DA DOVE VENGO IO - CENT'ANNI vol.1

mercoledì 29 agosto 2007

Da Arnold a Tarantino: vintage sì, ma non troppo


Se questo pezzo esiste, la colpa è di una delle mie pessime abitudini: il pisolino.

Lo so che fa vecchia zia in pensione, ma quando non lavoro (a scuola), dopo pranzo non so resistere: il richiamo del divano è troppo forte.

D’altronde (lo dico per darmi un tono) lo dice anche Stephen King che nel lasso di tempo immediatamente post-prandiale si sente come un boa che ha appena inghiottito una gazzella, e la pennica è l’unica possibilità.

Divano e tv, si diceva.

E verso le due la scelta non è ‘sto granchè. Su Italia Uno c’è l’ultimo strascico di Slam Ball e ti viene da seguir l’azione e saltare in piedi sul sofà. Su MTV le biondine in bikini di Laguna Beach e non chiudi occhio neanche a parlarne.

Meglio i cari, vecchi cartoni. Che sia DragonBall o Naruto, cinque minuti cinque e sono già nel mondo dei sogni.

Che poi, se cartoni devono essere, il digitale terrestre che l’hai preso a fare? Che quel signore basso basso e l’amico suo della Lazio hanno fatto una legge apposta.

E dunque: Boing. Ventiquattrore su ventiquattro di anime old school e ricicli Mediaset.

Niente da dire, perfetti per appisolarsi.

Il punto è quando ti svegli.

Ancora nel dormiveglia una musichetta mi catapulta indietro di vent’anni (guardate un po’ se anche a voi fa lo stesso effetto…). E mi ritrovo a pensare a me stesso su un tappeto di pelo arancione nel salotto di casa di mia nonna. A giocare col Lego e bere Estathé.

Ora, col vintage in qualche modo ci campo e ho abbastanza confidenza col passato da non farmi travolgere da facili entusiasmi alla Notte prima degli esami.

Però questo è davvero un colpo basso e non c’è santo che tenga: quando appare il faccino paffuto di Arnold non posso fare a meno di godermi l’intera puntata in religioso silenzio.

Oltretutto sono anche fortunato, perché l’episodio è una chicca. Quello in cui Arnold e il suo amico, in trasferta a Hollywood si perdono negli Universal Studios tentando di infilarsi sul set di Supercar.

C’è pure un ovvio cammeo di David Hasselof e del suo destriero parlante a quattro ruote.

Mi piacerebbe potervi dire che l’emozione mi ha travolto e “com’erano belli i telefilm di una volta, signora mia…”.

Ma racconterei delle balle.

Il tv show risente dell’età, e succedono cose improbabili: KITT parla davvero, anche se la guardia degli Studios chiama Hasseloff per nome e non “Micheal”. Arnold e il suo compare vagano per i teatri di posa deserti e a un certo punto un animatrone dello Squalo li spaventa a morte. E poi finiscono sul set della Famiglia Addams e un simil Lerch li mette in fuga…

Ok, il telefilm è di vent’anni fa. Ma per l’utente attuale la supposta sospensione d’incredulità è veramente troppo. Non la voglio fare troppo semplice, non fraintendetemi. Il telefilm era tutto da ridere e lo spettatore medio (dell’Ohio o di Rozzano, poco importa) non si poneva il problema. Il punto è che queste esagerazioni inquadrano il prodotto per quello che è. Negandogli l’immortalità.

Immortalità che serie come Star Trek o Spazio 1999, pur con le loro mille oscene ingenuità, hanno ottenuto.

La distanza tra le serie di ieri e quelle di oggi è sotto gli occhi di tutti. E non mi sognerei di affiancare nemmeno per un istante Arnold a Lost (ambiti troppo diversi).

Ad ogni modo, pur nello stesso campo da gioco, Arnold troverà un paio di righe in qualche dizionario dei telefilm, FRIENDS rimarrà nella storia.

