionari o vagonate di diritti d’autore.

Questo per amor di precisione e come doverosa premessa al discorso sull’integrazione sociale che sto per tirare fuori.

Siccome in questa casa di scuole se ne frequentano parecchie, tra me e mia moglie (insegnante pure lei), capita talvolta di sentire frasi da scompisciarsi.

Roba che va ben oltre l’allievo non proprio attentissimo all’ortografia che invece di “in bocca al lupo” ti scrive “imbocca al lupo”, dialettale invito alla prova di coraggio suprema, l’impavido nutrire la feria delle fiere introducendole il cibo nelle fauci a mani nude; o l’allieva distratta, che riconosce l’espressione “Nel Paleolitico” come complemento di luogo. E giù a fantasticare di questo regno meraviglioso, popolato di dinosauri e pietre antiche, metà Therabithia e metà Jurassic Park.

Le cose più divertenti, di solito, capita di sentirle in bocca ai genitori, piuttosto che ai figli.

Tipo quella madre magrebina, orgogliosa per i risultati eccelsi del pargolo nella scuola di quartiere (quartiere a maggioranza immigrata: trenta per cento di studenti extracomunitari), ma sinceramente preoccupata per la progressione del suo apprendimento. Al punto da chiedere alla direttrice di spostarlo in un’altra sezione: “Sa, con tutti quei marocchini che ha in classe, la maestra è costretta ad andare a rilento. E finisce che il mio rimane indietro per colpa di quelli là…”

O quel padre, meridionale e da poco trasferitosi al nord, che implorò la dirigente scolastica di eliminare dalla mensa quel piatto etnico “che tanto non ci piace ai bambini, lo avanzano sempre”: la polenta.

Ora, anch’io preferisco il satizzo alla bagna cauda, ma non ne ho mai fatto una questione di Stato. E soprattutto non mi è mai passato per la testa che il bollito monferrino o il tapulòn fossero un patrimonio culturale da salvaguardare e che gli abitanti di Canelli fossero un’antica tribù dedita al culto del Dio Prosecco.

È anche vero che per sentir baggianate non serve andare a scuola.

A mia madre, che vive ancora nel quartiere popolare dove sono nato, è capitata una situazione da Helzapoppin’. Il quartiere in questione, tra i Sessanta e gli Ottanta, era abitato per la maggiorparte da meridionali. Piemontesi pochi (mio padre spiccava per il suo accento esotico) e qualche veneto (ancora più inviso dei meridionali alla massa benpensante biugia nèn), impiegato per lo più nell’edilizia (mio nonno, guarda caso).

Nei cortili dove giocavo da bambino si faceva la salsa, non la polenta. E dalle nostre parti si mangiava la miglior pastiera della città.

Negli anni il quartiere è cambiato, i meridionali sono andati in pensione e i loro figli hanno studiato e perso l’accento dei padri. Intere famiglie si sono trasferite dalla periferia al centro. Nessuno dei miei compagni di scuola abita più nel quartiere.

Quelle case popolari, vuote, non hanno dovuto aspettare molto per trovare nuovi inquilini. La prima ondata magrebina arrivò all’inizio dei Novanta. Poi fu il turno della grande immigrazione marocchina e di quella albanese. Morale della favola: mia madre (che non s’è mai sognata di spostarsi di cento metri) abita tra una famiglia albanese e una marocchina, e cucina un couscous montone e peperoni che levati.

La situazione da Helzapoppin’ è di qualche settimana fa, quando mammà ha chiamato un paio di ragazzi del quartiere per farsi dare una mano a spostare dei mobili (noi figli degeneri oziavamo al sole greco).

Hamed (chiameremo così per convenienza il suo vicino) si è affrettato a suonarle il campanello con gli occhi fuori dalle orbite: “Nadia, tutto bene? Sai, ho visto due marocchini in cortile che trafficavano con la tua roba…” Testuali parole.

Giorni fa, un signore alla tv ringraziava l’immigrazione extracomunitaria perché, da quando c’erano gli albanesi, lui aveva smesso di sentirsi dare del terrone.

