DA DOVE VENGO IO - CENT'ANNI vol.1

domenica 5 agosto 2007

Google Analytics, i Servizi e la canicola


Google Analytics è uno strumento strepitoso.
E inquietante.
Tra le altre funzionalità, c'è quella che ti permette di sapere che tipo di connessione ha utilizzato il visitatore del tuo sito. E addirittura che provider.
Se casomai un'azienda ha una rete interna e server propri, all'attento Google non sfugge. E ti dice persino il nome della rete aziendale. Ad esempio so che dall'Università di Pisa e di Vercelli qualcuno è venuto a farmi visita.
E pure dalla PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI e dal MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI.
Ammazza ho pensato, come l'ho scoperto. Poi sono stato investito da una secchiata d'acqua gelata: timore primordiale, paure antiche. ODDIO! SILVIO MI SPIA E STA PROGETTANDO DI FARMI ELIMINARE DAI SERVIZI SEGRETI!
Poi ho respirato. Ho fatto mente locale: niente più Silvio da più di un anno.
Ora c'è Romano al timone.
Il cuore s'è scaldato e me lo sono immaginato placido insieme a Massimo, a guardare il mio blog con tenerezza: "Mo' guarda Massimo! C'è anche il bottoncino del Kilombo! L'aggregatore dei blog di tutte le sinistre..."
Per la seconda volta mi sono risvegliato. E la verità era lampante: alla Presidenza del Consiglio dei Ministri ci lavora un sacco di gente. Mica solo mr.P.
Tra quelle persone ce ne sarà una che s'è fatta un bel giretto in rete a spese del Paese. Ed è capitata da queste parti.
D'altronde è sempre agosto: Romano, fa caldo...

sabato 4 agosto 2007

Prima di andare via, un regalo: Turkemar in copyleft


Prima di tirare giù la serranda, un regalo per le vacanze.
Turkemar, il mio romanzucolo su Fred Buscaglione, è da tempo disponibile in COPYLEFT (con una licenza simile a quella Creative Commons: copiate pure e diffondete, ma citate la fonte), ma magari nessuno se n'è accorto.
Beh, se volete portarvi in vacanza una cosuccia leggera (nel senso che sono appena cento pagine e qualcosa), è l'ideale.
A proposito di Turkemar, in questi giorni si sta parlando con l'editore di un adattamento cinematografico, ma niente è definito (voci, voci, ancora nessun pezzo di carta...).
Personalmente me lo sono sempre immaginato con Fiorello (Rosario o Beppe, poco importa) protagonista nella parte di Buscaglione.
Ma si sa che le mie idee sugli interpreti dei miei personaggi non sono mai viste con entusiasmo dai produttori (mi piacerebbe Christian De Sica nella parte di Sterling... Esatto, De Sica. E smettetela di ridere. Sarebbe fichissimo) e dai miei lettori in genere.
Ad ogni modo, quale che sia la sua sorte en pantalla grande, il libro è qui.
Leggete e, se vi va, fatemi sapere, ok?
Buone vacanze.

Ah! Un'ultima cosa: il libro da oggi è scaricabile gratuitamente anche nella neonata sezione CONTENUTI SPECIALI di Turkemar

Mani avanti: Settanta e qualche post in meno. Vacanza?


Cari amici, cari lettori occasionali,
da oggi è molto probabile che il numero di post su questo blog diminuisca.
Vuoi che è agosto, vuoi che tra qualche giorno, tutta la sacra famiglia (gatto escluso: per Puffetta, vacanze in città) se ne volerà una settimana in Grecia, vuoi che c'è la scaletta di Settanta da stravolgere e ritoccare, vuoi che anche voi (bene o male) andrete a godervi della sana villeggiatura senza internet appresso.
A settembre si ripartirà a ritmo sostenuto, le Officine sbufferanno fumo e parole, vi terrò informati su come procedono i lavori e magari ci sarà anche un restyling del blog (ci sto lavorando con delle persone competenti. Rimarrete sorpresi!)
Per ora, quindi, buone ferie (a chi le fa) o buon quel che vi pare in città (avviso per chi non parte: Le Trottoir, a Milano, è aperto tutto agosto, quindici compreso. Per chi ama folleggiare...).
Da questo momento (più o meno, poi magari il posticino ci scappa lo stesso...), silenzio radio.
Arrivederci a settembre.
Se proprio non potete fare a meno del sottoscritto e avete comunciazioni urgenti, la mail è sempre la stessa: simonesarasso@tiscali.it

venerdì 3 agosto 2007

Perché un buon serial tv è meglio di un cattivo libro

Ne ha già parlato Aldo Grasso, lo so. E ci ha scritto pure un ottimo libro.

Libro che non ho (ancora) letto, e quindi mi sento in parte scagionato da possibili “sincronie”.

Ne aveva scritto tempo fa un giornalista del Guardian riguardo ai Sopranos, paragonando l’autore della serie a Dickens e lo show al moderno feuilleton.