Come c’è rimasto SUPERCAR.

Ci sono produzioni che diventano immortali. Altre che vanno a ingrassare il bagaglio retrò dell’appassionato di modernariato.

Uno dei fattori principali che influiscono sull’eternità di una serie è, io credo, la continuity.

Vent’anni fa gli show erano studiati per intrattenere a orari fissi con format rigidi, statici. La stessa scenetta che si ripete più o meno in loop puntata dopo puntata. Lo show funziona, ma non evolve.

In serie come Happy Days (cito questa per rimanere nel mainstream, ma potrei citare BlueMoon, la serie che lanciò Bruce Willis), invece, dopo un paio di stagioni, si scelse la linea della continuity, dell’evoluzione dei personaggi (Ricky va in Vietnam, si sposa e mette su famiglia. Chucky e Joanie si innamorano, convolano a giuste nozze e guadagnano anche la dignità di un spin-off, mai andato – credo; l’ho visto solo in inglese – in onda da noi).

Passa di lì la strada che ha portato alla costruzione del serial moderno.

Senza continuity, Lost non sarebbe niente.

Detto questo, arrivo finalmente a Tarantino, che occhieggia dal titolo e che ancora non ha avuto un minuto per dire la sua. E se parli di Tarantino non puoi ignorare il discorso sul vintage.

La Seventies-mania che ha investito il mondo globalizzato negli ultimi dieci anni ha fatto muovere i primi passi verso la riscoperta del nostro recente passato. Un passato essenzialmente pop (e tutto è pronto per il ritorno in pompa magna dei temibili Ottanta).

Il vintage, che negli Eighties era di pessimo gusto, ha recuperato dignità. E il futuro, che nell’ottantacinque scherzavamo a mascelle spalancate, assomiglia davvero a quello rappresentato in capolavori come Rollerball, dove le case del duemila sono piene di modernariato Anni Settanta e per ascoltare la musica si usa uno strano aggeggio rettangolare con una rotella in centro.

Un conto è, però, il recupero della memoria, un conto è il consumo critico.

Vintage sì, ma con jiuicio. Non vale la regola che se una cosa ha venti o trent’anni allora è cool di default.

Viva Bruce Lee, viva l’A-Team. Ma, vi prego, abbasso Arnold e abbasso Automan.

Un discorso simile deve averlo ben chiaro in testa Quentin Tarantino da almeno una quindicina d’anni.

Kill Bill è un capolavoro citazionistico. Mai pesante, ma sopra le righe (anche se, costantemente, oltre ogni riga). È un tributo al passato. Ma con uno sguardo insindacabile al futuro. La direzione in cui Kill Bill guarda è chiara. E il capolavoro di Mr. T. non assomiglia all’angelo della storia di Benjamin (non ha la capoccia storta à rebours).

E lo stesso discorso vale per il maltrattatissimo Grindhouse.

La versione mozzata che è arrivata in Europa presta maggiormente il fianco alle critiche. Le due ore di Kurt Russel che arrota passanti e belle sgnacchere è fuori contesto.

Consiglio agli appassionati di attendere il dvd americano in cui Grindhouse e Planet Terror non sono divisi.

Oppure di scaricarsi la versione originale del double feature col caro vecchio mulo.

Alla fine delle tre ore di spettacolo, la sensazione che rimane in bocca è ben diversa da quella che trasmette la proiezione del surrogato apparso nelle nostre sale.

Le due pellicole, tanto per cominciare, sono collegate (da minuscoli particolari, come accadeva nei nostri film a episodi degli Anni Settanta). E le storie sono buone storie. Con fascino retrò, questo è indubbio, ma modernissime (le ragazze di Grindhouse ascoltano l’ipod e mandano sms).