In quartieri come il mio (ennesimo inciso: ho cambiato città, ma la fissa del proletariato hard-core m’è rimasta addosso. Mentre scrivo, il signor Kocirai è appena rientrato col furgone e la techno a palla, e Carmine e Domenico cantano ancora popopopopopò con la maglia azzurra indosso) l’integrazione era roba per i nostri vecchi. E c’era chi non aveva problemi e chi la risolveva a coltellate.

Noi ragazzini, ad ogni modo, si andava a scuola insieme e il pallone era lo stesso per tutti, pure se in casa non si parlavano italiano (mia nonna, from Scardovari, Italy, non lo parla ancora adesso).

E se butto l’occhio nel cortile della mia scuola e vedo Gaetano, Bai-Xiao e Micheal (Gaetano è di colore, Micheal è appena tornato dal mare di Posillipo e Bai-Xiao dice solo “ciao”. È arrivata da Canton da venti giorni e vive con la zia) che litigano per la palla e poi si mettono a disegnare con gli stessi colori, penso che c’è ancora speranza per questo paese malandato.

Nonostante le polente etniche e i marocchini che si cambierebbero il cognome in Brambilla, se potessero.

Serve tempo, mi dico. Servono anni, generazioni. E se continueremo a non dimenticarci la lezione di Gaetano, Bai-Xiao e Micheal, magari ce li ritroveremo in Nazionale o in Parlamento senza troppi drammi. Alla guida di una paese, grazie a Dio, molto diverso da quello dei nostri nonni.

giovedì 4 ottobre 2007

Turkemar a Firenze: domani alle 21


A momenti mi scordo, mannaggia a fastweb e alle mail arretrate.
Domani sera, venerdì 5 ottobre, presenterò Turkemar alle 21.00 alla libreria Edison di Piazza della Repubblica (Firenze).
Chi fosse da quelle parti è il benvenuto.
Si beve un bicchiere, si fanno due chiacchiere.
Roba così.
Io ve l'ho detto...

mercoledì 3 ottobre 2007

La Rapina: un racconto per KAI ZEN


Il giorno in cui stavo per pubblicare questo pezzo (mercoledì 12 settembre) Cheapnet ha pensato bene di staccarmi la spina. Vedete ben voi quanti giorni sono passati prima che Fastweb (fast da morire…) mi abbia rimesso online.

Ad ogni modo, ora è tutto risolto. E non c’è niente di meglio di un regalo per festeggiare l’inizio del nuovo corso.

Un racconto in copyleft, scaricabile da qui o dal sito dei KAI ZEN. Uno spin-off del miglior libro che mi sia capitato di leggere da molti mesi.

Ma andiamo con ordine.

Di quel capolavoro che va sotto il nome di La strategia dell’Ariete (d’ora in avanti LSDA) vi avevo accennato prima delle vacanze.

I KAI ZEN hanno scritto l’opera che sogno di scrivere da anni. E non aggiungo altro.

Ho bisogno di dirvi un paio di cose sulla storia per parlarvi del progetto che parte da LSDA e si ramifica in rete.

Vedrò comunque di stare attento a non spoilerare, che non è mai una bella cosa.

Il romanzo degli ZEN parla di un complotto planetario. Al centro di questo complotto c’è un’arma batteriologica. Quest’arma batteriologica (il respiro di Seth) è composta da due elementi (solitamente racchiusi in vasi di terracotta). E questo è tutto quello che ho intenzione di dirvi.

Magari vi sarete già arrabbiati a morte (meno male che non spoilerava…), ma credetemi, non ce n’è bisogno. Queste informazioni vengono date nelle prime dieci pagine del romanzo.

A me servivano per introdurre il discorso sui Sentieri di Seth.

Verso pagina trecento e qualcosa, più o meno, dal momento che la storia del respiro di Seth è la storia dell’umanità stessa, si raccontano eventi legati alla sua manifestazione. Eventi assolutamente eterogenei, cronologicamente e geograficamente. C’è un racconto ambientato nella Vienna dei primi Novecento, un altro che prende vita a Baltimora quasi sessant’anni dopo e un altro ancora che narra cosa successe nel New England l’anno del Signore 1612.