E secondo me non aveva torto. Anzi.

Da tempo sono un sostenitore della commistione tra letteratura, cinema, videogames, fumetti e rete. Se ne sarà accorto chi ha dato un’occhiata a Confine e s ne accorgerà (con annesso sobbalzo sulla sedia) chi leggerà le produzioni venture (J.A.S.T. e United We Stand in testa, ma pure Settanta, il seguito di Confine di Stato).

Credo che la letteratura (specie quella italiana) si sia svecchiata parecchio negli ultimi dieci anni e abbia sempre meno paura di strizzare l’occhio ai media mainstream. Un vecchio adagio anni Sessanta riservava il massimo dell’espressione intellettual-rivoluzionaria a ristretti spocchiosi circoli sinistrorsi in cui imberbi Che Guevara si sciroppavano infiniti polpettoni eisenstaniani, lottando per tenere gli occhi aperti ed emozionandosi sinceramente una volta squarciato il velo.

Già nei primi Ottanta l’epilogo della faccenda mostrava il suo vero volto dai fotogrammi del capolavoro di Paolo Villaggio: Fantozzi che urla “La Corazzata Kotiomkin (nel film l’originale Potemkin era stato storpiato per questioni di copyright) E’ UNA CAGATA PAZZESCA!” è un’intera epoca che fa i conti col proprio immaginario.

Paolo Villaggio stesso, amico intimo di De Andrè ed esponente della crème dell’intelligentjia di sinistra della Genova del Sessantotto cambia strada. E si dà al mainstream. Con tutto l’orgoglio e l’ironia di cui quella generazione di geniacci fu capace.

In un’intervista che cito spesso, Jean Jacques Annaud, regista de Il nemico alle porte svela una dei più grossi segreti della nostra epoca in materia di entertainment: qualunque storia popolare, di questi tempi, deve fare i conti coi blockbuster hollywoodiani.

Nello specifico Annaud non si vergogna (e lo dice a chiare lettere all’intervistatore) di usare moderne tecniche di ripresa, effetti speciali e scene d’azione da cardiopalma per raccontare una storia che di yankee non ha nemmeno l’ombra.

La storia è quella di un cecchino russo Vassili Zaitsev durante la battaglia di Stalingrado. Niente di più palloso, potenzialmente. Un’altra Potemkin.

E invece no, perché il cecchino ha la faccia di Jude Law, è cool perché centra i nazi col fucile da sniper, e tutta la storia è costellata di azione, esplosioni, emozioni forti.

Evitando di storcere il naso di fronte al mainstream, Annaud ha raccontato una storia misconosciuta e nodale.

La storia di un eroe comunista a difesa dell’ultimo baluardo di libertà in Europa: Stalingrado.

Questo genere di storia sarebbe stata benissimo nei cineforum di quarant’anni fa. I Guevara della Bassa si sarebbero entusiasmati e avrebbero speculato sul carattere rivoluzionario e antiamericano dell’opera. Avrebbero brindato a Stalin e Krusciov.

Mai e poi mai avrebbero immaginato che di una storia del genere se ne potesse fare una produzione Paramount in grande stile.

In tempi più recenti, il lavoro di Wu Ming ha delle analogie con questo atteggiamento.

Se si pensa a 54, si riconoscerà tra i personaggi Ivan Alexsandrovic Serov, il primo Presidente del KGB.

Immaginatevi che appeal possa avere un personaggio del genere sul lettore medio. Eppure, grazie alla bravura dei narratori, Serov non sfigura di fianco a Cary Grant. E non sembra nemmeno così bidimensionale come Ernst Stavo Blofeld (il capo della Spectre) nei romanzi di Fleming.

E qui ci avviciniamo alle serie tv.

La narrazione popolare ha bisogno di grandi storie. E se le storie che racconta hanno un doppio fondo reale (vedi Annaud, così come i libri del ciclo americano DI Evangelisti), tanto meglio.

Ché la memoria collettiva ha sempre un gran bisogno di essere rinfrescata.

Qualunque storia, però, per essere compresa, deve parlare la lingua del proprio tempo.

Ed è questo il motivo per cui le serie tv hanno un pubblico maggiore degli sceneggiati RAI.

Prendiamo LOST. Milioni di telespettatori in tutto il mondo. Fan che si strappano i capelli e darebbero un braccio per un’anticipazione sulla prossima serie. Geeks de noantri che si scaricano le puntate il giorno dopo che sono uscite in America. E le guardano in inglese, pur di sapere come va a finire.

Perché? Perché non funziona così anche con la nostra fiction su Garibaldi?

E dire che i temi della nostra produzione in camicia rossa sono ben più importanti: il sogno di un Paese, le nostre radici, il miraggio dell’unità. Il sangue e la polvere di quei giorni. Mica roba da poco…

E invece LOST cosa mette sul piatto: temi triti e ritriti. Il Triangolo delle Bermude, l’Isola di Gilligan, la teoria del complotto, una spolveratina di crime novel e di commedia brillante, quattro scopate e un po’ di mistero.