E queste storie estreme e ultraviolente, come solo Mr. T. sa creare, galleggiano in una cornice supercool, intervallate da finti trailer di finti film d’azione o de paura, da spot gustosamente antiquari che avvisano che il contenuto delle pellicole non è adatto ai più piccini, e altre mille chicche.

E esci dal cinema con la sensazione che i veri grindhouse, quelli di trent’anni fa, non fossero così divertenti (se li riguardi te ne accorgi subito). Così come i film di Bruce Lee erano molto più pallosi di Kill Bill.

Per cui, signore e signori: Vintage sì, ma non troppo.

E soprattutto con gusto e cabeza.

lunedì 27 agosto 2007

Politicamente scorretto e la long tail di CONFINE DI STATO








Che mi aveva scritto Lucarelli ve lo dissi. Qualche tempo fa.
E pure che mi aveva invitato a una manifestazione dalle parti di Bologna in autunno. O forse no?
Ad ogni modo, oggi è arrivato l'invito ufficiale, e il sottoscritto è a dir poco lusingato.
La manifestazione si chiama POLITICAMENTE SCORRETTO e si terrà il 23, 34 e 25 novembre a Casalecchio di Reno (BO). Se vi fate un giro sul sito vi renderete conto della portata dell'evento e del perchè io stia zompettando in giro per la stanza da circa un quarto d'ora.
Politicamente Scorretto è il primo evento culturale del nostro paese dedicato alla memoria civile dei siddetti "Misteri Italiani".
Scrittori (scrittori veri, tipo Fogli, Fois, Bernardi, mica scribacchini come il qui presente...), giornalisti (Deaglio, tanto per citarne uno) e uomini di legge si danno appuntamento per fare chiarezza. Per non dimenticare. Per tenere accesa la memoria.
Io interverrò sabato 24 novembre alle ore 17.30 in un dibattito intitolato MISTERI ITALIANI: IL NOIR CHE RACCONTA LA STORIA RECENTE.
Non so ancora insieme a chi sarò, ma c'è da giurarci che sarà un'esperienza indimenticabile.
Ora, mi rendo conto che siamo a fine agosto e che la cosa si farà non prima di tre mesi...
Ma non stavo più nella pelle e dovevo proprio dirvelo.
Ovviamente vi terrò informati.
Per chiudere, un'ultima nota vanesia (tanto oggi si sprecano). Su Unpercento, un blog letteral-politico bello e autorevole, si dice qualcosina di CONFINE DI STATO, che a quasi tre mesi dalla sua uscita continua a far parlare di sè (puoi capire che long tail...).
Il direttore del blog mi fa un complimento di quelli che non si dimenticano: have a look, please.
Thanks a lot.

sabato 25 agosto 2007

Per vedere ‘sta cazzata: cronaca greca di una settimana bollente


“…Per vedere ‘sta cazzata!” è una frase ricorrente dei viaggi miei e di mia moglie. È la frase che di solito pronuncio dopo aver percorso chilometri sotto il sole o nel freddo, giungendo sconsolato di fronte a qualche reperto storico magnificato dalla guida di turno. Negli anni è diventato un modo di vivere, quasi un cliché narrativo, e nessuno si offende più se io, a metà percorso, inizio a canticchiare: “Per vedere… Per vedere…” (esiste anche un motivetto abbinato allo slogan: lo inciderò in mp3 e lo posterò sul sito, promesso).

A questo giro, l’espressione di famiglia si è sprecata, ed è stata una Grecia un po’ meno convincente del solito.

Non sono mancate, ad ogni modo, le piacevoli sorprese.

Ma andiamo con ordine.

Partenza traumatica da Malpensa vecchia all’alba e alle otto, freschi come delle rose (rose che non hanno dormito per trentasei ore), appoggiamo le valigie sul suolo greco. Ritiro la macchina in cinque minuti (l’uomo dell’AVIS è efficiente ovunque, da Bangalore a Punta Raisi. Effetti collaterali della globalizzazione) e alle nove siamo già in viaggio verso il nulla.