Al centro delle storie, ovviamente, la Setta dell’Ariete e la sua rincorsa al respiro di Seth.

I KAI ZEN stessi sono autori di alcune di queste short novel. Ma, secondo lo spirito collettivo che li anima da anni, hanno presto passato la palla ai lettori. Dal sito del romanzo si avvisa a chiare lettere che ogni spin-off sarà ben accetto, purché in linea con la main story.

E se vi fate un giro dalle loro parti, vi accorgerete quanti sentieri “apocrifi” siano già online.

Essendo un fan sfegatato di LSDA, non ho saputo resistere alla tentazione e ho scritto il mio personalissimo Sentiero di Seth. Avendo piena libertà creativa, ci ho messo del mio.

Il mio sentiero passa da Milano, la mattina del 27 febbraio 1958. E passa attraverso uno dei fatti di cronaca che scioccarono il BelPaese di quei tempi là: la rapina di Via Osoppo.

Queste le coordinate storiche. Come al solito mi sono preso parecchie licenze poetiche, ma credo che nel complesso il risultato sia dignitoso.

Godetevi il racconto ma, soprattutto, correte a comprare una copia de La strategia dell’Ariete.

Appena sedici euro e cinquanta per quattrocentocinquanta pagine di spasso assoluto.

Prima di andare in libreria, però, date un’occhiata qui.

LSDA da qualche giorno ha anche un booktrailer. E trattasi di un prodotto di gran classe, dal momento che è una Molly Bloom Production. Molly (Monica Mazzitelli), per intenderci, è la madrina dei Quindici, la repubblica democratica dei lettori fondata da Wu Ming. E proprio attraverso l’universo “quindicino” gli ZEN si sono conosciuti e hanno deciso di formare il collettivo.

Visto che siete di strada, fatevi un giro anche sul loro sito: è pieno di chicche.

martedì 2 ottobre 2007

Di nuovo online: un attimo per darmi una sistemata e sono da voi!


Gentili lettori,
Fatsweb alla fine ce l'ha fatta. Alle undici di questa mattina il signor Mario, tecnico autorizzato dell'aziendina che sponsorizza il riccioluto campione del motociclo, si è presentato a casa Sarasso con largo anticipo sull'appuntamento e mi ha installato la nuova rete.
Alla fine del complicato maneggio ero quasi commosso.
Mentre il signor Mario si chiedeva cosa fosse di preciso il Wi-fi, i tre computer di casa hanno visto il segnale. Ho dato loro in pasto la chiave a sedici cifre et voilà!
Mario non era mica tanto convinto, insisteva che senza cavo di rete non si vede internet, ma l'ho tranquillizato.
Pacca sulla spalla, cafferino d'ordinanza e au revoir: GRAZIE DI TUTTO, Mario.
Dunque, eccomi qui, con una montagna di lavoro arretrato e una voglia matta di aggiornare questo spazio.
Nei prossimi giorni provvederò a smaltire la posta accumulatasi (146 mail, così dice Thunderbird) e a rispondere ai commenti.
Se mi avete scritto e vi sentite maltrattati dalla mia alterigia perchè non vi ho ancora risposto, vi chiedo scusa. Ad alcuni ho mandato sgangherate mail rubando connessioni a destra e a manca.
Ad altri nulla.
Giuro, non è superbia, è mancanza di mezzi ("nella vita ci vogliono i mezzi", diceva Gipo Farassino).
Se non vi dovesse giungere risposta alcuna nei prossimi giorni (qualche mail può sfuggirmi nel marasma del riordino), vi prego di riscrivermi.
Provvederò a rispondere a stretto giro.
Per la cronaca, in omaggio con la connessione, c'è pure una casella mail nuova di zecca:
simone.sarasso@fastwebnet.it
Se gradite...
Per ora è tutto.
Abbracci virtuali dal redivivo.
Ci sentiamo presto (e stavolta non è una bufala)