Eppure…

Un miliardo di spettatori da una parte e nemmeno trecentomila dall’altra.

Dove sta il segreto?

Non in quello che si dice, ma in come lo si dice.

Gli sceneggiatori di LOST ci fanno saltare sulla sedia. Ogni puntata apre con un problema apparentemente insolubile e una scena d’azione. Nel corso dell’episodio il problema si risolve, ma prima della fine stai pur certo che se ne presenterà un altro. Un altro così difficile da risolvere che non vedi l’ora che sia ancora mercoledì. Finisci per diventare schiavo della continuity. E tutta la situazione si esaspera ancora di più quando l’episodio è l’ultimo della serie. Perché la voglia ti deve rimanere addosso per sei mesi almeno.

E i personaggi?

Non è più bella la nostra Anita con la faccia della bellissima gossippara di turno in confronto a quella sciacquetta di Kate?

No, signori. Affatto. E non perché le donne di casa nostra siano meno attraenti di quelle d’oltreoceano.

Ma semplicemente perché la Kate di LOST è un personaggio complesso, pieno di rimorso e senza direzione. Che soffre a ogni passo e si vede. In più, aggiungici faccia e corpo da modella e una voce doppiata da un cavallo di razza.

Anita sarà pure bellina, ma come apre bocca viene fuori quel romanaccio glabro delle periferie (che non si addice a una signora cresciuta in Brasile e vissuta a Ravenna). Il suo personaggio è piatto come una tavola da surf, ombra meschina dell’eroe BarbaBionda, e non assomiglia né alla sé stessa dell’Ottocento, né alla telespettatrice dall’altra parte del tubo catodico. Che cosa comunica allo spettatore? Un bel niente, ecco cosa.

Senza contare che i serial di casa nostra, sei puntate e tutti a casa. Quelli americani riescono a tenere la tensione per ventitre, ventiquattro episodi a stagione.

Per cui ecco il punto.

Chi fa il mio mestiere, chi vende storie popolari in cambio di danari, deve aver cura di chi quei danari li spende.

Il lettore non può perdersi dietro alle turbe dell’incomunicabilità dell’autore. Non può sorbirsi personaggi piatti e senza sentimenti. Non può non saltare sulla sedia.

Perché chi se compra una storia nera o un romanzo di spie ha pagato per il pacchetto completo, con tanto di suspence, emozione ed esplosioni.

Quindi, e lo dico prima di tutto a me stesso, chi fa questo mestiere, quando è davanti alla tastiera, dovrebbe portarsi appresso gli insegnamenti degli sceneggiatori del serial d’oltreoceano.

E magari le sue pagine inizierebbero a spirare un’inusitata ventata di freschezza.

giovedì 2 agosto 2007

Liberazione parte seconda (vintage)

Vi ripropongo qui un'intervista di qualche tempo fa, un'intervista vintage su Confine di Stato, risalente al periodo a cavallo tra i due editori.
L'intervista è a firma Davide Turrini e uscì su Queer, l'inserto di Liberazione, il 14 gennaio 2007.
La riporto qui per due motivi:
1) Dice qualcosa sul rapporto tra la mia scrittura e Tarantino. E sulla "comunicazione accessibile".
2) Come mi ha fatto notare l'autore, sono una testa quadra e non l'avevo inserita tra le interviste.
Da qui questo post per il buon Davide (a.k.a. A.S.): fai conto di sentire in sottofondo le note del più grande successo di Caternia Caselli.
Enjoy...

Liberazione

Non avete idea che soddisfazione: ho appena finito una parte di J.A.S.T. che mi ha tormentato per giorni. I protagonisti sfuggivano, il magma storico era complesso da dominare.
Ma finalmente è fatta.
Ahhhhhh...
E' proprio vero che il momento più bello del mestiere dello scrittore è quando rileggi la prima stesura fumando una (meritatissima) paglia.

Bis di Repubblica, scorpacciata di "Confine"


Gli squilli di trombe li avevo sentiti pochi giorni fa, e già mi sembrava di stare a posto per tutta l'estate. E invece no, ciccio, mica finisce qua!
Il 21 luglio usciva su Repubblica la recensione di Irene Bignardi.
Oggi, 2 agosto, Confine di Stato è di nuovo citato dal quotidiano milanese. Tra i consgili di lettura per l'estate. Il box è a firma Gian Paolo Serino e lo trovate qui.
Per chi fosse feticista del cartaceo, il pezzo è a pagina X dell'inserto MILANO REPUBBLICA.
Di fianco a un intervista a Linus su Poe, alla sinistra di Marco Biondi e sopra ad un delizioso servizio sul Porno Karaoke (nuova tendenza in rapida diffusione tra i giovani nei locali alla moda: invece di cantare i testi dei Pooh e di Madonna, si doppiano in real time Rocco e Cicciolina...)