Lo dico per chi non c’è mai stato: nei piccoli paesi ellenici dare un nome alle strade pare sia peccato. Per cui l’unico modo di trovare l’hotel è andare a chiedere in qualche bar e tentare di farsi spiegare la strada in un esperanto dei viaggiatori che sa d’inglese, greco e turco.

Così facciamo, ma l’uomo, in cambio dell’indicazione, pretende che ci si fermi ad abboffarsi nella sua taverna.

Calamari, insalata greca e un lontano parente del frico di cui ora mi sfugge il nome.

Il tutto innaffiato dalla locale Mythos e da due dosi da portuale di raki.

Per farvela breve: niente turismo culturale il primo giorno; pisolino e cenetta leggera. E arrivederci.

Da venerdì inizia il tour de force, altresì detto nazi tourism: se si va in un posto occorre vedere TUTTO. E poco importa se occorra svegliarsi alle sette e sciropparsi duemila miglia in macchina.

Per cui, vai col MUSEO ARCHEOLOGICO di Heraklion (chiuso per metà: dieci euro di biglietto per quattro frammenti di mosaico e una brocca – pure bellina – a forma di toro), la GROTTA DI ZEUS (saltata a piè pari: di fronte all’impervia salita preferisco una birra sotto le fresche frasche, mando la dolce metà in avanscoperta e mi accontento delle foto sulla digitale), le città di CANDIA e RETHIMNOS con quaranta gradi all’ombra.

Come? Mare, dite voi? Nei ritagli di tempo.

Sì perché c’è ancora da vedere l’ultima e la più strepitosa delle bellezze dell’isola di Creta: IL PALAZZO DI CNOSSO.

Premesso che temendo l’insolazione si punta la sveglia alle sette e mezzo (e già la giornata non ti sorride…), al palazzo è comunque impossibile arrivare prima di mezzogiorno.

Lontano, direte voi… Per nulla.

Il problema sono le autostrade greche. Il greco, fiero e rigoroso, non concede seconda possibilità: se a Roncobilaccio non vedi le indicazioni, puoi uscire e rientrare nel senso di marcia opposto.

Se a Creta ranzi l’indicazione KNOSSOS (scritta in greco e grande quanto un Gronchi rosa), affaracci tuoi.

Puoi solo fare inversione in piena autostrada (ma magari ti stuzzica l’idea di tornare vivo) o rassegnarti: l’unica via che ti riporterà al punto di partenza è una mulattiera spersa nei campi. Ti toccherà attraversare un mare d’ulivi e sentieri sterrati, farti quasi sparare dalla sentinella d’una base segretissima immersa nei boschi e stare molto attento a non investire la classica nonna greca (modello base: completo nero e fazzoletto in tinta legato sotto il mento).

Così, a mezzogiorno, quando il sole è allo zenith, ti ritroverai nel bel mezzo del Palazzo.

La storia la conoscono anche i bambini, e mia moglie me la ricorda per lenirmi l’insolazione e far sembrare meno scema la mia bocca spalancata per l’arsura: mi dice di Teseo e Arianna, ma soprattutto di Pasifae, che per capriccio divino, s’invaghì di una bestiola da tre quintali destinata al sacrificio e ci fece pure un figlio.

Chi non fosse sazio di dettagli pulp, può cliccare qui.

La visita dura una mezz’oretta, non di più. E non ricordo, giuro, quanto ho sborsato per il biglietto (l’ho comprato in bundle con quello del museo archeologico).

Ma quando finalmente guadagno la sommità del palazzo, mi appoggio tronfio a una delle due colonne ridipinte di rosso per i turisti (quella vera, l’altra è di cemento armato) e scruto finalmente l’enorme distesa di vasi finti, pietre vere interpolate da ferro, cemento e plexiglas e prato all’inglese, non posso che esclamare il più soddisfatto e fragoroso dei PER VEDERE ‘STA CAZZATA!

Questa la parte buffa e meno soddisfacente del viaggio.

Ma, come dicevo in principio, qualche soddisfazione c’è stata.

Il cibo, per esempio, ma soprattutto i prezzi. A pranzo non si è mai speso più di dieci euro per ingurgitare dell’ottima Pita farcita.

E a cena, è il caso di dirlo: mollami…

Il meglio fritto di pesce e la meglio moussaka, col meglio vino a prezzi ridicoli: trentacinque euro massimo. In due, s’intende.

E infine, gran godimento estivo sotto l’ombrellone (che, per inciso, con due sdraio costava sei euro al giorno. Quasi come a Forte dei Marmi…): la lettura.

In una settimana scarsa ho divorato due libri e mezzo (l’ultimo lo sto finendo in questi giorni).

KAI ZEN, LA STRATEGIA DELL’ARIETE

RIZZO-STELLA, LA CASTA

BRIZZI, IL PELLEGRINO DALLE BRACCIA D’INCHIOSTRO

E su questi libri, potete giurarci, ci scapperà qualcosa in più d’un post…

venerdì 24 agosto 2007

Tornato: un po' provato...

Gentili lettori,
ho rimesso piede sul suolo italico da ben più di ventiquattrore, ma non ho ancora avuto un secondo per scrivere... Chiedo venia.
E di cose da dirvi ne avrei pure un bel po', tra costumi greci, letture e riflessioni in riva al mare.
Giuro che domani posto qualcosa di decente.
Per ora, contentatevi di queste quattro misere rigacce strascicate...

martedì 14 agosto 2007

Chiuso per ferie: stavolta è vero


Questo è definitivamente l'ultimo posto prima della (breve) serrata estiva.
Domani si parte (in realtà domani notte, quasi dopodomani) e per una settimana non sarò rintracciabile nè presente sul web.
Un ultimo aggiornamento sui lavori in corso:
- Ho terminato di scrivere la mia parte di J.A.S.T.
- Ho iniziato il restyling della scaletta di Settanta e il plot ha fatto notevoli passi avanti. Conto di averne una versione definitiva per il 31 agosto, primi di settembre. Da lì in poi, una volta che il boss l'avrà approvata, si partirà a scrivere.
- Sono in stand by con United We Stand. Ma a ottobre secondo me qualcosa uscirà. Tenetevi forte, perchè se tutto va per il verso giusto, vi bombarderemo con una campagna marketing degna di Star Wars...
Questo è quanto.
Godetevi Ferragosto e le ultime del mese.
Io vado a strafogarmi di mussaka e gyro-pita.
Ci si risente dal 24.

domenica 12 agosto 2007

Riscoprire i classici: Catullo è meglio di Bukowski

Immersi nella calura estiva si sente spesso parlare della riscoperta dei classici. Autori intramontabili della letteratura mondiale la cui lettura è imprescindibile a chi si definisca "letterato".
D'agosto i classici tornano in classifica, complice il senso di colpa dei lettori (Ma cosa leggi a fare Manituana che non hai mai letto Hemingway? Ignorante!) e le letture scolastiche che le torme di prof appioppano ai propri allievi (ad agosto L'amico ritrovato o Se questo è un uomo vendono più di Camilleri).
Per quanto mi riguarda, non sono un "letterato", sono pigro e piuttosto ignorantello (ho letto Manituana senza sensi di colpa. E il povero Hemingway è ancora sullo scaffale) e ai tempi della scuola preferivo Fleming a Primo Levi.
Detto questo, ho i miei classici anch'io.
Classici hard-core, come Bukowski (Storie di ordinaria follia l'avrò letto dieci volte), ma anche qualcosa di più marcatamente mainstream.
Prendete Catullo. Sì, quello di Lesbia e dei "mille baci, e poi altri cento", ecc.
Se a scuola eravate studiosi ve lo ricorderete come poeta romantico e delicato.
Se stavate all'ultimo banco a far casino, il nome vi dirà qualcosa ma niente di che.
Di sicuro, pensando al poeta di Verona, non vi verranno in mente versi come questi:


Non è, buon dio, che credessi differente
l'odore della bocca e del culo di Emilio.
L'una non è più pulita o sporca dell'altro,
ma forse è meglio e più pulito il culo:
se non altro è senza denti: la bocca ha zanne
enormi e le gengive come un carro vecchio,
spalancata poi sembra la fica slabbrata
di una mula in calore quando piscia.
E lui se ne fotte molte, si crede stupendo:
ma mandatelo a far l'asino nei mulini.
Quella che va con lui si leccherebbe
anche il culo di un boia appestato.

Nè come questi:

In bocca e in culo ve lo ficcherò,
Furio ed Aurelio, checche bocchinare
che per due poesiole libertine
quasi un degenerato mi considerate.
Che debba esser pudico il poeta è giusto,
ma perché lo dovrebbero i suoi versi?
Hanno una loro grazia ed eleganza
solo se son lascivi, spudorati
e riescono a svegliare un poco di prurito,
non dico nei fanciulli, ma in qualche caprone
con le reni inchiodate dall'artrite.
E voi, perché leggete nei miei versi baci
su baci, mi ritenete un effeminato?
In bocca e in culo ve lo ficcherò.

O questi:

Ti prego mia dolce Ipsililla,
amore mio, cocchina mia,
invitami da te nel pomeriggio.
Ma se decidi così, per favore,
non farmi trovare la porta già sprangata
e cerca di non uscire, se puoi,
restatene in casa e preparami
nove scopate senza mai fermarci.
Se ne hai voglia, però, fallo subito:
sto qui disteso sazio dopo pranzo
e pancia all'aria sfondo tunica e mantello.

Roba da far impallidire il vecchio Charlie, che ne dite?
Per cui, se anche voi volete riscoprire un classico, quest'anno portatevi al mare i Carmina di Catullo. Possibilmente nella traduzione di Ramous.
Ve la spasserete un mondo.

sabato 11 agosto 2007

Vallanzasca e Gino Paoli: due racconti in copyleft

Non è l'ennesimo post musical-politico, don't worry.
E nemmeno un'installazione à la Cattelan.
Ne avevo parlato da qualche parte, in un commento, forse. E avevo promesso che avrei messo online i miei vecchi racconti.
A dirla tutta non è che ne abbia così tanti nel cassetto. Per mia fortuna, da quando faccio questo mestiere, scrivo "a progetto" (ossia in specifica funzione di ciò che debbo pubblicare). E in genere lavoro a opere dalle cento pagine in su (complice la mia innata prolissità...).
Per cui, nei miei archivi non c'è abbastanza roba da mettere insieme la raccolta SARASSO - TUTTI I RACCONTI.
Qualche racconto, però, l'ho scritto anch'io.
Il mio primo in assoluto, Turkemar, è diventato un romanzo di recente (vedete ben che tutte le mie opere tendono all'ingrasso) e sapete dove trovarlo.
Restano fuori dal mazzo altre due chicche:

Genova, 20 luglio 2001, un racconto sul G8. Per l'esattezza sul giorno in cui moriva Carlo Giuliani. E su Gino Paoli, ché se penso a Genova penso a lui. C'è poco da fare.
Il racconto uscì qualche anno fa in una raccolta intitolata Orme di gatto, edita da Effequ.


Diecimila pallottole, una breve incursione nella vita di Renato Vallanzasca: vera rock star del banditismo dei Seventies, assassino, pluriergastolano.


Per i racconti è stata creata una nuova sezione, proprio sotto quella dei libri.
Presto (inizio oggi, abbiate pazienza) ci infilerò anche quello che scriverò per i KAI ZEN.
Enjoy & stay tuned...